Collasso della democrazia in Brasile

Brasile: democrazia al collasso?

di Alfredo Saad-Filho (SOAS, University of London) – traduzione Marco Boffo –

Il 28 ottobre 2018, Jair Bolsonaro è stato eletto come prossimo Presidente del Brasile, vincendo al secondo turno delle elezioni presidenziali con il 55,1% dei voti. Dato il clima turbolento nel quale versa il paese dal 2014 a questa parte, la vittoria di Bolsonaro era purtroppo prevedibile. Dal momento del golpe giudiziario-parlamentare che ha rimosso il Presidente eletto Dilma Rousseff, del Partido dos Trabalhadores (PT), la nuova amministrazione guidata dall’ex Vice-Presidente Michel Temer ha portato avanti la propria agenda di “riforme” neoliberiste. La crisi economica è proseguita senza sosta e la campagna per la distruzione del PT si è intensificata, portando all’incarcerazione di Luiz Inácio Lula da Silva, ex-Presidente e fondatore del PT, correttamente descritto da Noam Chomsky come “il più illustre prigioniero politico al mondo”. Infine, le forze armate sono intervenute sempre più spesso nella vita politica, in particolar modo attraverso l’occupazione di aree periferiche a Rio de Janeiro. La loro stretta articolazione con il settore giudiziario è condensata nella nomina del Generale Fernando Azevedo e Silva come “consigliere” del Presidente della Corte Suprema e in affermazioni che sarebbero state scandalose in tempi meno turbolenti, come per esempio la malcelata richiesta di incarcerazione per Lula da parte del comandante dell’Esercito brasiliano, il Generale Eduardo Villas Boas. Lo spostamento coordinato delle istituzioni pubbliche verso una varietà di neoliberismo estremamente escludente ha trovato resistenza nei tentativi di ricostruzione della sinistra attraverso la campagna di Lula per la presidenza e, in particolare, attraverso la sua carovana in giro per il paese ad inizio 2018, che ha portato alla sua rapida ascesa nei sondaggi.

Data la probabilità che il colpo di stato contro Dilma Rousseff finisse con la vittoria di Lula alle urne, non sorprende che la cancellazione delle elezioni sia stata discussa. Tuttavia, questa non è stata necessaria. I golpisti sono riusciti a condannare Lula a più di dodici anni di prigione nonostante la mancanza di prove e, successivamente, a bloccare la sua candidatura, in una palese dimostrazione di uso offensivo della leggecontro di lui e il suo partito. L’intensificarsi del conflitto tra una sempre più radicale “alleanza del privilegio” al potere e i tentativi di risposta da parte del PT e dalla sinistra hanno consolidato la posizione di Lula non solo come leader indiscusso del campo democratico, ma anche come leader più abile della storia politica brasiliana. Al contrario, una serie di figure anonime e di personalità insignificanti si è alternata alla guida dell’alleanza del privilegio.

Pertanto, il golpe è stato strettamente associato a una grave perdita di rappresentatività dei principali attori politici e a un conflitto sempre più aspro tra i poteri della Repubblica. La conseguenza è stata la fuga della legittimità politica verso specifici individui, in particolare giudici “vendicatori” che si oppongono alla corruzione. L’Esercito è la sola istituzione che è riuscita a evitare il miasma dell’illegittimità, il che ha dato ai recenti sviluppi una tendenza fortemente autoritaria e antidemocratica. In breve, una delle peculiarità dell’ascesa del neoliberismo autoritario in Brasile è l’assenza di una leadership forte, di partiti solidi e di movimenti organizzati attorno a programmi nazionalisti di destra: il golpe brasiliano è una forza sociale indipendente dagli individui apparentemente in posizioni di comando.

Numerosi esempi illustrano questa tendenza, come la distruzione di Aécio Neves, che ha dato il via al golpe sfidando incautamente l’esito delle elezioni del 2014, l’incarcerazione dell’ex Presidente della Camera dei Deputati Eduardo Cunha, che ha avviato il processo di impeachment, l’implosione della candidatura presidenziale di Geraldo Alckmin nel 2018 (l’uomo che aveva tutto per essere il candidato del “capitale in generale” ma che ha ottenuto meno del 5% dei voti), la rovina di una lunga lista di consiglieri di Temer e l’implosione dei principali partiti di centro-destra, il PSDB e il PMDB. Il golpe è sfuggito al controllo dei suoi creatori, i quali sono stati consumati dalle fiamme che avevano alimentato. L’incenerimento delle forze tradizionali di centrodestra ha preparato il terreno per la candidatura dell’estremista di destra Jair Bolsonaro (non a caso un capitano dell’Esercito in pensione) – avvenimento che fino a poche settimane prima delle elezioni sembrava ancora più improbabile del trionfo di Donald Trump negli Stati Uniti. Tuttavia, paragonato al suo gemello tropicale, Trump offre un esempio di stabilità mentale, moderazione politica e raffinatezza.

