Viva il 1 Maggio

Fausto Bertinotti –

E’ morto il Re, viva il Re. Il Re di cui qui parliamo è il movimento operaio del “grande e terribile” ‘900. La sua simbolica e concreta cattedrale è stata il 1°maggio, luogo di tutte le ripartenze, luogo di lotta e di festa, luogo di vita. La vita del proletariato.

Ora per lavorare alla ripartenza bisogna saper cominciare dalla conoscenza e dalla consapevolezza della profondità della rottura del tempo presente con quella storia.

Al tempo che abbiamo vissuto in tutto il secolo scorso del “rinnovamento nella continuità”, è subentrato, dopo la grande sconfitta e dentro una rivoluzione capitalistica restauratrice che continua a lavorare in profondità, il tempo del benjaminiano “balzo di tigre”. Basterebbe, per avere l’idea della rottura intervenuta, guardare attraverso la lente del 1° maggio.

Cosa è stato, cosa è. Uno dei tanti, in una città fordista, Torino. I giorni prima la Camera del Lavoro diventa un acentro di elaborazione collettiva di progetti, di parole d’ordine, di canti, di messe in scena, diventa un atelier in cui prende corpo la coreografia della manifestazione e tutto si intreccia sul senso sociopolitico con cui essa incontrerà la città.

Il primo maggio, la mattina una marea di compagni , di lavoratori, di cittadini si riversa nella più grande piazza fino a riempirla, mentre si forma il corteo scandito dagli striscioni dei sindacati di categoria e dei loro spezzoni di corteo; un enorme biscione umano che si chiude, si fa per dire, con le popolazioni dei partiti, dei movimenti politici, delle associazioni , di quella che si chiamava la gente.

Il corteo sfilava tra due ali di folla, con altri che salutavano dalle finestre aperte sulla lunga elle barocca che congiunge le due più grandi piazze. In quella d’arrivo, organizzata per il comizio, non potevano riuscire a entrare tutti i manifestanti.

I canti e le bandiere rosse ne esprimevano il senso comune, segnavano un’egemonia politico-culturale, il segno di una città.

Una città in cui la presenza della più grande fabbrica, Mirafiori con i suoi 55mila lavoratori, indicava la cifra del capitalismo fordista-taylorista. quello della produzione di serie per il consumo di massa, quello dal quale erano insorte le due figure sociali diventate centrali nella lotta di classe: l’operaio comune di serie e lo studente di massa.

E oggi?

Ho voluto annotare un primo maggio di ieri per mostrare plasticamente la rottura storica intervenuta, tanto grande da chiamare in causa la tradizione.

L’evidenza della lotta di classe, fino alla centralità operaia, ha dato nuova vita al 1° maggio che, nella seconda metà del ‘900, si riappropriava della tradizione lontana, la nascita del movimento operaio, e di quella più vicina, la Resistenza (compresa quella nei confronti del padrone negli anni della repressione antioperaia e anticomunista in fabbrica). Gramsci ci aveva avvertiti: “Quando tutto è perduto o anche quando tutto sembra perduto, quello è il momento di ricominciare da capo”.

Di questo ci parla ora il 1° maggio.

Per rivivere, oggi, la tradizione deve in primo luogo incontrare la nuova trama del conflitto sociale e i suoi nuovi protagonisti (anche quelli inaspettati, anzi, soprattutto quelli).

La rivolta è diventata, nelle sue mille varianti, la natura prevalente dei nuovi conflitti. Dai gilets jaunes all’onda verde di una generazione ancora in erba, alla popolazione algerina, l’Europa e il Mditerraneo sono attraversati da questa nuova e antica dinamica del conflitto.

Il suo codice, che è tipico dei tempi di crisi della politica e di crisi della democrazia rappresentativa, va studiato a fondo, indagato, compreso. Chiede di saper fare l’inchiesta, di saperla partecipare. Quel che si vede a occhio nudo è la domanda di un cambiamento radicale, la denuncia e la contestazione del potere costituito, la rivolta contro la diseguaglianza e la distruzione di umanità che genera il nuovo capitalismo, le sue forme di governo e i governanti (da Macron a Bouteflika).

E il conflitto di lavoro, la forma più diretta del conflitto di classe, quella tra capitale e lavoro, che fine ha fatto? Certo ha perso l’evidenza, ma, altrettanto certamente, non è uscito di scena. Ha subito, dopo la sconfita della classe operaia, il rovesciamento del conflitto di classe, come ebbe a scrivere Luciano Gallino.

La rivoluzione tecnico-scientifica, come la ristrutturazione del lavoro (dalla spoliaione allo sfruttamento, all’alienazione), porta il segno del primato del capitale. Ma delle esperienze di resistenza sociale, di conquista di nuove frontiere del conflitto, dalla logistica al controllo dell’algoritmo, serpeggiano più o meno sottotraccia. E c’è chi prova a realizzare nuove pratiche di autogestione.

Chi ha letto “Tempi duri alla FIAT”, il bel libro di Pugno e Garavini, ha imparato per sempre che non è una determinata organizzazione del lavoro, né una determinata tecnologia, né un determinato tipo di capitalismo che nega o genera spontaneamente il conflitto.

Non è vero che quel che (ancora) non c’è oggi, non sia possibile domani. L’esperienza della lotta forte e efficace al centro di distribuzione editoriale Stradella, dove essa era sembrata impraticabile, ne è un caso di attualità. Nel nuovo capitalismo può darsi sia la tregua sociale sia il suo opposto, la rivolta e altro ancora.

Dipende essenzialmente alla soggettività, dall’accumulo critico di tutti quelli che vivono ogni forma d oppressione e di sfruttamento. Non è facile, ma non è impossibile.

Il capitalismo che, come dicono Bellofiore e Garibaldo, centralizza senza concentrare, con l’ausilio potente di una legislazione anti-union e del processo di precarizzazione, isola e disperde i lavoratori.

Il processo contrario richiederebbe sul terreno politico-sociale, sul terreno della creazione di nuove istituzioni democratiche di società, la messa in opera di una relazione sociale durevole, quale quella che spontaneamente e temporaneamente da luogo alla rivolta. Non si tratta di sognare un’impossibile unificazione delle diverse forze e soggettività che essa rende, al momento in cui i produce, protagoniste. Si tratta di pensare, cercare, realizzare la coalizione sociale per un’alternativa di società.

L’intuizione era stata avanzata tempo fa dalla Fiom, non casualmente. Non è mai nata nella realtà. Non è una buona ragione per seppellire la sua proposta.

Il problema da essa evocato, cioè il perseguimento della massa critica necessaria alla lotta e alla conquista e, insieme, della radicalità degli obiettivi e delle forme di lotta è il problema che il 1° maggio oggi ancora propone.

Intanto, al di là dell’Atlantico, dov’era, fin qui, indicibile, entra in politica la parola “socialista”. Buon 1° maggio.

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