Il cinismo delle nazioni (e della UE): gommone di migranti

Il cinismo delle nazioni (e della UE)

Di Stefano Galieni – La vicenda oscena del respingimento della nave umanitaria Aquarius ha giustamente fatto indignare molte/i. Ma per una parte di popolazione, soprattutto quella che sui social riversa tutta la propria rabbia, è stato un momento per “cantare vittoria”. Ne sta già beneficiando il ministro dell’interno Salvini che non è ancora chiaro se abbia o meno avuto ancora il tempo per mettere piede nel suo ufficio al Viminale, peccato che il ministro leghista stia semplicemente eseguendo i passaggi finali di compiti segnati e previsti da altri. Quello che sta provando ad accelerare è il passaggio da “fortezza Europa” a “fortezza Italia” e tale tragitto, presente in tanti altri Stati membri dell’UE e che della stessa potrebbe sancire la dissoluzione, arriva da lontano. L’idea del continente in cui la libera circolazione possa e debba essere garantita solo ai cittadini degli stati di uno spazio delimitato nasce infatti già nel 1985 quando i primi paesi (non l’Italia) ratificano gli accordi per definire la cosiddetta “area Schengen”.

Era insomma già prevista nella definizione dell’UE, le merci si muovono come vogliono, i capitali anche, le persone no. Da ricordare che l’Italia sottoscrive “Schengen” nel 1990 e vi entra 7 anni dopo in cambio di un Testo Unico sull’immigrazione (legge 40 detta anche Turco Napolitano) che insieme a generiche garanzie di tutela e di investimenti sull’integrazione, definisce le procedure per il controllo delle persone irregolarmente presenti, il loro eventuale trattenimento fino al rimpatrio forzato.

E sono proprio del 1997 le prime misure prese, soprattutto nel canale di Otranto ma spingendosi fino ad acque territoriali albanesi, per attuare veri e propri tentativi di blocchi navali di chi fuggiva dal “Paese delle Aquile” non a causa del crollo del regime (avvenuto 6 anni prima) ma a quello delle “piramidi finanziarie” che avevano messo in ginocchio il paese e arricchito speculatori di Tirana ma anche e soprattutto occidentali. Negli anni successivi, almeno fino all’inizio della crisi, il numero di uomini e donne, provenienti soprattutto dall’Est Europa, dall’Asia e dai paesi Nord Africani, è stato di gran lunga superiore a quelli che si registrano dal 2011 in poi. Serviva forza lavoro in paesi ad alto tasso di invecchiamento (altro che “esercito industriale di riserva”), serviva ricoprire alcune nicchie economiche rimaste sguarnite dallo smantellamento del welfare (lavoro di cura) e nei comparti che richiedevano e richiedono continuo cambio di mano d’opera in tempi veloci, dalla logistica alla ristorazione all’agricoltura.

Alcuni paesi che hanno maggiormente pensato ai propri interessi hanno anche selezionato immigrazione qualificata per ricoprire spazi occupazionali di livello medio alto rimasti sguarniti.

Un sistema che è crollato non solo per l’insorgere di crisi umanitarie di livello enorme come quella siriana o come quello che si è determinato con le “primavere arabe” e il crollo di alcuni regimi, ma per un errore /scelta sbagliata che era all’origine dei trattati europei. Ovvero il fatto che mentre le misure di ordine repressivo e proibizionista venivano decise (lo vengono tutt’ora in sede UE), quelle connesse alla gestione delle persone che arrivano sono demandate agli Stati nazionali. In tale contesto i governi che si sono succeduti in Italia, indipendentemente dal colore politico, hanno continuato a produrre provvedimenti di carattere prettamente emergenziale.

Ma si possono considerare “emergenziali” mutamenti sociali come quelli indotti dalle migrazioni che vanno avanti da oltre 30 anni?

Oggi, compresso il dramma siriano realizzando in Turchia, con i finanziamenti UE al regime di Erdogan un vero e proprio carcere a cielo aperto per circa 3,5 milioni di persone e pur avendo provato in maniera affatto risolutiva simili percorsi attraverso il “Processo di Khartoum” e gli Accordi de La Valletta, rispettivamente nel 2014 e 20115, con l’Africa, i nodi stanno venendo al pettine.

L’UE non ha accettato riforme del Regolamento di Dublino, non ha voluto neanche digerire l’idea che una parte dei richiedenti asilo che giungevano soprattutto in Italia e Grecia, potessero essere, come pacchi, ricollocati in altro paese europeo se non per cifre irrisorie. Col risultato che ogni Stato erge la propria fortezza interna o esterna a seconda della collocazione geografica.

Lo fa da sempre la Francia, respingendo chi fugge dall’Italia a Mentone come nei confini alpini (anche entrando di prepotenza nel territorio italiano), lo fa l’Austria al Brennero, la Gran Bretagna (demandando la gestione ai francesi a Calais), il gruppo Visegrad, tentando di far divenire impenetrabili i propri confini. Lo fa la Svezia che impedisce il passaggio dalla Danimarca, la Spagna (da sempre) nelle enclave di Ceuta e Melilla come a Gibilterra, la Grecia, rispedendo in Turchia i pochi siriani che riescono a fuggire dalla guerra (quanti morti sulla coscienza), la Germania che ha iniziato a deportare anche i rifugiati nel “sicuro” Afghanistan e in cui oramai la signora Merkel non si fa più trovare alle frontiere con un cartello con su scritto “Welcome”.

