Benvenuta Manuela

di Luciana Castellina –

Benvenuta la compagna Manuela d’Avila, che purtroppo non sono riuscita ad incontrare quando mi sono recata, solo qualche settimana fa, a Rio de Janeiro per una conferenza all’Università Federal. Sono molto contenta che sia venuta in Italia e che attorno a lei, per ascoltarla, si riuniscano oggi tanti compagni di partiti e associazioni diverse, ma tutte impegnate a sostenere la battaglia per impedire che la bella storia di questi ultimi 13 anni del Brasile venga rovesciata. Purtroppo, per via di un incidente che mi obbliga all’immobilità, non posso essere con voi. Ma proprio il fatto di essere stata così recentemente in Brasile mi fa sentire con anche maggiore urgenza la necessità di rendere più forte la denuncia di quanto è accaduto e di intensificare le iniziative di solidarietà. Consapevole che anche da noi in Italia, sebbene non ci sia Balsonero, c’è una deriva di destra molto pericolosa, che presenta aspetti simili a quelli che si sono verificati in Brasile.
La situazione in Brasile è peggiore e al tempo stesso migliore a quella dell’Italia: perché più apertamente fascista è il governo che Bolsonaro si appresta a guidare, ma, a differenza dell’Italia, c’è tuttora una sinistra ben più forte della nostra: lo provano quei 47 milioni di voti che Manuela e Haddad hanno conquistato alle ultime elezioni.
Ci sono aspetti simili, tuttavia, sui quali credo valga la pena riflettere assieme.
Innanzitutto sia la vicenda brasiliana che quella italiana ci insegnano che il potere che vogliamo combattere, non ricorre più, quando è in difficoltà, ai tradizionali golpe militari. Non ne ha bisogno. Ricorre a mezzi più duttili e più difficili da individuare, e perciò occorre stare più attenti: all’uso sconsiderato dei nuovi media per costruire una nuova egemonia sulla società come strumento principale; alla gabbia del sistema-mondo che, per un verso rende difficile costruire alternative, ma per un altro, però, cattura con le sue lusinghe l’immaginario anche dei più sfruttati. La conseguenza è che rischiamo di perdere la società (o abbiamo, come in Italia, già largamente perduto) anche prima di perdere, laddove lo avevamo, il governo. Questo ci impone – e parlo al plurale perché la cosa riguarda sia il Brasile che l’Italia ( senza ovviamente sottovalutare le enormi differenze) – di attrezzarci ad essere ben più presenti nelle mille pieghe della società, di moltiplicare le sedi e i modi, in cui sia dato modo ai cittadini di partecipare, e dunque di capire come far fronte alle nuove strategie dell’avversario.
In Italia l’enorme indebolimento dei partiti, anche di sinistra, ha spezzato i legami fra cittadini e istituzioni, lasciando un drammatico vuoto entro cui è passata una cultura individualista che ha ucciso il protagonismo popolare, essenziale anche laddove si possiedono le leve del governo. Il nostro Gramsci indicava i rischi, da cui la sinistra non è indenne, dell’autoreferenzialismo di governi e partiti. E suggeriva, pur essendo un assertore dell’importanza del Partito come intellettuale collettivo, di far
vivere, accanto ad esso, quello che lui chiamava Soviet (intendendo Consigli permanenti, non organismi per l’insurrezione ), e cioè forme di democrazia organizzata, espressione di democrazia diretta, in grado di stabilire un rapporto dialettico con le istituzioni della democrazia delegata e con i partiti stessi.

Ricordo di quanto, ai tempi dei Forum sociali mondiali di Porto Alegre, noi europei rimanemmo affascinati dalla vostra esperienza di Bilancio comunale partecipato. In Italia provammo anche a copiarlo. Ma quell’invenzione, che rappresentava in fondo l’embrione di un Consiglio quale Gramsci lo immaginava, da noi almeno non si è generalizzata, sicché i movimenti, anche forti e capaci di strappare conquiste – penso, per esempio, a quello contro la privatizzazione dell’acqua – non sono stati in grado di darsi forme stabili, tali da poter dar seguito reale al loro successo, in questo caso la assai intricata gestione del sistema pubblico di erogazione.
Cara Manuela, è evidente che occorre adesso sul Brasile fare tantissime cose che non abbiamo ancora fatto con la dovuta forza, per far capire la gravità di quanto è accaduto da voi, drammatico per tutto il continente e per tutti noi. Creare ovunque comitati per la liberazione di Lula, e dunque di denuncia della illegalità dei procedimenti che hanno portato prima all’impeachment di Dilma, poi alla carcerazione di Lula. Credo però – ed è per questo che ho allargato il discorso – che dobbiamo dare anche più sostanza al legame fra i nostri rispettivi partiti e schieramenti discutendo di più insieme sul perché perdiamo e su cosa fare per tornare ad avere con noi la società.
Cerchiamo di lavorare meglio insieme, dando continuità ai nostri rapporti politici. Ci renderà tutti più forti.

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