a Dacca come a Latina

Di Riccardo Rifici – In Bangladesh, un piccolo paese abitato da 160 milioni di abitanti, oltre 4 milioni di persone (molte sono donne e bambini) lavorano nell’industria tessile, la seconda per volume a livello globale dopo quella cinese. Il prodotto interno lordo del Paese cresce a un ritmo del 7,8% annuo grazie anche al feroce sfruttamento dei lavoratori che producono e confezionano i capi d’abbigliamento a basso costo per le grandi catene internazionali. Questa industria e l’intera filiera provocano gravi impatti ambientali (la stessa coltivazione del cotone è una tra le più impattanti produzioni agricole).

Nei primi giorni di gennaio la capitale Dacca e altre città sono è state boccate dai lavoratori (soprattutto dalle donne) dell’industria tessile che chiedono una paga più equa e condizioni di lavoro migliori.

In un’altra parte del mondo l’estrazione di columbite-tantalite (abbreviata anche come coltan), necessaria per prodotti tecnologici (telefonini, ecc…) che avviene in particolare nella regione del fiume Congo, controllata da organizzazioni paramilitari e spesso scambiata con armi, viene attuata con forme di schiavismo.

Questi sono solo alcuni esempi tra tanti, come quello della “Top Glove” il più grande produttore mondiale di guanti chirurgici (a cui partecipano investitori occidentali), recentemente coinvolta in una scandalosa vicenda di violazione dei diritti dei lavoratori in una delle sue fabbriche in Malesia, o come quelli, magari di più piccole dimensioni, che riguardano produzioni effettuate nel nostro Paese.

Infatti, sempre in questi primi giorni di gennaio, le forze dell’ordine, in provincia di Latina, hanno arrestato diverse persone dedite allo sfruttamento dei lavoratori in agricoltura (naturalmente si tratta di odiati immigrati magari clandestini che invadono il nostro paese!).

Peraltro, gli agricoltori italiani hanno denunciato in più occasioni di essere strangolati dai prezzi imposti dal “mercato” (per essere precisi dovremmo dire che si tratta delle strutture di distribuzione e delle catene dei supermercati che impongono prezzi stracciati).

D’altra parte le emissioni di globali di sostanze tossiche, il consumo di energia e le emissioni di CO2continuano ad aumentare, il clima continua a riscaldarsi, i terreni agricoli in tutto il mondo (ed anche in Italia) continuano a perdere la loro fertilità. L’ultimo incontro internazionale sul clima, in Polonia, è stato molto deludente e ci avviciniamo rapidamente ad un punto di non ritorno.

Qualcuno potrebbe osservare che non possiamo dimenticarci della crisi economica che attraversa mezzo mondo e in particolare paesi europei come l’Italia. E allora? Che facciamo?  Vogliamo appesantire le attività produttive con oneri che riguardano la modifica dei cicli produttivi, l’eliminazione delle sostanze pericolose, o la sicurezza dei lavoratori e i salari adeguati?

Quanto detto può essere riassunto in poche parole: l’economia mondiale è interconnessa, e, soprattutto, le questioni sociali e le questioni economiche non possono essere affrontate senza affrontare le questioni ambientali, o, invertendo l’ordine dei fattori le questioni ambientali e le questioni economiche non possono essere affrontate senza affrontare le questioni sociali. I problemi che interessano queste tre grandi aree tematiche hanno come elemento causale  un modello economico-finanziario assurdo.

La precedente elencazione di avvenimenti e problemi è una premessa per farci una domanda: in questo contesto a che cosa può servire l’Europa?. La risposta a questa domanda richiede una riflessione ed un conseguente impegno programmatico.

Questa Europa è tra i principali responsabili della situazione attuale, ma potrebbe anche essere un attore importante dell’inversione di tendenza, grazie al patrimonio storico culturale di molti secoli, a cui hanno contribuito anche le lotte delle classi subalterne, e al patrimonio di ricchezza economica, scientifica e tecnologia che essa possiede.  Ricordiamoci che l’Europa, nonostante i danni prodotti e che stanno per essere prodotti dall’azione combinata degli scellerati trattati economici (il global compact ne è un esempio) e dall’azione dei “sovranisti”, ha ancora la migliore legislazione ambientale e la migliore legislazione sui temi del lavoro e della sicurezza sociale.  Certamente, una disgregazione dell’Unione europea o anche un suo ridimensionamento provocato dai “sovranismi” emergenti, rappresenterebbe un elemento di grave arretramento a livello planetario. Per questi motivi sbagliano profondamente quei compagni che ultimamente sono stati colpiti da rigurgiti sovranisti.

Ma è proprio questa la sfida che abbiamo di fronte.

Dobbiamo da un lato combattere l’attuale deriva iper liberista d’Europa, riaffermando alcuni elementi costitutivi dell’Unione Europea. Dall’altro dobbiamo riconnettere temi che riguardano l’ambiente, il lavoro e l’economia, agendo per promuovere un nuovo modello di sviluppo.

Naturalmente, anche per quest’ultima cosa dobbiamo difendere l’unità europea, infatti la scommessa di un nuovo modello di sviluppo non può essere condotta solo a livello nazionale.

Infine, non ultimo in ordine di importanza, dobbiamo dare forza ad un un compito di difesa della pace che forse solo l’Europa oggi è in grado di condurre per contrastare le guerre di tutti i tipi che alcuni paesi sono pronti ad iniziare o ad aggravare, per il controllo delle risorse ambientali e per difendere i privilegi economici della grandi multinazionali.

 

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