Elezioni di dicembre e capponi di Natale

dal nostro corrispondente da Londra, Enrico Sartor

Alla fine la direzione del Labour Party ha deciso di votare a favore della proposta dei Tories di andare a elezioni politiche anticipate, fornendo i voti indispensabili per avere la maggioranza parlamentare dei due terzi richiesti dalla legge di stabilità della legislatura introdotta dal governo Cameron.

Questo avviene in un momento in cui l’estrema destra dei conservatori di Boris Johnson ha un vantaggio di almeno il 12% sui laburisti secondo i più recenti poll elettorali, un quasi totale sostegno della stampa di larga circolazione e persino di giornali tradizionalmente moderati come il Times, ed enormi donazioni finanziarie per la campagna elettorale (per esempio, 5milioni di sterline di donazioni solo nel periodo da aprile a giugno di quest’anno).

In questa situazione pre-elettorale già difficile la direzione di Jeremy Corbyn è accusata di aver ulteriormente dissipato le possibilità di una vittoria laburista a causa dell’incapacità di schierarsi apertamente contro la Brexit.

Al recente congresso nazionale l’area “corbynista” ha sconfitto chi voleva il partito laburista come il partito anti Brexit. La mozione finale promette di portare a compimento la Brexit, pur concedendo un secondo referendum per accontentare i remainers.

Per questo la strategia dei Tories conta, oltre che sul (supposto) carisma personale di Boris Johnson e sullo slogan populista che identifica il partito conservatore come il partito della Brexit (cioè della volontà popolare opposta alle manovre delle élites), anche sulla speranza che il partito liberale, con la sua posizione esplicitamente anti Brexit, riesca a prosciugare voti tradizionalmente laburisti soprattutto nelle aree in cui la maggioranza della popolazione aveva votato contro la Brexit (a Londra, per esempio). In un sistema elettorale maggioritario di collegi elettorali uninominali come quello britannico, questo può avere effetti devastanti per il Labour.

A questo proposito è importante notare i forti segnali che arrivano dalla Casa Bianca sulla necessità di creare un’alleanza tattica, per gli stessi motivi indicati sopra, fra i conservatori e il Brexit Party di Farage (attualmente dato al 17%). Il consiglio sarà probabilmente seguito, visto il ruolo centrale di Dominic Cummings nel governo conservatore e i suoi legami – durante il referendum per la Brexit – con la banda di Donald Trump, Steve Bannon, Robert Mercer e Nigel Farage. Salvo che questa tattica finisca per deragliare a causa dell’inchiesta in corso sui finanziamenti americani a favore della campagna referendaria, e per il fatto che gran parte del manifesto elettorale del partito di Farage si basa su una dura critica dell’accordo con la UE ottenuto da Boris Johnson.

Di fatto, la posizione pro Brexit di Corbyn può apparire fragile, perché basata su una visione forse esagerata dell’UE come un ostacolo insormontabile ai piani di nazionalizzazione, di intervento pubblico nell’economia e di autonomia del deficit finanziario, che sono gli strumenti principali del progetto laburista per la ridistribuzione di ricchezza nel paese.

Corbyn sembra, inoltre, favorire le politiche pro Brexit perché legato a una concezione che identifica la base proletaria del Labour prevalentemente con la popolazione delle zone manifatturiere (o post industriali) del nord dell’Inghilterra, la quale ha manifestato la sua rabbia per una situazione di crescente ingiustizia sociale e povertà votando per l’uscita dall’UE. Questa concezione però va a discapito della giusta considerazione dell’emergente massa proletaria urbana (come a Londra) collegata ai servizi e prevalentemente favorevole, nel referendum di tre anni fa, alla permanenza nell’UE.

In ogni caso, l’accusa che viene mossa a Corbyn, in particolare da numerosi membri del suo gruppo parlamentare, di aver diminuito la possibilità di affermazione elettorale del partito a causa di una posizione pro Brexit, ambiguamente vicina ai conservatori, è largamente infondata, data la sostanziale diversità della natura delle posizioni dei due partiti. Per i Tories di B. Johnson l’uscita del Regno Unito dall’Unione è l’obiettivo elettorale principale, o meglio quasi l’unico obiettivo, perché il caos del vuoto legislativo e programmatico – che produrrà tale uscita – darà spazio a una corsa alla valorizzazione del profitto senza i limiti normativi che tutelano oggi i diritti dei lavoratori e la salute dei cittadini e delle cittadine. Questo (voluto) vuoto programmatico è riempito da una narrativa patriottica, xenofoba e razzista, simile a quella della destra americana o leghista in Italia. Al contrario, per il partito laburista di Corbyn, la Brexit non è l’obiettivo principale. Obiettivi principali sono, invece, la fine dell’austerità, la giustizia sociale nella tassazione al fine di ridurre le disuguaglianze, il controllo pubblico dei servizi, un green new deal in grado di connettere ambiente e redistribuzione della ricchezza.

