“Geringonça 2.0”: uscire dall’austerità o uscire dal liberismo?

di Franco Ferrari –

Le elezioni portoghesi del 6 ottobre hanno creato le condizioni per una prosecuzione dell’esperienza della cosiddetta Geringonça, che ha visto per quattro anni all’opera un governo socialista con l’appoggio, concordato sulla base di un patto scritto, di due partiti della sinistra radicale: il Bloco de Esquerda (BE) e la Coalizione Democratica Unitaria, formata quest’ultima da Partito Comunista Portoghese (PCP) e Partito Ecologista Verde (PEV).
Geringonça è la denominazione spregiativa data all’alleanza da un esponente della destra ed è difficilmente traducibile in italiano. Potrebbe essere qualcosa tra un “trabiccolo” e un’”accozzaglia”. Se volessimo usare una vecchia metafora italiana, potremmo dire una “giraffa”, l’animale bizzarro e anomalo che però esiste e cammina.
Tant’è vero che lo stesso nome è stato poi assunto dai suoi sostenitori e oggi si parla tra le forze politiche e sulla stampa di una “Gerinconça 2.0”. Si aggiunge il 2.0 perché se da un lato il risultato della votazione consente alle tre forze politiche che l’hanno sostenuta (quattro se consideriamo separatamente PCP e PEV) di proseguire l’esperienza, le condizioni emerse dalle elezioni sono in una certa misura diverse da quelle di partenza.

Nel 2011, il Portogallo era ancora immerso in una situazione economica e sociale molto difficile a causa della crisi che aveva colpito l’Europa e ancora di più per le politiche di austerità imposte dall’Unione Europea. Una condizione non tragica come quella greca ma con sacrifici molto pesanti imposti a gran parte della popolazione. Le politiche di austerità erano state avviate dai socialisti e poi gestite dalla coalizione di centro-destra (PSD-CDS) che le aveva non solo applicate ma addirittura aggravate. Da parte loro, veniva colta l’occasione per imporre una rigidissima gabbia liberista ad un Paese che alla caduta del fascismo aspirava a ben altre prospettive.

Nonostante qualche mossa della Commissione Europea a ridosso delle elezioni per aiutare il governo di centro-destra, facendo intravedere clausole meno pesanti, l’elettorato portoghese preferiva provare a scommettere su una prospettiva diversa, per lo meno di attenuazione se non di uscita dall’austerità. I due partiti di destra si presentarono uniti per cercare di restare prima forza politica davanti ai socialisti e quindi candidarsi al governo. Ci riuscirono anche per effetto della campagna elettorale piuttosto scialba di questi ultimi che nei quattro anni precedenti in parlamento avevano esercitato ben poca opposizione. Ma, nonostante la manovra ai limiti del golpismo dell’allora presidente della Repubblica, non esistevano le condizioni politiche e parlamentari affinché la destra continuasse a gestire il Paese.

L’accordo tra Socialisti, Blocchisti e Comunisti non era affatto previsto né preparato. Tra i socialisti e i comunisti c’erano ruggini risalenti agli anni successivi alla rivoluzione dei garofani nel 1974. Il Blocco di Sinistra si era espresso nell’ultimo Congresso prima delle elezioni contro la possibilità di accordo di governo coi socialisti perché questi erano eccessivamente schiacciati sulle politiche liberiste. Una serie di condizioni e di eventi hanno fatto sì che per i vari protagonisti la strada dell’accordo fosse l’unica realisticamente perseguibile. Pochi giorni prima del voto in un confronto televisivo tra Catarina Martins, leader del Bloco, e Antonio Costa, guida dei socialisti, la Martins aveva lanciato in extremis la disponibilità a sostenere un governo del PS che prendesse alcune misure in netto contrasto con le politiche del governo di destra. I socialisti avevano evitato di prendere posizione dando una risposta già in campagna elettorale.
L’iniziativa della Martins aveva in quel momento un significato più tattico, finalizzato a mettere in evidenza le contraddizioni socialiste, che di una vera proposta strategica. Il voto dei portoghesi portò al successo, in misura diversa tutti e tre i partiti della sinistra, ma i socialisti da soli non erano in condizione di dettare troppe condizioni. A fronte di una sinistra radicale che complessivamente arrivava quasi al 20% contro il poco più di 30% del PS, per questi ultimi, si avvicinava lo spettro di una “pasokizzazione” qualora fossero andati all’accordo con la destra.
Sia il Bloco che i comunisti accettarono di sottoscrivere separatamente un’intesa. Il rifiuto dei due partiti (ed in particolare, sembra, dei comunisti) di sedersi unitariamente al tavolo della trattativa lasciò un margine favorevole al Partito Socialista e fu sicuramente un errore. Alcune delle misure prese e sostenute dai due partiti di sinistra hanno attenuato o rovesciato le politiche di austerità. Sono stati cancellati alcuni tagli ai salari dei dipendenti pubblici e alle pensioni, aumentato il salario minimo, ripristinate le 35 ore di lavoro nel pubblico impiego.