Per comprendere l’esito elettorale di domenica scorsa, la disamina dello sviluppo della crisi politica in Brasile suggerisce una tragedia in quattro atti, brevemente descritta di seguito.

Il contesto globale

Il mondo sta attraversando un’ondata crescente di neoliberismo autoritario, come risultato di tre processi convergenti: la triplice crisi delle economie, dei sistemi politici e delle istituzioni di rappresentanza alla luce della crisi finanziaria globale iniziata nel 2007; la decomposizione delle democrazie neoliberiste; e il sequestro del malcontento di massa da parte dell’estrema destra.

La diffusione del neoliberismo ha eliminato milioni di posti di lavoro qualificati, specialmente nelle economie capitaliste avanzate, mentre intere professioni sono scomparse o sono state esportate in paesi con un minore costo del lavoro. In tutto il mondo, le opportunità di impiego nel settore pubblico sono diminuite a causa delle privatizzazioni e della contrazione delle agenzie statali e delle imprese di proprietà pubblica; la stabilità occupazionale è diminuita e i salari, i rapporti di lavoro e le condizioni di vita tendono a deteriorarsi. I lavoratori informali hanno subito gravi perdite, sia direttamente che attraverso la diminuzione della disponibilità di opportunità di lavoro stabile. A loro volta, i lavoratori formali temono che le loro occupazioni possano essere esportate mentre, allo stesso tempo, devono sopportare un lavoro sempre più stressante e precario. Pressioni simili sono avvertite da una classe media indebitata, impoverita, ansiosa e sempre più vulnerabile. In tutto il mondo, ciò che resta di strati sociali una volta privilegiati lamenta l’incapacità di assicurare migliori circostanze materiali per i propri figli. La contropartita politica di questi processi economici è che, sotto il neoliberismo, i lavoratori tendono a diventare sempre più divisi, disorganizzati e politicamente impotenti. La loro influenza politica è diminuita quasi inesorabilmente.

La trasformazione delle strutture sociali, delle istituzioni e delle leggi ha anche teso a sgombrare la sfera politica da partecipazione, rappresentatività e legittimità, rendendo i “perdenti” sempre più incapaci di resistere al neoliberismoe persino di concettualizzare alternative a questo sistema di accumulazione. Questi processi aiutano a spiegare il declino a livello mondiale dei partiti di sinistra, delle loro organizzazioni di supporto, dei sindacati e di altre forme di rappresentanza collettiva. Mentre tutto questo ha sostenuto il consolidamento del neoliberismo, ha anche promosso il disimpegno di massa dalla politica convenzionale, creato potenti tendenze verso l’apatia e l’anomia e minato l’egemonia ideologica e la legittimità politica del neoliberismo: con l’erosione della credibilità dei partiti tradizionali, dei loro leader e delle loro organizzazioni, i percorsi istituzionali per l’espressione del dissenso si sono contratti bruscamente.

I grandi gruppi sociali sono consapevoli delle perdite subite sotto il neoliberismo e diffidano sempre di più delle istituzioni “democratiche” che ne sostengono sistematicamente la riproduzione e ignorano la loro insoddisfazione. Questi gruppi sono spinti sistematicamente da politici di destra e dai media mainstream ad incolpare “l’altro” per i disastri inflitti dal neoliberismo – specialmente i poveri, gli immigrati, i paesi stranieri e le minoranze religiose.

