editoriali

Divorati dalla Brexit?

di Tony
Simpson

di Tony Simpson – Siamo sull’orlo dell’abisso della Brexit. Tra poche settimane, per come stanno le cose, l’Unione europea perderà 65 milioni di cittadini, più del dieci per cento della sua popolazione. Successivamente, a maggio, sarà eletto un nuovo Parlamento europeo, che dovrà poi approvare una nuova Commissione. La Gran Bretagna sarà rappresentata nel nuovo Parlamento? Per renderlo possibile si dovrebbe concordare un’estensione di due anni rispetto ai tempi indicati nell’art. 50 del Trattato dell’Unione Europea, che altrimenti scadranno alla fine di marzo. In alternativa, il governo britannico dovrebbe unilateralmente revocare la notifica del ritiro dall’Unione. Entrambe le opzioni sono legalmente possibili. Ma c’è la volontà politica di evitare la separazione dall’Unione?

Visto dall’Inghilterra, l’esito appare incerto. Nel referendum del 2016 Scozia e Irlanda del Nord hanno largamente votato per rimanere nell’Unione Europea. La volontà di restare è diventata ancora più forte con il passare del tempo, secondo i sondaggi, mentre il Galles sembra aver cambiato idea rispetto alla separazione. Tuttavia i grandi preparativi per il ritiro continuano. Alla fine di dicembre 2018, il Ministero degli affari interni ha diffuso una nota in base alla quale “i cittadini europei e le loro famiglie dovranno fare richiesta, in base allo EU Settlement Scheme,di continuare a vivere in Gran Bretagna dopo il 31 dicembre 2020”. Nel video di 43 secondi si sostiene che lo “status” così ottenuto consentirà di vivere, lavorare e studiare esattamente come accade attualmente. Verranno controllate l’identità, la permanenza pregressa nel Regno Unito e i precedenti penali. Gli adulti richiedenti dovranno versare 65 sterline e i minori di 16 anni la metà della somma. Il sistema sarà “completamente operativo” entro il 30 marzo 2019, quando il Regno Unito avrà lasciato l’Unione.

Circa tre milioni di cittadini dei 26 Stati membri della UE dovranno chiedere di rimanere nelle proprie case. L’eccezione è l’Irlanda: apparentemente i cittadini irlandesi non dovranno fare alcuna richiesta, grazie agli accordireciproci tra Regno Unito e Repubblica d’Irlanda precedenti alla costituzione dell’Unione Europea. Questo potrebbe però significare la rinuncia ad alcune tutele conferite dall’accordo di recesso, se diventasse vincolante.

Quale status?

“Status” è la parola chiave. Attualmente, in base alla Direttiva sui cittadini, gli europei hanno il diritto di spostarsi e risiedere in qualunque Paese della UE. Se la Gran Bretagna lascerà l’Unione il 29 marzo, come notificato dalla premier Theresa May, il governo britannico non riconoscerà più lo status di cittadini europei a coloro che vivono in Gran Bretagna (Inghilterra, Scozia e Galles) e Irlanda del Nord. Queste persone dovranno richiedere il permesso di rimanere nel Regno Unito, come gli immigrati provenienti da Paesi non appartenenti all’Unione. In base al Settlement Scheme, gli italiani dovranno fare richiesta come italiani, i bulgari come bulgari ecc., non importa quanto a lungo abbiano vissuto in Gran Bretagna.

È un gioco di prestigio. Fino a quando il Regno Unito rimarrà nell’Unione, i cittadini britannici saranno anche cittadini europei e avranno una “comune” cittadinanza con i cittadini degli altri 27 Paesi aderenti alla UE. Attualmente sono tutti protetti contro la discriminazione basata sulla nazionalità. La rimozione collettiva dalla cittadinanza europea di circa 65 milioni di cittadini britannici espone 3 milioni di europei provenienti da altri Paesi UE residenti nel Regno Unito alla durezza dei controlli dell’ufficio immigrazione del Paese, tristemente noto a causa dell’approccio ostile introdotto da Theresa May quando era ministro degli Affari interni. Il Ministero ha commissionato un’app per telefoni Android per la presentazione di milioni di richieste di residenza permanente (settled status). I test condotti hanno rivelato problemi di base, come le difficoltà con i nomi che contengono un trattino. Non si tratta di un sistema di registrazione, come ce ne sono in altri Stati membri della UE, poiché le domande possono essere respinte.