In questa fase, la direzione corbynista del Labour è impegnata a spostare il centro dell’attenzione dalla questione Brexit ai temi radicali della trasformazione sociale, incontrando una forte resistenza nel gruppo parlamentare del partito.

Una seconda accusa in direzione di Corbyn è di avere un tono e un linguaggio politico fortemente populisti, simili a quelli di Johnson; ciò posizionerebbe – grazie soprattutto al ruolo svolto dalla corrente di Momentum – il partito in un’area populista e radicale, che lascerebbe scoperta la zona elettorale di centro sinistra. Al contrario, questo potrebbe rivelarsi in realtà un elemento di forza dei laburisti inglesi, soprattutto se paragonati alla difficile situazione che stanno attraversando la maggioranza delle altre social-democrazie europee. Infatti, il tono radical-populista potrebbe dimostrare una capacità della direzione Corbyn di aver adattato il discorso politico alla nuova fase storica dello sviluppo sociale.

L’argomento meriterebbe uno spazio che va di là dei limiti di quest’articolo, ma brevemente si può dire che con l’evoluzione del capitale in società che producono Big Data come merce, sta emergendo anche un nuovo tipo dominante di cultura e politica. Il populismo si sta dimostrando sempre più come il prodotto politico, in termini gramsciani, di una formazione socio-economica che valorizza il capitale attraverso la produzione e la circolazione di Data come merce, piuttosto che dei tradizionali manufatti e servizi. La produzione di Data come merce necessita di una cultura (e di una politica) che, attraverso i social media, riesca a produrre e far circolare informazioni in maniera quasi immediata a livello globale. Questo può essere ottenuto grazie all’uso di emozioni forti, come paura e rabbia e teorie complottistiche. Il radicalismo populista può essere cioè visto come l’espressione politica organica della nuova fase di sviluppo della produzione.

Nei fatti, del resto, il populismo di J. Corbyn si distingue totalmente da quello della destra inglese, americana ed europea per il suo approccio alla politica e all’attivismo politico.

La destra intende il suo populismo prevalentemente come un consumo passivo attraverso i social media di notizie e slogan politici semplicistici, spesso mescolati a fake-news e disinformazione. Il populismo di estrema destra prospera in un mondo in cui la globalizzazione ha svuotato la democrazia sostanziale, il potere decisionale delle comunità locali, e l’ha rimpiazzato con una democrazia puramente formale, spettacolare che corre sui social media.

All’opposto, la narrazione politica del Labour di Corbyn è intrinsecamente connessa a una rinascita – soprattutto fra le giovani generazioni – dell’attivismo e della partecipazione alla politica, soprattutto come parte della vita della comunità. D’altra parte, l’avversione radicale di queste forze giovanili alle élites dei super ricchi, del 1% della popolazione che controlla la ricchezza mondiale, trova forti radici in una tradizione radicale molto inglese, che parte dai Cartisti e dai Levellers. In quest’ottica, si può comprendere come, al recente congresso del Labour, siano state votate mozioni come quella di abolire la scuola privata, dalla quale proviene la stragrande maggioranza dell’élite politica, economica e culturale del paese.

Indicatori di questo forte attivismo sono, ad esempio, il fatto che un appello del partito laburista volto a raccogliere donazioni per finanziare la campagna elettorale aveva, nei giorni scorsi, l’obbiettivo di raggiungere le 50.000 sterline in 48 ore, e ne ha invece raccolte il doppio in 12 ore. Oppure il fatto che, non appena la notizia delle elezioni anticipate è stata comunicata, 300mila nuovi votanti si sono registrati in un arco di sole 48 ore, e di questi i due terzi sono persone al di sotto dei 35 anni. Similarmente, il Labour ha rimesso in discussione localmente diversi candidati nei vari collegi elettorali, soprattutto sotto la spinta della corrente della sinistra corbinysta di Momentum.

La campagna elettorale sarà la prima prova per un esercito di community organisers basati sul territorio, il cui ruolo viene proiettato al di là dei limiti della campagna stessa, per diventare l’infrastruttura di un ‘movimento sociale’ di massa, per usare le parole del cancelliere ombra dello Scacchiere John McDonnell.

Il foglio londinese diretto da Osborne, ex ministro del Tesoro nel governo di Cameron, ha commentato il voto laburista a favore delle elezioni politiche anticipate come il voto dei tacchini in favore del natale. In realtà il vantaggio nei pronostici di Johnson e il suo rating personale come primo ministro sono inferiori a quelli dei conservatori e di Teresa May prima delle disastrose elezioni del 2017. Non può escludersi dunque che i capponi di natale 2019 saranno, in realtà, quelli della fattoria di Boris Johnson.

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