L’ascesa del neoliberismo autoritario è stata paragonata all’ascesa del fascismo negli anni ‘20 e ’30. Eppure, nonostante importanti somiglianze, questi processi sono fondamentalmente distinti. In particolare, leader autoritari in Austria, Egitto, Ungheria, India, Italia, Polonia, Russia, Tailandia, Turchia e altrove hanno preso il potere non attraverso scontri di strada tra le loro milizie e un forte movimento comunista, ma attraverso trucchi politici, pubblicità costose, tecnologie moderne, agitazioni pianificate e forza bruta. Essi cercano di imporre un programma radicalmente neoliberista, giustificato da un discorso conservatore e nazionalista. Non si tratta dunque di una politica che si ispira all’organizzazione di massa, ma di uno stratagemma messo in atto da imbroglioni ambiziosi, demagoghi assetati di potere e illusionisti politici che sfruttano le fratture esistenti nell’ordine neoliberista.

Pertanto, il paradosso del neoliberismo autoritario è che promuove la personalizzazione della politica attraverso leader “spettacolari” (spesso fugaci), che operano in assenza di istituzioni intermedie (partiti, sindacati, movimenti sociali e, in ultima analisi, la legge) e sono fortemente dediti sia al perseguimento dei dogmi del neoliberismo che all’espansione del proprio potere personale. È interessante notare che questi leader promuovono programmi economici che danneggiano la loro stessa base politica, in quanto promuovono forme radicalizzate di globalizzazione e finanziarizzazione che aumentano ulteriormente il potere dell’élite neoliberista. La società è divisa ancora più in profondità, i salari diminuiscono, le tasse diventano più regressive, le protezioni sociali vengono erose, le economie diventano più squilibrate e la povertà tende a crescere. La frustrazione di massa si intensifica, alimentando un malcontento non focalizzato: il neoliberismo autoritario è intrinsecamente instabile e crea condizioni che sostengono l’ascesa di forme contemporanee di fascismo.

Dalla politica delle alleanze all’ascesa dell’estrema destra

La storia politica del Brasile negli ultimi 15 anni può essere letta a partire dalle lotte di potere tra opposte alleanze. Tra il 1999 e il 2005, Lula e il PT hanno costruito un “alleanza dei perdenti”, che includeva gruppi il cui unico collante era l’esperienza delle sconfitte subite sotto il neoliberismo. Questi includevano la classe lavoratrice sindacalizzata urbana e rurale, in particolare gli operai specializzati e gli impiegati; i gradi più bassi del pubblico impiego e settori delle classi medie professionali; ampi segmenti della classe lavoratrice informale; molti illustri capitalisti, specialmente tra la borghesia interna; e oligarchi di destra, proprietari terrieri e politici locali delle regioni impoverite.

Invece, tra il 2005 e il 2013, Lula e Dilma Rousseff hanno guidato una “alleanza dei vincitori”, che includeva quei gruppi che avevano guadagnato di più durante le amministrazioni PT; in particolare, la borghesia interna, la maggior parte dei lavoratori del settore formale e ampi segmenti della classe operaia informale. A differenza dell’alleanza dei perdenti, l’alleanza dei vincitori aveva un vertice più ristretto – a causa della perdita del sostegno da parte della borghesia internazionalizzata, dei media mainstream e della classe media – e una base enormemente più ampia, soprattutto tra i lavoratori informali.

L’amministrazione Rousseff ha ricomposto la propria base di sostegno e, tra il 2013 e il 2014, ha fatto affidamento su una “alleanza progressista” che includeva principalmente i lavoratori formali organizzati, una grande massa di lavoratori poveri disorganizzati e gruppi di sinistra organizzati in partiti, movimenti sociali e ONG. Ancora una volta, l’alleanza si era ristretta al vertice e allargata alla base. Questo è stato sufficiente per garantire la rielezione di Rousseff nel 2014, ma il sostegno disorganizzato dei poveri si sarebbe dimostrato incapace di sostenerla al potere. Gli anni seguenti sono stati segnati dall’indebolimento e dall’erosione dell’alleanza progressista, culminati nell’impeachment del Presidente quando il suo sostegno di massa era diventato estremamente basso.

Al contrario, l’opposizione si è radunata attorno a una crescente “alleanza neoliberista” o a una “alleanza del privilegio” guidata dall’élite. Questa comprende: la borghesia internazionalizzata; la stragrande maggioranza della classe media urbana e degli imprenditori di piccole e medie dimensioni; i media mainstream; e sezioni dei lavoratori informali, molti dei quali hanno beneficiato enormemente delle misure dei governi PT e si sono raggruppati attorno a sette evangeliche ultra-conservatrici. La cattura dell’Esecutivo da parte dell’alleanza del privilegio, con l’appoggio di una grande massa di poveri, ha fatto parte di un processo di demolizione della democrazia, che cerca di distruggere qualsiasi spazio politico attraverso il quale la maggioranza possa controllare qualsiasi parte dello stato o qualsiasi strumento di politica pubblica.