The3Million group, che rappresenta i cittadini europei in Gran Bretagna, è impegnato ad assistere tutte quelle persone che non dispongono di un telefono Android e quindi non possono accedere all’app del Ministero degli Affari interni. È un impegno enorme, e chi fa lavori mal pagati, chi vive in zone remote, rurali o lavora a casa, spesso prendendosi cura di altri, è più esposto al fallimento del sistema di richiesta di status.

I cittadini britannici residenti nella UE a 26 (Irlanda esclusa) attendono le decisioni degli Stati membri dell’Unione nei quali vivono. Se e quando la Brexit verrà resa esecutiva smetteranno di essere cittadini dell’Unione e perderanno i relativi diritti e protezioni, diventando “cittadini di Paesi terzi”. In questa qualità, e come residenti di lungo termine, godranno di alcuni, ridotti, diritti in base alle direttive europee. Ma, per come stanno ora le cose con l’accordo di recesso, il loro diritto di muoversi liberamente all’interno dell’Unione finirà con la Brexit, con ripercussioni negativi su quell’80% di britannici che vive nella UE a 27 e che lavora regolarmente oltre confine.

La premier Theresa May e il suo segretario di Stato si sono ripetutamente rifiutati di incontrare i rappresentanti del The3Million e del British in Europe, l’omologo gruppo per la protezione dei cittadini nella UE27, nonostante le numerose richieste ufficiali.

Fin dal referendum del giugno 2016, il governo si è comportato come se i cittadini del Regno Unito non fossero più cittadini dell’Unione e questo è apparso lampante nei lunghi negoziati tra la UE e il Regno Unito in merito all’accordo di recesso. I negoziati, infatti, si sono limitati a occuparsi dei 5 milioni che hanno esercitato i diritti del trattato sulla libertà di circolazione ma hanno escluso decine di milioni di europei “stanziali”, cittadini del Regno Unito residenti in Gran Bretagna e Irlanda del Nord. Sebbene milioni di questi cittadini britannici abbiano esercitato la cittadinanza europea, per esempio votando alle elezioni del Parlamento europeo o candidandosi alle elezioni, erano collettivamente al di fuori della competenza dei negoziatori.

In questo contesto di crescente diniego del carattere duraturo della cittadinanza europea abbiamo lanciato due consecutive iniziative di cittadini, o ICE, per affermare il nostro diritto transnazionale di cittadini della UE. In conformità alle regole, i nostri comitati organizzativi comprendevano cittadini dell’Unione residenti in 7 Stati membri: Belgio, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia e Regno Unito. “Mantenere la cittadinanza europea”, la nostra prima iniziativa, è stata considerata ammissibile dal Collegio dei commissari e registrata a maggio del 2017. In oltre 12 mesi ha ottenuto il sostegno di sole 24.000 persone nell’ambito della UE28. “Cittadinanza europea permanente”, la nostra seconda iniziativa, è stata ugualmente considerata ammissibile e abbiamo iniziato a raccogliere le firme online nell’agosto del 2018. In due sole settimane ne ha raccolto 80.000 nella UE28. In questo momento siamo oltre le 100.000 firme, 1.750 delle quali dall’Italia. Ce ne auguriamo molte di più!