Lo fa l’Italia, che pure per posizione geografica è inevitabilmente punto di arrivo per chi fugge da sud. Un Italia che, molto prima dell’arrivo di Salvini, non ha provato minimamente a far modificare il regolamento Dublino. L’Italia dai due volti: quella del paese che ha soccorso il maggior numero di persone nelle acque del Mediterraneo Centrale, grazie a proprie iniziative, proprie forze e al lavoro della marina militare ma anche l’Italia che nei fondali vicini ha visto il realizzarsi di una fossa comune che, per difetto, in 15 anni ha inghiottito oltre 30 mila persone.

Dal punto di vista delle pratiche, più che di modifiche legislative che sarebbero state fermate dalla non compatibilità con i trattati internazionali, la politica italiana ha seguito la scia e per certi versi l’ha anche anticipata. Accordi economici e militari con paesi retti da dittature in cui si sono esternalizzate le frontiere (dalla Libia con e post Gheddafi, alla Tunisia con e post Ben Alì all’Egitto con e post Mubarak. E poi i rimpatri di massa del 2012 fino a giungere, con lo scorso governo alla diminuzione dei soccorsi in mare operati dalle navi di Frontex e di EunavFor – Med e alla persecuzione delle Organizzazioni umanitarie che hanno sostituito le autorità statuali e continentali che dovevano provvedere innanzitutto a portare in salvo le persone.

Salvini che impedisce l’attracco in Italia dell’Aquarius è il figlio legittimo di quel Pisanu che nel 2004 provò ad impedire l’attracco della nave tedesca Cap Anamur, facendo poi arrestare comandante ed equipaggio e rimpatriando i 37 richiedenti asilo salvati. Salvini ha Minniti come fratello maggiore, che ha provato in ogni modo a bloccare le navi delle Ong, criminalizzando il comportamento dei solidali, facendo di fatto riconsegnare centinaia di persone nelle mani dei carcerieri libici che ne trarranno ulteriore profitto. L’operazione con cui Salvini (facendo peraltro spendere una montagna di denaro pubblico) ha costretto l’Aquarius a far rotta verso la Spagna ha ottenuto una potente vittoria di ordine simbolico.

Ma guai a pensare unicamente al fatto che con questo comportamento si stiano violando “soltanto” i diritti umani. Si sta invece stracciando quel poco che resta del diritto internazionale a partire dalle Convenzioni di Ginevra e di Amburgo per poter tornare definitivamente al crollo dell’Europa in favore di involucri vuoti di potere come gli Stati nazione. Potrebbe essere questa la scintilla che farà naufragare l’idea stessa di Europa per come la si era pensata. Quella monetaria e finanziaria, magari a due velocità, continuerà a viaggiare imperterrita producendo aumento di diseguaglianze e dividendo sempre più fra sfruttati e sfruttatori.

Ma non ci si preoccupi adoratori dell’ordine. La “patria” con 629 migranti in meno e 285 mila cittadini autoctoni che in un anno si sono allontanati dal Belpaese per assenza di futuro è oggi salva da ogni invasione.

Per chi resta si prepari a pagarne le conseguenze.


Fa certamente piacere sentire le parole del Commissario europeo all’Immigrazione Dimitris Avramopoulos che di fatto critica il comportamento di Salvini tanto per la gestione dell’emergenza “Aquarius” quanto per le posizioni prese dall’Italia rispetto alla riforma del Regolamento Dublino 3.  Ma consideriamo la sua posizione, come quella da troppi anni espressa dalla Commissione e dalla maggioranza del Parlamento europeo, carica di ipocrisia.

Dalla sua nascita l’UE ha emanato direttive per reprimere e contrastare l’ingresso degli uomini e delle donne migranti, per blindare le frontiere, per rendere quasi impossibile ogni accesso. Ma nessuna parola è mai stata scritta per permettere di veder rispettato il diritto soggettivo ad entrare in Europa, neanche per definire canali di ingresso regolari per chi voleva entrare con le carte in regola per migliorare il futuro proprio e della propria famiglia. I singoli Stati hanno gestito questa parte dei fenomeni come meglio hanno voluto arrivando a determinare i tempi di permanenza in un paese con la durata del contratto di lavoro o addirittura pretendendo l’esistenza del contratto per ottenere un permesso.
Quello che in Italia è stato chiamato “contratto di soggiorno” e che ha costretto tanti cosiddetti “migranti economici” a dover utilizzare la richiesta di asilo come unico sbocco possibile. Oggi in alcuni Stati dove impera il populismo xenofobo si pretende di alzare ancora di più gli steccati. Ma l’Europa, se ancora esiste, può dire la propria in materia e ad esempio offrire chance?
Ne guadagnerebbe non solo il futuro dell’UE ma anche la nostra qualità della vita.

Osservazioni del commissario Avramopoulos, 12 giugno 2018 (it)

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