L’inverosimile ascesa di Jair Bolsonaro

Cinque anni di tensioni politiche e degrado della democrazia sono culminati nelle elezioni presidenziali del 2018. Il processo elettorale ha ruotato attorno allo scontro tra due fenomeni politici di grande portata storica. Da un lato, lo straordinario talento politico di Lula, il quale, anche dal carcere, è riuscito a mettere insieme un candidato alternativo e superare in astuzia i suoi potenziali concorrenti nel centro-sinistra, aprendo la strada alla crescita esponenziale di Fernando Haddad nei sondaggi.

Dall’altro lato, tuttavia, l’acume politico di Lula non è stato in grado di arginare l’ondata di un movimento di massa di estrema destra guidato da un oscuro deputato emerso molto avanti nel corso del primo turno delle elezioni. Nonostante i frequenti paragoni con il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump (che ha avuto una carriera di successo in televisione, se non nel mondo degli affari), Jair Bolsonaro si distingue per aver fallito in tutto ciò che ha cercato di fare prima delle elezioni, che sia come ufficiale militare (la sua carriera è stata frustrata), terrorista (dilettante) o deputato federale (inefficace). Nonostante questa storia di fiaschi, Bolsonaro ha fatto enormi progressi, sia presso i rappresentanti del capitale – i quali erano alla disperata ricerca di una qualsiasialternativa praticabile al PT – sia tra i lavoratori (in particolare la classe lavoratrice informale), che si sono riversati a milioni su Bolsonaro durante la campagna elettorale.

Il sostegno di massa per questo fascista incompetente è stato supportato da quattro piattaforme: la lotta contro la corruzione (piattaforma tradizionale con la quale la destra guadagna popolarità di massa in Brasile, come ad esempio nel 1954, 1960, 1989 e 2013); il moralismo conservatore (spinto dalle chiese evangeliche); l’opinione secondo la quale la “sicurezza” può essere raggiunta attraverso la violenza sponsorizzata dallo stato (tesi che trova facilmente favore in un paese con oltre 60.000 omicidi all’anno, oltre a decine di migliaia di altri crimini violenti); e un discorso economico neoliberista, incentrato sulla promozione di tagli ad uno stato (presumibilmente corrotto) rappresentato come un parassita che prospera sulle attività dei cittadini “onesti”. La rottura dell’alleanza progressista e l’emorragia dei consensi degli elettori poveri verso Bolsonaro è dunque la versione brasiliana del processo di consolidamento di una maggioranza elettorale per il neoliberismo autoritario che si è riscontrata recentemente in altri paesi.

Così, la sconfitta del PT e il rovesciamento di Dilma Rousseff hanno fatto parte di un più ampio processo di dislocazione del centro di gravità politico in Brasile verso l’alto (all’interno della piramide sociale) e a destra (in termini di posizionamento nello spettro politico). Questi mutamenti hanno creato, per la prima volta in più di mezzo secolo, un movimento di massa di estrema destra con ampia penetrazione nella società. Ciò non solo ha prosciugato il potenziale supporto per il candidato del PT, ma ha anche portato all’implosione dei tradizionali partiti di centrodestra, i quali sono stati devastati dall’ascesa di Jair Bolsonaro mentre il caos politico si impadroniva del paese.

L’impasse

Nel breve termine, l’impasse politica brasiliana implica che l’amministrazione che verrà inaugurata nel 2019 sarà inevitabilmente instabile e che, col tempo, la Costituzione del 1988 ha buone probabilità di diventare impraticabile, portando così alla disintegrazione della democrazia in Brasile.

Qualsiasi presidente eletto avrebbe serie difficoltà a governare con un’economia stagnante, un Congresso ostile, una magistratura eccessivamente autonoma e abituata a sconfinare nel territorio degli altri poteri repubblicani, le forze armate in stato di eccitazione e un emendamento costituzionale che fissa un tetto alle spese fiscali per i prossimi vent’anni (che soffocherà lentamente la pubblica amministrazione). A livello di mobilitazione popolare, dal 2013 le strade non sono più monopolizzate della sinistra, ma vedono ora la partecipazione di grandi masse all’estrema destra, circondate da una frangia violenta.

