Marco Noris – Si potrebbero grossomodo individuare tre traiettorie negli approcci alle prossime elezioni europee da parte delle forze politiche in campo: quelli che presentano un programma e un candidato alla presidenza della Commissione in sostanziale continuità con il passato, quelli che presentano programmi e candidati di rottura o di cambiamento sostanziale dello status quo e quelli che, a prescindere da qualsiasi dichiarazione in proposito, non presentano né programmi né candidati alla presidenza così come, peraltro,  hanno deciso le due forze di governo del nostro Paese.

In questo quadro gli 11 punti presentati dalla lista La Sinistra[1], direttamente correlati e ispirati dalla Piattaforma elettorale del Partito della Sinistra Europea,[2]si distinguono da tutti gli altri almeno da due punti di vista: il primo riguarda il fatto che questo programma delinea il cambiamento più radicale nel panorama di queste elezioni; il secondo è che il programma stesso propone nel suo insieme un cambiamento strutturale profondo dell’Unione, impegnato nella costruzione di una via radicalmente diversa sulla quale costruire un’Europa basata sul rispetto della sovranità popolare.

Si tratta di un programma molto ambizioso, e i riferimenti diretti per la lista italiana al gruppo parlamentare del GUE-NGL e alla Sinistra Europea se da un lato conferiscono al progetto una linea e un campo finalmente definito, dall’altro possono pesare come una maggiore responsabilità sulle spalle dei promotori e dei candidati della lista stessa, impegnata nell’impresa del superamento del quorum nelle elezioni del 26 maggio.

Ma la questione va analizzata anche da un’altra prospettiva: nella realtà, gran parte di quanto viene proposto non può essere considerato semplicemente un programma elettorale bensì un progetto complessivo e di lunga durata e, d’altro canto, questo non potrebbe essere altrimenti alla luce dei cambiamenti sistemici e di struttura in esso contenuti.

Una rapida lettura di alcuni passaggi del programma conferma questa ipotesi: sul versante istituzionale possiamo sottolineare la richiesta, fin dal primo punto, dell’ampliamento dei poteri del Parlamento europeo a scapito del Consiglio e della Commissione, così come la subordinazione della Banca Centrale Europea al potere di indirizzo dello stesso Parlamento, la cui missione e ruolo sarebbero così indirizzati verso gli obiettivi della piena e buona occupazione, un Istituto che possa divenire prestatore di ultima istanza contrastando in tal modo la speculazione finanziaria. Di notevole rilievo vi è poi la proposta di avviare commissioni di audit sulla formazione del debito e la proposta di una conferenza internazionale per la ristrutturazione del debito stesso.

Nel terzo punto sono rilevanti le proposte di armonizzazione dei sistemi fiscali e l’introduzione dell’aliquota minima del 25% per le società in tutti gli stati membri e l’introduzione di una reale tassazione sulle transazioni finanziarie.

Sul versante del lavoro anche la proposta delle 32 ore lavorative a parità di salario e l’introduzione di un salario minimo europeo, una scala mobile europea e la proposta di un contratto di lavoro europeo sono elementi di cambiamento radicale totalmente incompatibili con l’attuale architettura dell’Unione.

Questi sono solo alcuni punti tra quelli più significativi che dimostrano come la proposta sia effettivamente su scala continentale e, anzi, rigetti una prospettiva di soluzione delle questioni entro i singoli stati come dimostra ad esempio l’espressa ed esplicita opposizione al primato dell’asse franco-tedesco della recente proposta di Aquisgrana.

