di Tommaso Chiti –
Exit or voice
Secondo una nota teoria sociologica, le interazioni interpersonali, specialmente in caso di definizione di scelte, si possono articolare in una spinta al consenso (loyalty), oppure alla partecipazione anche come protesta (voice), o al contrario all’astensione e alla defezione (exit). Così almeno pensava il suo autore Hirschman (1970), declinando l’archetipo a varie categorie della vita politica ma anche economica.
Nel pieno della campagna elettorale, le prossime elezioni europee del 26 maggio sono giudicate dai più euro-forici inspiegabilmente “le prime della storia a livello continentale”, mentre dalla prospettiva dei cittadini manca completamente un dibattito generale, così come invisibili sono le/i candidate/i leader dei diversi schieramenti.
Oltre al binomio di partecipazione o defezione vanno approfonditi i meccanismi che mobilitano un simile atteggiamento. Sono piuttosto le questioni della propaganda nazionale infatti a riflettersi nella contrapposizione europea e sempre per complicare il tradizionale schema exit/voice, questa tornata elettorale porterà paradossalmente alle urne anche i sudditi britannici che, stando al loro pronunciamento referendario, non sembravano troppo interessati ad essere richiamati nella votazione del nuovo Parlamento Europeo.
Del resto i consensi smodati per il neonato “Brexit Party” del redivivo Farage paiono addirittura superiori alla somma di quelli orientati su laburisti e conservatori, alimentando così il paradosso di una “partecipazione indolente”, purtroppo congenita nella gestione strumentale del processo di integrazione con l’UE, da parte di molti governi britannici.
Rispetto all’escalation di polemiche e contrapposizioni anche aspre a livello europeo – specialmente sul tema dei cambiamenti climatici, dell’esternalizzazione delle frontiere, degli oneri e dei vincoli di bilancio, dei bandi comunitari su servizi e appalti, dei paradisi fiscali, degli ammortizzatori sociali europei, ecc. – poi non sembrano formarsi fronti politici o aggregati programmatici, tali da superare anche la solita retorica scagionante dalle responsabilità degli esecutivi nazionali, per via dell’approccio: “ce lo chiede/ce lo impone… l’Europa!”.
Al di là delle questioni particolari dei diversi stati membri, sul piano strettamente europeo sembra che la campagna elettorale risenta di un certo torpore. La risposta di massima alla propaganda euroscettica da parte delle formazioni tradizionali – PPE, S&D e ALDE – pare aver messo in discussione la tradizionale “loyalty” ai provvedimenti neoliberisti del mercato unico, in favore di un riposizionamento di tipo “euralternativo”.
Pronti cioè a riconoscere certe storture dell’Unione, l’intento di quelle famiglie politiche mira a modificare però i Trattati nell’ottica di un’integrazione anche più verticistica – come nel caso della difesa comune – o di raccordo intergovernativo – come per le “quote” di rifugiati politici.

Perciò è interessante focalizzare alcuni fenomeni di partecipazione, nel senso di formazione di un consenso, o più spesso di nuovi conflitti, che proprio le politiche dell’Unione Europea hanno generato prima e soprattutto dopo la crisi economico-finanziaria del 2010.
In modo piuttosto sommario è evidente la radicalizzazione del sentimento euroscettico: da un lato, come vertenza per la rivendicazione di maggiore equità e solidarietà anche fuori dal paradigma preminente della moneta unica (es. movimento EuroStop); dall’altro invece, mediante il consolidamento di una sorta di “internazionale sovranista” – partita con Front National, Fidesz, Lega, Diritto e Giustizia polacco e culminata con frange apertamente neofasciste – animata da campagne di restrizione di diritti umani e civili, o di chiusura ad ogni forma di libera circolazione, con la messa in discussione dei dispositivi di Schengen mediante nuove frontiere interne.
Diametralmente opposta a questo fenomeno è la formazione di movimenti o partiti transnazionali (es. Diem25 e VOLT), che fanno per la prima volta il loro ingresso sulla scena politica dell’UE, cercando di rilanciare gli ideali di superamento dei confini nazionali e di integrazione fra popoli, mediante una piattaforma uniforme a livello continentale; che sconta però lo scarso radicamento territoriale da un lato; e – in caso di elezione – anche la difficoltà di collocamento all’interno delle tradizionali famiglie politiche europee.

Deficit democratico e crisi delle rappresentanze
Alle elezioni europee del 2014 appena il 43% degli aventi diritto si recò alle urne per rinnovare la composizione del Parlamento Europeo, il dato più basso dall’avvio delle votazioni dei componenti nel 1979.
Di fondo il tentativo di liste transnazionali mira a sanare quell’annoso “deficit democratico”, imputabile ad un apparato istituzionale – come quello dell’UE – scarsamente rappresentativo e altrettanto opaco nell’attribuzione delle responsabilità, derivante dalla collaborazione di componenti tecnocratiche – come la Commissione – con altre di tipo intergovernativo – come il Consiglio Europeo. In questo quadro il Parlamento esprime sì la maggioranza politica uscita dalle urne, ma questa non ha alcun potere di iniziativa legislativa, né alcun rapporto di fiducia con l’ipotetico esecutivo – diviso nelle funzioni fra i due organi riportati sopra. Per questo motivo, alcuni accorgimenti proposti negli ultimi anni, come collegi transnazionali fra più stati membri, o quote di candidati di altri paesi in liste diverse non vanno oltre la rilevanza simbolica.