Alcuni degli 80.000 cittadini europei residenti nel Regno Unito hanno già sostenuto l’iniziativa “Cittadinanza europea permanente”. Molti di loro sono cittadini britannici che vogliono conservare la cittadinanza europea. Naturalmente, più del 48% di coloro che hanno votato al referendum del 2016 vogliono restare nell’Unione: si tratta di più di 16 milioni di cittadini europei. Com’è possibile che status e diritti conferiti dal Trattato vengano annullati da un referendum consultivo di dubbia validità? Più di 3 milioni di cittadini europei residenti nel Regno Unito, benché profondamente interessati all’esito del voto, sono stati esclusi, così come i molti cittadini britannici stabilmente residenti in altri Paesi dell’Unione. Dalla consultazione sono stati esclusi anche i sedicenni e i diciassettenni. Si è inoltre verificato che le organizzazioni di supporto alla campagna per la Brexit hanno superato i limiti di spesa prescritti, violando i requisiti costituzionali per il referendum consultivo.

La strada per la Brexit

La crisi globale finanziaria del 2007-2008 ha distrutto le prospettive di ri-elezione del governo laburista, nonostante gli sforzi del premier britannico Gordon Brown per mitigarne l’impatto. Alle elezioni generali del 2010, i liberal-democratici rifiutarono l’accordo con i laburisti e optarono per la coalizione con i conservatori, guidati da David Cameron, che sarebbe diventato il primo ministro che perse l’Europa. Nel programma di coalizione per il governo si legge: “Il governo crede che la Gran Bretagna debba svolgere un ruolo di guida in un’Unione Europea allargata, ma che nessun ulteriore potere debba essere trasferito a Bruxelles senza un referendum”.

Le contraddizioni contenute in quest’affermazione sono lampanti! La menzione del referendum era il contentino per la fiorente ala euroscettica dei conservatori. Li ha incoraggiati. La successiva vittoria di Cameron alle urne nel 2015 e la sconfitta dei liberal-democratici, incluso il loro leader europeo, Sir Nick Clegg, è stata ottenuta grazie a un programma che prometteva un referendum “dentro/fuori” sull’adesione alla UE. Cameron si è affrettato a convocare il referendum, anche contro il parere di colleghi a lui più vicini e, a fronte di un’alta affluenza al voto, l’elettorato britannico, di misura, ha votato per lasciare l’Unione Europea. Il documento che il governo ha inviato a tutte le famiglie invitava a votare per la permanenza del Paese nell’Unione, ma non menzionava la cittadinanza europea e i suoi diritti e protezioni, né le implicazioni della loro perdita.

Nel Regno Unito, e in tutta l’Unione Europea, negli anni successivi alla crisi finanziaria del 2007/8, il peggioramento dell’austerità ha ridotto la spesa pubblica, minando i servizi pubblici e gli standard di vita. La spesa per l’istruzione, la salute e tutti gli aspetti delle prestazioni sociali è stata ridotta, mentre i salari sono stati effettivamente congelati e i redditi reali sono diminuiti. Contemporaneamente, l’impatto della guerra letale e infondata in Iraq e i conflitti in tutto il Medio Oriente con lo scopo del “cambio di regime” e le devastazioni dovute ai cambiamenti climatici nella regione e in Africa, hanno generato un numero enorme di rifugiati in cerca di un luogo sicuro nel quale vivere. Durante la prima metà del 2016, centinaia di migliaia di persone hanno faticosamente cercato di raggiungere l’Europa e migliaia sono morti senza riuscire ad arrivarci. L’incapacità dell’Unione Europea di affrontare efficacemente questa lunga crisi umanitaria continua ancora.

Questo era il contesto per la Brexit. Ma le sue radici affondano più in profondità. Nel settembre del 2017 la premier Theresa May si è recata a Firenze e ha dichiarato: “Il Regno Unito non si è mai sentito totalmente a casa nell’Unione Europea”. Forse lei no, ma per generazioni molti inglesi hanno fatto del continente, inclusa l’Italia, la loro casa.