Si potrebbe affermare che, allo stato attuale, questi punti possano apparire come più adatti all’isola di Utopia che all’Unione Europea e questa potrebbe essere l’opinione di coloro che, a sinistra, ritengano invece preferibile la semplice fine del processo di integrazione europea e il ritorno ad una ipotetica più agevole sovranità all’interno dello stato-nazione. Ovviamente la discussione interna alla Sinistra è molto lunga e, probabilmente, difficilmente conciliabile anche nel futuro. Lasciando da parte la totale sfiducia più volte sottolineata da chi scrive nella pur minima possibilità di una gestione “da sinistra” (e anche priva, in prospettiva, di forti pulsioni belliche) di un processo storico europeo che ritorni nell’alveo dello stato-nazione, vale comunque la pena fare alcune considerazioni a riguardo. Come ha recentemente sottolineato anche Gregor Gysi,[3]la posizione nazionalista trascura il fatto che le economie nazionali sono così fortemente integrate attraverso il mercato mondiale ed europeo che diventa pressoché impossibile un loro governo nell’interesse dello stato sociale su scala nazionale; in termini più specificatamente economici, come hanno recentemente scritto Bellofiore, Garibaldo e Mortágua,[4]l’integrazione delle economie del continente è tale da dover parlare di vere e proprie catene transnazionali di valore. In questo senso una qualsiasi forma di regolazione, economica, finanziaria e sociale dei processi in corso non può che avere un livello minimo di efficacia solo su scala sovranazionale. La regressione verso  la dimensione nazionale, in questo modo, non farebbe altro che esasperare gli elementi di concorrenza distruttiva e, nell’ottica degli autori che non vedono nell’Unione Europea e nell’Euro la causa principale della crisi ma semmai strumenti di un processo più globale e di lunga durata, portebbero addirittura a politiche di maggiore austerità. In questo senso scongiurare la regressione nazionalista diventerebbe anche per la sinistra un obiettivo primario.

Certamente, il sostegno di questa posizione potrebbe comportare, nel futuro la rottura con quella parte di sinistra che vede nella fine del  processo di integrazione europea la strada da seguire per il recupero della sovranità popolare; ma la questione in esame assume oggi l’importanza di vero e proprio irrinunciabile spartiacque ai fini di una qualsiasi costruzione progettuale: le unità della sinistra si fanno, appunto, su un terreno comune progettuale, altrimenti non servono e non durano neppure lo spazio di una qualsiasi elezione.

Detto questo rimane comunque aperta tutta la questione sulla strada da intraprendere per poter cominciare a pensare nella realtà alla realizzazione di un programma che non è solo elettorale ma soprattutto ambizioso in termini politici e storici.

Della crisi della Sinistra e il consumato tradimento dei suoi valori da parte delle socialdemocrazie occidentali si è parlato molto, del fatto che la cosiddetta sinistra radicale non sia stata in grado di occupare il vuoto politico che si è andato a creare si parla meno, se non in riferimento a spiegazioni che imputano l’insuccesso alla litigiosità interna o all’eccesso di radicalità della proposta. Si potrebbe discutere a lungo in merito, ma ai più sfugge un’altra motivazione per certi versi forse più importante delle precedenti: la sfiducia generalizzata nella possibilità di realizzare i progetti di alternativa proposti. Non basta, in tal senso, pensare al martellamento culturale al quale siamo sottoposti da decenni per cui non esiste alternativa, c’è qualcosa di più e di diverso che va evidenziato. Da un lato è presente una generale sfiducia nei corpi intermedi, in primis partiti e sindacati, sfiducia non solo in merito alla loro dimensione etica o alla loro capacità di governo ma anche nel loro effettivo potere di realizzare una qualsiasi proposta di cambiamento, dall’altra esistono, in misura raramente superata nel passato, una miriade di movimenti, iniziative e anche conflitti dal basso che talvolta conducono a qualche vittoria parziale se non di nicchia ma che non riescono ad ottenere un cambiamento concreto in termini sistemici e strutturali. E’ la classica opposizione tra un capitale che si muove e agisce in uno spazio globale e una miriade di conflitti a carattere locale che possono nascere anche dal basso ma che, in quella precisa e limitata dimensione, il più delle volte rischiano di rimanere. Ci sarebbe da riflettere e analizzare molto sull’occupazione globale dello spazio da parte del capitale e il concretizzarsi dei conflitti in termini locali: dalla guerra mondiale “a pezzi” (usando una definizione di Papa Francesco), ai conflitti locali per la difesa dell’ambiente o del lavoro e la relativa tranquilla gestione da parte del capitale dei conflitti medesimi. In linea generale possiamo affermare che, in questi termini, stiamo vivendo un periodo storico nel quale è piuttosto facile da parte del potere depotenziare le forme di conflitto e mortificare la partecipazione. È esattamente nel quadro di una generalizzata accettazione di questa impossibilità di esercitare un conflitto che dobbiamo leggere la debolezza delle proposte di cambiamento radicale a sinistra soprattutto nell’ottica di una direzione rivolta verso l’idea dell’uguaglianza, invece la destra può godere di un appoggio molto più ampio, di fronte ad una concezione di generalizzata scarsità in termini economici e di diritti sociali sembra tutelare maggiormente le differenze di status e i diritti conquistati, nell’opposta direzione dell’esclusività.