Studi recenti hanno fatto notare come la legittimazione popolare delle istituzioni sia in crisi persino all’interno di molti stati membri, dove negli anni dopo il 2010 ai vincoli di bilancio esterni si è sommata una tendenza alla “europeizzazione delle decisioni”, in modo sempre più verticistico e tecnocratico, tale da mettere in discussione soprattutto la rappresentanza parlamentare. Non è un caso che certe fazioni più reazionarie siedano in molti governi europei, promuovendo la compressione di libertà – come quella di espressione o associazione -, discriminando minoranze, o minacciando l’indipendenza di organi – come la stampa –, oppure ancora la separazione dei poteri – rispetto soprattutto a quello giuridico. Proprio negli ultimi anni simili provvedimenti illiberali o liberticidi sono costati l’avvio della procedura di infrazione da parte della Commissione verso Ungheria e Polonia, sulla base dell’art. 7 del TUE.
La crescente sfiducia nelle istituzioni rappresentative deriva inoltre dalla combinazione di una dialettica democratica autoreferenziale o inconcludente, insieme con il peggioramento delle condizioni della popolazione, in termini di tenore di vita e impoverimento.
A mettere sotto pressione i sistemi democratici continentali è un’opinione pubblica sempre più impaurita di perdere il proprio status socio-economico, aggravato dalle diseguaglianze crescenti e dallo smarrimento del senso di identità tradizionale, percepito come conseguenza dei continui flussi di arrivo di migranti.

Secondo l’Eurobarometro e dalle analisi della Società Italiana di Studi Elettorali infatti fra i paesi con una visione maggiormente negativa dell’Unione Europea, l’Italia risulta al quarto posto per malcontento – dopo Grecia, Repubblica Ceca e Gran Bretagna -; rispetto invece ad altri particolarmente positivi – come i paesi baltici e l’Irlanda. Nel nostro paese solo il 31% degli intervistati pensa che la sua voce conti nella UE, e se il 59% si considera un cittadino europeo, ben il 40% risponde di non sentirsi tale. La disoccupazione è diventata la preoccupazione principale, sia in Italia (34%), sia in Europa (49%), mentre l’immigrazione ed il terrorismo sono i primi ad essere citati a livello nazionale.
L’auspicio per elezioni “più europee” è stato ribadito dai presidenti di Commissione e di Consiglio a “Lo Stato dell’Unione” poche settimane fa durante il Festival d’Europa a Firenze.
Tuttavia, nell’ambito di un’entità sovranazionale come l’UE – dal punto di vista monetario, legislativo e commerciale – il più interessante riscontro di tendenza nel lungo periodo è la crescente rivendicazione delle autonomie e delle enclave culturali, come forma di riappropriazione di una democrazia diretta, più efficace e culturalmente omogenea, praticabile nell’ambito di un contenitore sovra-dimensionato, come l’Unione.
Sfumate le aspettative per i meccanismi di partecipazione istituzionalizzata – come per le petizioni di iniziativa civica a livello europeo (ICE) – restano però forme di attivismo di tipo virtuale ma diretto e diffuso – con piattaforme web come quella del Partito dei Pirati, ripresa in Italia dal M5S -; oppure ancora un antagonismo praticato nelle piazze dei paesi, come per il movimento dei gillet jaunes, erede abbastanza marginale delle ondate di “Occupy”.
Le fratture politiche non riguardano soltanto il nazionalismo euroscettico da un lato, rispetto al neoliberismo europeista dall’altro; ma i riflussi del processo di integrazione e disintegrazione globali richiedono di analizzare a fondo le rivendicazioni autonomiste in un quadro di condivisione internazionalista. Le prospettive di promozione della solidarietà fra popoli e tutela dei beni comuni possono inserirsi in un quadro istituzionale di nuove pratiche di sussidiarietà e proporzionalità, per incanalare così quella partecipazione democratica diretta e diffusa. Questa come altre tendenze politiche sembrano per ora contrapporsi per ora soltanto a livello elettorale, profondendo più energie sul piano propagandistico che programmatico, mentre resta da capire se e come una di queste opzioni possa spuntarla per ripensare l’Unione Europea in un senso o nell’altro nei prossimi anni.

Fonti:
https://www.euractiv.com/section/eu-elections-2019/news/britains-conservatives-in-fourth-place-in-eu-election-poll-farage-leads/
https://ec.europa.eu/commission/future-europe/white-paper-future-europe/white-paper-future-europe-five-scenarios_it
https://www.fes-europe.eu/news-list/e/the-other-democratic-deficit/
https://www.ceps.eu/publications/representative-democracy-eu-recovering-legitimacy
https://www.labsus.org/2019/05/il-futuro-delleuropa-leuropa-del-futuro/

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