Occorre chiarire però che l’uscita da politiche restrittive di austerità e di equilibrio di bilancio non coincide necessariamente con la messa in discussione dei fondamenti del paradigma liberista. In termini generali il governo di Antonio Costa ha rispettato i vincoli finanziari di Bruxelles, dimostrando che questi possono essere mantenuti non applicando ottuse politiche di tagli e di sacrifici, ma puntando al contrario su politiche economiche moderatamente espansive e di redistribuzione. Da questo punto di vista l’esperienza della Gerinconça può essere considerata sicuramente positiva. Ha allentato la morsa sui ceti popolari e anche su settori di ceto medio.
Più complesso e difficile lo scontro tra la sinistra e i socialisti quando a venire toccate sono le politiche liberiste, innanzitutto privatizzazioni e precarietà del lavoro. L’azione del Blocco e dei Comunisti è riuscita ad ottenere alcuni risultati anche su questo versante ma si è trattato di evitare ulteriori peggioramenti più che di vere e proprie inversioni di tendenza. Mentre è andata avanti, grazie al soccorso dei deputati della destra, la politica di sostegno pubblico e riprivatizzazione delle banche.

Fatto questo sintetico bilancio proviamo a vedere qual è lo scenario che emerge dal voto e quali le possibile prospettive. I dati fondamentali a grandi linee sono probabilmente già noti ma li riepiloghiamo.

  • C’è stato un ulteriore aumento dell’astensione che si attesta ormai attorno al 45% dell’elettorato.
  • Il Partito Socialista guadagna circa 5 punti diventando il primo partito ma senza ottenere la maggioranza assoluta. Al momento gli mancano 10 seggi, ma potrebbe ottenerne 2 in più con l’assegnazione di quelli attribuiti agli elettori residenti all’estero.
  • La destra, che si è presentata stavolta divisa nei due partiti principali (PSD e CSD-PP) arretra e la somma dei suoi parlamentari è inferiore a quella dei socialisti quindi non ha la possibilità da sola di bloccarne le proposte.
  • Il Blocco di Sinistra arretra leggermente di circa mezzo punto percentuale ma mantiene i precedenti 19 seggi. In alcune zone cala, in altre guadagna.
  • La CDU perde quasi due punti e scende a 12 deputati contro i 17 di prima, dei quali 10 del PCP e 2 del PEV.
  • Si rafforza il Partito animalista (PAN) che sale da 1 a 4 deputati.
  • Entrano tre nuovi partiti che si collocano in settori diversi dell’arco politico. Per la prima volta elegge un partito di estrema destra (il “Chega”), un partito liberista (“Iniciativa Liberal”) e Livre, una scissione del Bloco, che si definisce di sinistra verde, collegata alla Primavera Europea di Varoufakis, che era già presente ma senza successo quattro anni fa.

Le trattative per il nuovo governo sono iniziate già il martedì successivo alle elezioni con gli incontri tra Antonio Costa e i rappresentanti dei 5 partiti collocati in misura diversa tra il centro-sinistra e la sinistra. Sono emersi in modo chiaro i vari posizionamenti e anche le visione strategiche dei diversi partiti. I socialisti sono favorevoli alla prosecuzione dell’esperienza della Geringonça allargandola anche a Livre e agli animalisti del PAN. I rapporti di forza si sono comunque spostati a loro favore e sanno di poter contare su un sistema istituzionale e parlamentare che consente l’esistenza di un governo di minoranza, purché tutti gli altri non gli si coalizzino contro. Evento quest’ultimo improbabile date le visioni radicalmente diverse esistenti tra la destra e la sinistra radicale. I socialisti sanno che il Partito Socialdemocratico (centro-destra) ha già dato la disponibilità, anche dall’opposizione, a sostenere “riforme strutturali”, in senso ovviamente liberista.

