“Another brick in the wall”?

di Nicoletta Pirotta

Nelle prime ore del 13 agosto del 1961 le unità armate della Germania dell’est costruirono un muro insuperabile che attraversava tutta la città, divideva le famiglie in due e tagliava la strada tra casa e posto di lavoro, tra scuola e università. L’ordine fu quello di sparare su tutti quelli che avessero cercato di attraversarlo. E così il confine tra est ed ovest europeo diventò una trappola mortale.

Anche per questo, il muro di Berlino divenne un vero e proprio simbolo non soltanto della Germania divisa, ma di tutta la cosiddetta “guerra fredda” : ad est l’Unione Sovietica , ad ovest gli Stati Uniti.

Negli anni ‘80 qualcosa iniziò a cambiare. Con il nuovo leader del Partito Comunista Sovietico, Mikhail Gorbačëv , si diede il via al processo di “perestroika”, un complesso di riforme finalizzate alla riorganizzazione economica e politica dell’Unione Sovietica, in ragione della quale il muro di Berlino divenne sempre più inattuale ed imbarazzante davanti alla comunità internazionale.

Il 9 novembre del 1989 i berlinesi armati di piccone iniziarono a demolire il muro.
La caduta del muro venne accolta festosamente perché quel crollo fu universalmente interpretato come un segno del fatto che la divisione dell’Europa in due blocchi stava definitivamente finendo.

Purtroppo l’aver immaginato che quel crollo potesse inaugurare, a livello internazionale, una stagione di “magnifiche sorti e progressive” che avrebbe diffuso a pieni mani libertà e democrazia per tutti e per tutte, ha dovuto fare i conti con la dura realtà: senza più alcun antagonismo il capitalismo mondiale si è riappropriato rapidamente di regioni immense ampliando in modo esponenziale l’internalizzazione dei propri affari e dei relativi profitti.
La crisi economica del sistema ha poi ulteriormente aumentato sfruttamento, diseguaglianza e povertà.

Ed oggi ci tocca vivere in una società asimmetrica, violenta ed ingiusta che acuisce la relazione di potere tra uomini e donne fossilizzata nelle strutture patriarcali, la miseria delle persone immigrate e la ricattabilità di minoranze oppresse. Una “povertà” diffusa, fluida e disorganizzata che cerca spiegazioni e facilmente le trova nei pregiudizi popolari, nell’efficace logica del capro espiatorio o del soggetto da tenere sotto controllo (la donna ancella, il nero delinquente, l’ebreo malvagio,…)

Dentro a tutto ciò una confusa sinistra di governo ha tenuto artificialmente in vita l’illusione che il capitalismo globalizzato potesse garantire diritti sociali e libertà individuali. E così ha finito per decomporsi lasciando spazio a forze politiche conservatrici interessate al consenso delle gerarchie clericali ed a un’estrema destra razzista , sessista ed omofoba capace di costruire consenso ed egemonia.

Il muro di Berlino è caduto, e non va rimpianto, ma, di contro, se ne sono alzati altri : muri di filo spinato o d’acqua salata per respingere chi cerca una vita migliore; muri invisibili agli occhi ma ferocemente potenti sul piano simbolico contro il principio di autodeterminazione sul proprio corpo e sulla propria vita.

Le donne pagano un prezzo altissimo, perché i nostri diritti e la nostra libertà di scelta risultano insopportabili a chi vuole consolidare un sistema di potere asimmetrico, gerarchicamente fondato sulla triade “padre-padrone-padreterno”.

Ne abbiamo avuto la riprova nel partecipato convegno internazionale “La vita al lavoro, il senso dei lavori: pensieri e pratiche femministe” tenutosi a Roma presso la Casa internazionale delle donne qualche settimana fa. L’arretramento dei diritti, l’aumento della povertà e della violenza sono costanti che riguardano sopratutto le donne, native e migranti, in ogni parte d’Europa e del mondo.

Ma non dobbiamo lasciarci prendere dalla rassegnazione e dallo scoramento.
Il ritrovato protagonismo di moltissime donne che, in ogni parte del mondo, riempiono strade e piazze per reclamare diritti e libertà contro ogni forma d’alienazione, di dominio e di violenza ci dice che i muri sono fatti per essere abbattuti e che “another brick in the wall” è di nuovo possibile. Nonostante tutto.

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Di là e di qua della caduta del muro
L’industria del senso

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