All’origine del successo di Salvini, Le Pen e company è la questione europea

Riccardo Petrella – Il Barbaro ha vinto, con un largo suffragio elettorale di popolo. Ci si deve domandare come è possibile che 1 su 3 elettori italiani abbiano dato il voto al portatore di una visione della vita e del mondo antiumana di stampo nazional-utilitarista (“prima gli Italiani”), identitaria escludente e opportunista (“primatismo etnico” soprattutto dei “bianchi” e “primatismo religioso” anti-mussulmano)? La questione è ancor più pertinente perché il Barbaro non è né il solo né il più potente portatore di tale visione.
Si tratta di una visione che si è imposta politicamente negli ultimi anni a livello planetario, di cui certamente l’americano Trump è l’espressione la più esplicita e aggressiva, barbara. Fatti salvi i debiti distinguo, la si ritrova fortemente nel cruente filippino Duterte, nell’altrettanto feroce brasiliano Bolsonaro, ma anche nelle classi dirigenti più borghesi e “corrette” britanniche del Brexit alla Farage e Johnson, nel trionfo ieri del movimento di Marine Le Pen in Francia a scapito di Macron, così come nell’indiano Modi, il cui successo clamoroso della settimana scorsa nel nome del nazionalismo hindu avrà conseguenze deleterie durevoli non solo nel continente asiatico ma nel mondo intero e, infine, per non allungare la lista ancora di molti nomi, nell’israeliano teocrate ultra guerrafondaio Netanyahu.
Come spiegare un consenso/adesione cosi vasto e diffuso nel mondo? Certamente una delle ragioni, fra le tante in azione, sta nel declino della sicurezza di potere e di benessere della classe media, principale vittima delle ineguaglianze acuite dall’economia globalizzata capitalista finanziaria e tecnologizzata. E perché la classe media? Perché essa resta dappertutto un gruppo sociale transversale avente un potere di reazione influente, per quanto contradditorio, sulle evoluzioni in corso. Anche le classi popolari (contadini, operai, commercianti, piccoli imprenditori, pensionati, donne e uomini) sono state vittime maggiori ma il loro potere di reazione influente è stato nel frattempo sminuzzato e diminuito.
Insieme, però, esse sono state prese dalla paura del presente e per il divenire, trasformatasi nell’adesione ai politici che hanno predicato il rigetto dell’altro come causa dei loro mali e, quindi, il rigetto delle forze sociali gestionarie, in modo sempre meno giusto, delle politiche economiche e sociali di welfare.
Per limitarci all’Europa, che meglio conosciamo, il grande errore dei gruppi dominanti, denunciato da molti fin dagli anni ’80, è stato quello di non aver capito che le loro politiche ambigue, falsamente rivolte al benessere dei cittadini e alla democrazia, ma strutturalmene centrate sull’austerità, gli sgravi fiscali, la collusione riguardo i paradisi fiscali, i profitti speculativi, l’arricchimento scandaloso dei già ricchi, la tecnologia conquistatrice, i trattati internazionali al servizio dei più forti, stavano minando e distruggendo le basi reali dell’integrazione europea.
Per cui, in meno di venti anni, l’Unione europea è diventata un processo sempre meno accettato, un processo considerato colpevole, a ragione, dello stato precario dei lavoratori, della fine dei contadini, della crescita dei 120 milioni d’impoveriti. Le ineguaglianze volute dalle oligarchie europee , grazie anche alle debolezze dei sindacati e delle forze dicentesi di sinistra, diventati co-gestionari delle suddette politiche nel nome della competitività europea su scala mondiale, non solo hanno sgretolato la comunità dei cittadini europei, ma hanno imprigionato la paura e la rivolta di una forte minoranza crescente di europei non contro il sistema imposto dalle oligarchie europee, ma verso il sostegno di soluzioni strettamente corporative nazionali attorno a forze politiche che, grande paradosso attuale, non propongono di smantellare il sistema socioeconomico dominante imposto.dalle oligarchie europee e mondiali ma di riportare il tutto sulla sponda della sovranità nazionale salvatrice.
Da qui la “caccia agli invasori” (i migranti), “la lotta ai nemici” (i terroristi), l’esaltazione del “destino nazionale” e della “fede che dà identità” (la religione come politica elettorale), la “difesa della ricchezza nazionale” (il protezionismo come strumento di guerra e di dominio). L’importanza specifica di questi orientamenti strategici varia da paese a paese. Negli Stati Uniti essi si riconducono all’obiettivo di conservare la supremazia mondiale contro quelli che sono considerati gli assalti cinesi miranti a prendere il posto della prima potenza mondiale. Nel caso della Gran Bretagna si traducono nella ricerca affannata e disperata, sempre meno convincente e realista, di restare una potenza mondiale “regnante” senza essere legata all’Europa continentale. Nel caso dell’Italia,”potenza” di medio-piccolo calibro su scala mondiale, la sola risposta che le classi dirigenti italiane sono state capaci di formulare in questi anni è il ricorso alle retoriche e mistificazioni fasciste, mussoliniane, di cui il berlusconismo è stato una variante contemporanea con caratteri propri (per esempio sul piano della corruzione e della moralità politica) e di cui si trovano tracce anche nel breve periodo tecnocratico renziano (“l’Italia farà da sé”…”l’Italia è capace di essere la prima in Europa….” “io ho numeri dalla mia parte”).
La questione europea, drammatica, profondamente pregnante per il divenire di più di 500 milioni di abitanti, sta proprio nel paradosso di voler destinare il nostro futuro a dei gruppi che produrranno conflitti e lotte di potere intestine intraeuropee, ma che non intaccheranno alla base le strutture di potere economico e tecnologico che sono, per l’appunto, all’origine dei successi attuali dei barbari nostrani e mondiali. La questione europea potrà esser risolta in maniera positiva tagliando il cordone ombelicale con le cause creatrici d’ineguaglianza a partire dalla de-costruzione del sistema finanziario attuale. E non è vero che ciò non sia possibile.

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