Se dovessimo accettare questa impostazione, allora, in una certa misura anche la dimensione dello stato-nazione assumerebbe le caratteristiche di una arena locale nella quale le eventuali manifestazioni conflittuali possono essere più facilmente gestite da parte del potere rispetto a quelle che scaturirebbero da una dimensione sovra e transnazionale. In buona sostanza il conflitto rivolto al cambiamento sistemico in un solo stato sarebbe semplicemente destinato, presto o tardi, al fallimento.

Tralasciando per una attimo la questione dello sviluppo della democrazia diretta, che, per la verità la stessa proposta della lista giustamente auspica, ma anche del suo uso retorico, strumentale e funzionale da parte delle forze di destra impegnate nello smantellamento sistematico dei corpi intermedi – che meriterebbe una trattazione a sé – possiamo affermare che, in un certo senso, il destino dello stato-nazione, della forma partito, dei sindacati e in generale dei corpi intermedi stessi sembra essere segnato dalla loro stessa dimensione e dalla loro conseguente impotenza nella direzione del cambiamento: forti e in una certa qual misura sovrani  se funzionali e organici al sistema; deboli, inefficaci e destinati alla sconfitta qualora si ponessero in termini conflittuali con il sistema stesso.

In questo senso, la credibilità e la fiducia nei cosiddetti corpi intermedi non è indipendente né dalla loro dimensione né dalla loro possibile efficacia nell’operare un cambiamento reale. In fin dei conti i concetti di “globale” e “locale” sono mere astrazioni e confini concettuali in termini geografici all’interno dei quali possiamo comprendere tutto il mondo con le sue specificità e articolazioni. Nei confronti di tali articolazioni, la democrazia, quando deve realizzarsi all’interno di dimensioni non specificatamente locali ha ancora bisogno di corpi e strutture intermedie di rappresentanza senza le quali, nella concretezza della storia – e non nell’astratta teoria – non potrebbe realizzarsi.

In questo quadro se la critica e la proposta di alternativa contenute negli 11 punti della lista e nella piattaforma del Partito della Sinistra Europea hanno una dimensione continentale, la prassi che deve tradurre in realtà la proposta stessa non può che essere coerente con la dimensione individuata, e deve realizzarsi per mezzo di istituzioni e soggetti credibili e funzionali alla battaglia da condurre sul terreno di quella stessa dimensione.

Detto in maniera esplicita, senza soggetti capaci di agire coerentemente e unitariamente il conflitto in termini sovra e transnazionali la partita è persa in partenza.

Se oggi dobbiamo pensare ad un corpo intermedio in termini politici nel nostro continente, diventa difficile immaginarlo al di fuori di una dimensione transnazionale, impossibile ed inutile immaginarselo al di sotto di questa dimensione se il progetto è quello di un radicale cambiamento di sistema e non semplicemente di regime change.

Il terzo spazio che si intende creare ha a disposizione al momento l’ampio gruppo parlamentare del GUE-NGL come riferimento e il Partito della Sinistra Europea come soggetto principale ma è proprio in questa direzione che si impone un salto di qualità progettuale alla Sinistra Europea stessa.

