Cambiamo il futuro

di Giulia Rodano –

È difficile sfuggire oggi al senso di stanchezza di fronte alla retorica europeista. È difficile soprattutto per quante hanno fatto della battaglia per la libertà femminile uno degli elementi fondanti non solo dell’agire pubblico, ma anche della propria esistenza nel mondo.
Il divario crescente tra la declamazione dell’Europa come spazio di libertà e una realtà delle donne fatta di crescita della povertà, della fatica, della precarietà e delle disuguaglianze è sempre più evidente.
Alla fatica si aggiunge la stanchezza nel sentirsi usate, nel sentire citare la propria condizione di donna europea come una prerogativa da difendere contro gli altri, gli stranieri, quelli che vengono da lontano e che metterebbero a rischio la nostra libertà.

La stanchezza e la delusione sono del resto ben motivate. Perché le donne hanno segnato fin dall’inizio l’edificazione dell’Europa politica, ne hanno condizionato la cultura e l’azione.
L’Europa ha fatto sperare le donne e le donne hanno molto lavorato per segnare la costruzione europea, per affermare punti di vista di genere, per costruire politiche e opportunità, per far giocare alle istituzioni europee un ruolo di stimolo, di promozione e di sviluppo delle libertà femminili.
E l’Europa questo compito l’ha anche svolto, soprattutto nel primo periodo della sua storia. Già nel Trattato di Roma è presente la parità di retribuzione tra uomini e donne, affermazione innovativa, quanto ancora rimasta inattuata.

Nel corso dei decenni, mentre crescevano i movimenti delle donne, si è formato un vero e proprio corpo di legislativo, fatto di direttive riguardanti l’accesso al lavoro, la protezione della maternità, la sicurezza sociale, i congedi parentali. Negli anni ’80 si è aperta la stagione delle politiche di pari opportunità e delle azioni positive, per arrivare fino al riconoscimento del “gender mainstreaming” e alla solenne affermazione nel Trattato di Amsterdam della necessità della “sistematica realizzazione delle pari opportunità in tutte le politiche comunitarie”.
L’Europa dunque è stata attraversata, percorsa dalle donne, dalle loro parole, dalle loro idee. Le donne hanno cercato di imporre anche forme nuove della politica e dell’amministrazione, luoghi, spazi non residuali e non subalterni per i punti di vista di genere. Ancora oggi si possono contare, esperienza assolutamente particolare, fino a tredici organismi tra Parlamento, Commissioni, agenzie che hanno come oggetto le politiche di genere.

Se c’è qualcuno che può legittimamente parlare di delusione nei confronti dell’Europa, delle sue istituzioni, delle sue politiche, queste sono proprio le donne.
Se esiste dunque un campo in cui emerge la contraddizione tra l’Europa “formale” e quella “reale”, tra le promesse e la realtà della politica europea, questo è proprio quello della condizione e della libertà delle donne.
Tra le parole dell’Europa sulle donne e le politiche di austerità dei governi europei degli ultime decenni c’è un abisso sempre più grande. L’Europa formale, come se l’Europa, nelle sue istituzioni, non si accorgesse degli effetti delle sue stesse politiche.
L’aumento della disuguaglianza di genere nega la stessa produzione delle direttive europee. L’Europa ci dice ancora, lo hanno ripetuto ancora i capi di stato e di governo in occasione della celebrazione del Trattato di Roma, che le anziane sono le persone che corrono il maggior rischio di cadere in povertà, che crescono le difficoltà per la maternità, in particolare nei Paesi del Sud d’Europa. Ma è la stessa Europa che considera la legge Fornero una buona pratica, che impone a quegli stessi Paesi del Sud i tagli alla spesa pubblica, il blocco delle assunzioni, la riduzione dei servizi per l’infanzia, la privatizzazione dei servizi.
Intanto la generazione Erasmus si sta trasformando nella generazione precaria, negando a milioni di donne la possibilità di scegliere, di costruirsi una vita piena, di essere lavoratrici e madri, di vivere con agio la propria complessità.

Abbiamo dunque sbagliato a sperare? La domanda è legittima e la risposta difficile.
La cosa essenziale è cercare di capire da dove origina la contraddizione che ha spento o allontanato la speranza.
Certamente la speranza dell’uscita dallo stato nazionale, costruito su un’idea di cittadino neutro, fondato su stereotipi patriarcali, la nascita di un’Europa antifascista, antirazzista, transnazionale aveva nutrito l’idea di una maggiore permeabilità alle idee e alle politiche femministe e anche di aver ottenuto reali avanzamenti.
Ma l’indebolimento dell’uguaglianza e della democrazia europee hanno marginalizzato la battaglia femminista attorno e dentro le istituzioni europee.
Le donne e la loro libertà sono vittime, non del processo di costruzione europeo, ma della sua drammatica deformazione funzionalistica, dell’asservimento dell’Europa alle politiche neoliberiste delle sue classi dirigenti.

La contraddizione tuttavia non ha determinato solo delusione e distanza. Le donne sono oggi una fondamentale pietra di inciampo di questi processi. Le donne sono, come afferma Nonunadimeno, in stato di agitazione permanente. C’è una grande forza nel fare delle donne, nel loro riconoscersi oppresse dentro e con le altre oppressioni, nel comprendere il nesso tra la centralità politica del genere e del corpo femminile e quella dei migranti, nella relazione stretta tra femminismo e antirazzismo, nella comprensione della necessità di rifiutare una globalizzazione costruita sulla standardizzazione e sulla competizione, nel rifiuto della commercializzazione assoluta che riduce le persone e in particolare le donne a consumatori, neutri e isolati.
Tutto questo fa pensare che esiste la possibilità di costruire un nuovo paradigma europeo, se l’Europa sa riconoscere le differenze e combattere le ingiustizie, sa accogliere e sa redistribuire risorse, lavoro e cura.

Per le donne, insomma, non c’è terreno su cui arretrare. Si può solo cambiare il futuro.

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