Nel 1929 D.H. Lawrence ha scritto: “È un dato di fatto che fino al 1800 gli inglesi erano fondamentalmente un popolo rurale, molto rurale. L’Inghilterra ha avuto città per secoli, ma non sono mai state vere città, solo grappoli di strade di villaggio. Mai vere e proprie città. Il carattere inglese non è riuscito a sviluppare l’autentico lato urbano degli esseri  umani, il lato civico. Siena è piccola, ma è una vera città, con cittadini intimamente legati a essa. Nottingham è un vasto territorio in espansione, e non è altro che un amorfo agglomerato. Non c’è una Nottingham, nel senso in cui c’è una Siena. L’inglese è stupidamente sottosviluppato come cittadino” (Nottingham and the Mining Country).

Gli aspri commenti di Lawrence sarebbero sicuramente suonati irritanti per la signora May. Ma, come rivelano le sue candide osservazioni a Firenze, da parte sua è stato ostacolato fin dal principio lo sviluppo di ogni sentimento di cittadinanza europea. Al contrario, i leader dello Sinn Fein (partito nazionale scozzese) e del Plaid Cymru (partito del Galles) si sono espressi a favore della cittadinanza europea.

Jeremy Corbin, leader del partito laburista, principale oppositore del governo, è un convinto e attivo sostenitore dei diritti umani nel mondo. Nel 2018, i laburisti sono andati vicini a sconfiggere il governo May per la prevista abolizione dell’applicazione nel Regno Unito della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, che codifica tutti i diritti personali, civili, politici, economici e sociali di cui godono le persone all’interno dell’Unione Europea. La Carta include tutti i diritti riconosciuti dalla giurisprudenza della Corte di giustizia europea, i diritti e le libertà sanciti dalla Convenzione europea dei diritti umani, nonché altri diritti e principi derivanti dalle tradizioni costituzionali comuni dei Paesi della UE e da altre convenzioni internazionali.

Il diritto alla vita familiare sancito dalla Carta è spesso citato nei procedimenti relativi all’immigrazione nel Regno Unito. Esiste una sezione separata sui diritti dei cittadini, che elenca in otto articoli i diritti dei cittadini dell’Unione.

Tuttavia l’onorevole Corbyn non ha messo in evidenza l’importanza della perdita dello status di cittadini della UE che riguarderà decine di milioni di elettori se la Brexit dovesse andare avanti. Ha chiesto il mantenimento e lo sviluppo dei diritti sul lavoro, dei diritti dei consumatori e dell’ambiente, che sono sostenuti dalla legislazione della UE. Lui e il suo team stanno anche sviluppando un innovativo programma economico basato sullo sviluppo sostenibile nell’era del peggioramento dei cambiamenti climatici. Ma non hanno ancora indicato come affrontare lo sconvolgimento economico e sociale minacciato dalla Brexit. Il Regno Unito è profondamente diviso, la xenofobia è affiorata e talvolta dilaga. Nella contemporanea Nottingham, i genitori polacchi raccontano della loro esitazione a parlare pubblicamente in polacco con i loro figli, per paura di rimproveri o peggio. Ai tempi di Lawrence, i loro predecessori venivano trattati meglio.

Frances O’Grady, segretaria generale della confederazione dei sindacati (TUC), sa bene quale grosso rischio la Brexit fa correre ai lavoratori. Recentemente ha detto: “Non possiamo ricostruire la Gran Bretagna dalle ceneri del pasticcio della Brexit. È per questo motivo che il Parlamento e il popolo hanno il diritto di pronunciare il verdetto finale sul disastroso accordo della signora May”.

Il partito laburista e la Gran Bretagna in generale si trovano di fronte a questa realtà.

 

Tony Simpson lavora alla Fondazione per la pace Bertrand Russell. È il rappresentante dell’iniziativa “Cittadinanza europea permanente”, che può essere sostenuta al seguente indirizzo: https://eci.ec.europa.eu/002/public/#/initiative