Certamente il Partito della Sinistra Europea contiene diversi soggetti di diversa estrazione e  impostazione politica e l’amalgama non è semplice ancora oggi a 15 anni dalla sua nascita. È vero, come ha sottolineato il suo attuale presidente Gregor Gysi, che ai suoi albori le eventuali impostazione centraliste non furono certamente viste di buon occhio e, ad oggi, confederalità e il principio del consenso costituiscono pilastri fondanti della democraticità interna della struttura. La questione, però, è che la struttura non può continuare a concretizzarsi in una mera sommatoria di soggetti nazionali ma dovrà indirizzarsi da subito verso la trasformazione di un soggetto politico transnazionale, strumentale alla realizzazione dell’alternativa proposta nella sua piattaforma.

Allo stesso modo non è sufficiente un’organizzazione come il TUNE, il Trade Unionist Network Europe, o una qualsiasi organizzazione transanzionale sindacale se non si porrà degli obiettivi rivendicativi e conflittuali di dimensioni adeguate e, quindi, altrettanto transnazionali.

Utopia? Forse sì al momento, perlomeno in Europa; ma forse dovremmo ricordare che in uno stato federale con quasi il triplo della popolazione dell’Unione Europea come l’India, le mobilitazioni sindacali sono state in grado recentemente di portare in piazza più di una volta centinaia di milioni di persone, ovviamente nel silenzio totale della stampa occidentale ma anche nel pressoché totale interesse da parte della sinistra europea.

In questi termini, dunque, senza la realizzazione di soggetti in grado di incamminarsi lungo un percorso progettuale continentale, sia in termini di partito (parola ormai tabù nel nostro Paese incapace di vedere lo stato di avanzata decomposizione nel quale versa la sua cultura politica), che in termini sindacali, ciò che è stato proposto nei programmi presentati per le elezioni europee, rischia di rimanere quasi certamente lettera morta.

Il superamento da parte della lista della soglia di sbarramento alle elezioni del 26 maggio è fortemente da auspicare, perché, in caso contrario sarebbe molto grave non sentire la voce della sinistra italiana nel Parlamento europeo per troppi anni, così come è da auspicare che le destre più specificatamente fasciste non ottengano numeri tali da consentire loro il governo dell’Unione ma, a prescindere da qualsiasi risultato, la direzione che dovrà prendere la sinistra a partire dal 27 maggio dovrà avere la direzione specifica fin qui delineata, pena se non la sua fine, la progressiva perdita di credibilità e del già esiguo peso politico nel panorama europeo.

Da dove partire? Sicuramente, come appena evidenziato, da un’azione interna ai soggetti in campo finalizzata alla loro evoluzione funzionale alla progettualità condivisa proposta ma anche a partire da tematiche e piattaforme sulle quali potersi confrontare, condividersi e mettersi subito al lavoro.

In questo senso, se da un lato la disobbedienza ai trattati è dichiarata, dall’altro la semplice decisione di stracciarli non può lasciare poi il campo libero all’avversario  che gode di rapporti di forza al momento per noi impareggiabili nella rimodellazione ai suoi fini del continente. Insomma, detto fuori dai denti, non basta enunciare un eventuale piano B, ma bisogna realmente avercelo.

A questo scopo appare di grande utilità proprio la proposta contenuta nel finale del primo dei punti proposti dalla lista per le elezioni europee e che, come sostenuto, è parte integrante e fondamentale di un progetto di cambiamento radicale di lungo periodo: quello di aprire un percorso costituente  per un’Europa federale che ponga alla sua base i diritti sociali, civili, di libertà, delle persone.

Un percorso costituente può fungere da base comune per la costruzione di un progetto condiviso e, nello stesso tempo, rinforza e modella i soggetti che intendono realizzarlo. Questo potrebbe essere un primo passo, importante, già dichiarato, e sul quale partire subito al lavoro, una partenza immediata necessaria: è da troppo tempo che ci chiediamo “se non ora quando?”.

 

 

[1]https://la-sinistra.it/

[2]http://www.sinistraeuropea.eu/index.php/piattaforma-elettorale-del-partito-della-sinistra-europea-per-le-elezioni-europee-2019/

[3]L’Europa: le sue linee di fuga e il futuro –  in Integrazione, Disintegrazione, Nazionalismo- Transform! Europe 2018

[4]Euro al capolinea, La vera storia della crisi europea – Rosemberg & Sellier 2019

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