Se l’esito elettorale fosse stato diverso, un Presidente di centrosinistra avrebbe senza dubbio trovato lo stato in una situazione peggiore di quella in cui lo aveva trovato Lula nel 2003, a causa dell’istituzionalizzazione delle riforme neoliberiste imposte dall’amministrazione Temer. Questi vincoli avrebbero reso difficile governare senza una riforma costituzionale; tuttavia, un’assemblea costituente sarebbe stata inevitabilmente dominata dalla destra, la quale avrebbe cercato di imporre una Costituzione ancora peggiore di quella attuale. Così, la sinistra si presentava alle elezioni screditata, disorganizzata e immobilizzata dal punto di vista istituzionale.

Ora, Jair Bolsonaro, un Presidente di estrema destra senza esperienza di governo, senza il supporto di una struttura partitica stabile e impreparato sotto ogni punto di vista, dovrà fare i conti con la Storia: anche i Presidenti Janio Quadros e Fernando Collor sono stati eletti da alleanze delle élite che avevano scambiato promesse di buon senso contro una vittoria alle urne; entrambe le loro amministrazioni hanno avuto vita breve. In un sistema politico decentralizzato, i leader autoritari riscontrano gravi difficoltà a governare, a prescindere dalla loro legittimità o base sociale. Inoltre, il “presidenzialismo di coalizione” istituito dalla Costituzione brasiliana richiede continue trattative al Congresso, e comporta sempre il rischio di infrangere la legge, specialmente quando il presidente ha pochi alleati affidabili al vertice o viene contestato da un’opposizione di massa.

Oltre a questi principi generali, le elezioni del 2018 hanno portato a cinque lezioni specifiche. In primo luogo, il centro di gravità politico in Brasile si è spostato a destra. Dal sud al centro-ovest, passando per il prospero sud-est, l’elettorato di destra ha raggiunto una solida maggioranza. Data l’importanza di queste regioni, dal punto di vista elettorale la sinistra è circondata. In secondo luogo, l’ascesa di Bolsonaro deriva dalla potente combinazione di tre fattori: un profondo odio di classe, ben sedimentato in una società segnata da enormi cicatrici a seguito di secoli di schiavitù; recenti insurrezioni di destra; e un intervento trasparente a guida statunitense nel processo politico brasiliano. In terzo luogo, dal 2013, la politica brasiliana è stata caratterizzata da una convergenza di insoddisfazioniche ha consolidato un’alleanza neoliberista attorno a un programma economico e politico escludente e distruttivo della cittadinanza.

In quarto luogo, la destra brasiliana è profondamente divisa. Mentre la sinistra, in modalità difensiva, può unirsi sotto l’ombra di Lula, la destra – sorprendentemente, data la sua egemonia sulle istituzioni dello stato e la sua capacità di rovesciare Dilma Rousseff – non può generare leader degni di nota, né unificare attorno al suo programma di riforme neoliberiste radicali. I suoi partiti politici tradizionali stanno implodendo, lasciando al potere un’accozzaglia di politici inesperti, inetti, idiosincratici e reazionari.

In quinto luogo, la peggiore contrazione economica registrata nella storia del Brasile e la più grave impasse politica nel secolo scorso hanno profondamente degradato la democrazia brasiliana e reso impossibile a qualsiasi composizione di forze politiche plausibile la stabilizzazione del sistema di accumulazione. Pertanto, la tendenza è che queste impasse vengano risolte con mezzi extra-costituzionali. Questa sarà una fine ingloriosa per un esperimento democratico che ha segnato due generazioni e che ha raggiunto successi indiscutibili. Sfortunatamente, la vittoria elettorale di Bolsonaro rappresenta la chiusura di un ciclo politico, nel quale si è rivelato impossibile risolvere il conflitto tra neoliberismo e democrazia in Brasile all’interno dell’arena politica costruita nella transizione successiva alla dittatura militare.

Questo articolo è una versione leggermente modificata di un articolo pubblicato sul sito della rivista Jacobin.

Alfredo Saad-Filho è professore di economia politica presso il dipartimento di Development Studies della SOAS, University of London.

 

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