Il Bloco de Esquerda non ha visto confortate le maggiori aspettative di crescita ma non esce nemmeno punito dagli elettori. Un fatto non di poco conto visto che in generale i partiti della sinistra radicale non sono quasi mai usciti bene da esperienze di alleanza con governi diretti da socialdemocratici. Catarina Martins, già la sera delle elezioni, ha dichiarato di essere favorevole all’accordo con i socialisti, sia questo valido per tutta la legislatura sia rinnovato anno per anno in occasione della presentazione del bilancio dello Stato. Posizione confermata anche da un articolo di Mariana Mortagua sul Jornal de Noticias del lunedì mattina successivo. Il Bloco avanza richieste precise di tutela e rafforzamento dei servizi pubblici, a partire da quello sanitario, di inversione della tendenza alla precarizzazione del lavoro, che resta ancora molto alta, di blocco delle privatizzazioni. Come si vede richieste che vanno oltre la semplice uscita dall’austerità e che si configurano come una possibile inversione di tendenza rispetto alle politiche liberiste dominanti, anche in Portogallo, negli ultimi decenni. Finora il BE è l’unica delle forze politiche incontrate dai socialisti a rilanciare sulla strada della Geringonça, disponibilità confermata anche in presenza di un eventuale defilarsi dei comunisti.

Più complicata la situazione per il Partito Comunista e per gli alleati del PEV. Già la sera delle elezioni Jeronimo de Sousa, il loro leader, aveva annunciato il ritiro della disponibilità a nuovi accordi formali. Posizione che è stata confermata anche nel primo incontro avuto con Costa. Il PCP valuterà caso per caso l’atteggiamento da assumere nei confronti delle proposte del governo. I comunisti hanno raccolto uno dei peggiori risultati della loro storia. La loro forza elettorale è sempre più concentrata in uno spazio geografico ristretto, quello dell’Alentejo dove vigeva il latifondo prima della Rivoluzione dei garofani, e l’area dei sobborghi industriali intorno a Lisbona e a Setubal. In queste zone il PCP raggiunge ancora percentuali del 20% e oltre. Per certi aspetti mantiene ancora in piedi una “contro-società”, nella quale il partito dirige le amministrazioni comunali, il sindacato, le cooperative e altre organizzazioni di massa. Ma in tutto il resto del Paese è superato a sinistra dal Bloco che lo ha sopravanzato anche in una località storica e simbolica per il movimento operaio portoghese qual è Marinha Grande. E qualche altro segnale di smottamento si era riscontrato nelle recenti elezioni comunali con la perdita della roccaforte di Almada, ceduta ai socialisti. Il problema del PCP è che non sembra avere a disposizione una strategia alternativa, anche se tatticamente può sperare che un atteggiamento più radicale in Parlamento gli possa fare recuperare consensi.

Il partito Livre, fondato da Rui Tavares quando era europarlamentare del Bloco, è entrato per la prima volta in Parlamento grazie ai voti ottenuti nel collegio di Lisbona, dove si eleggono 48 deputati ed è sufficiente anche un 2 per cento per conquistare un seggio. Ha il problema di trovare un ruolo dato che è sorto dalla componente più moderata e “alleanzista” dei blocchisti, oltre che europeista meno critica, in un momento in cui sembrava esclusa ogni possibilità di alleanza a sinistra. Ha dichiarato di non essere disponibile per una nuova Geringonça ma di volere un accordo che coinvolga congiuntamente tutti i partiti interessati. Un’ipotesi che al momento sembra esclusa. Il PAN, che si definisce né di destra né di sinistra, ha scelto, da parte sua, di mantenersi le mani libere.
Al momento si profila una convergenza tra socialisti e BE, anche se i primi avrebbero certamente preferito un’alleanza più ampia, per poter giocare un po’ su tutti i tavoli. Tant’è che gli unici spunti polemici li hanno rivolti alla decisione del PCP di sottrarsi ad una nuova Geringonça.

Il quadro politico sembra comunque garantire una certa continuità dell’esperienza portoghese, anche se in forme un po’ diverse da quelle già conosciute. Ma molto conterà lo scenario economico internazionale e suoi riflessi sul Portogallo. Le ipotesi di una nuova recessione economica, se si trasformeranno in realtà, non potranno che produrre tensioni sull’alleanza. Ma la sinistra portoghese ha dimostrato di saperci stupire positivamente e non è escluso che sappia farlo ancora.

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