Il sogno

di Cesare Moreno – Voglio condividere il sogno di una società pacifica.

Sono un Maestro di Strada e voglio spiegare perché mi interessa l’Europa. Ripetiamo da tempo che periferie del mondo, delle città e dell’animo sono strettamente connesse. Questo significa che ciò che accade alla frontiera del Messico, ciò che accade nel Mediterraneo, quello che accade alla centrale nucleare di Fukushima o nel deserto libico arriva in diretta alle nostre coscienze e soprattutto a quelli che vivendo una sofferenza psicologica dovuta ad emarginazione sono particolarmente sensibili ai mali del mondo. E viceversa noi sappiamo che la somma di paure, rancori, odio che si va accumulando da decenni nelle nostre periferie è pronta a riversarsi sul mondo intero e sulle speranze di intere generazioni di giovani. E significa ancora che tutto questo nell’ombra lavora anche nelle coscienze di chi se ne sta comodo, lontano da ogni sofferenza, salvo farsi prendere dal panico quando per qualche motivo le realtà dolorose del mondo e delle città bussano alla sua porta. Alla fine della prima del film La paranza dei bambini, quando sono calati i titoli di coda, i presenti sono rimasti muti e senza forze del film: avevano appena visto il loro incubo.

Dunque il nostro lavoro consiste nel contenere tutto questo, nell’aiutare i giovani a elaborare il dolore piuttosto che riversarlo all’esterno, e ci serve aiutare il mondo a raccontarsi in un modo in cui ci sia posto per i giovani. Partecipo al discorso pubblico riguardante l’Europa perché in questo momento ci serve il racconto di un mondo in cui l’Europa possa essere, con tutte le sue infinite contradizioni, un luogo dove ci si incontra e dove le persone ragionevoli si contano, dialogano e dimostrano con i fatti che la convivenza pacifica e la cooperazione sono possibili.

Per questo condivido tutti gli appelli all’unità per queste elezioni europee, ma soprattutto vorrei invitare tutti a riflettere sul come si costruisce l’unità. C’è bisogno di riflettere sui motivi per cui di fronte al naufragio ripetuto dei partiti o raggruppamenti di sinistra, gli ultimi rappresentanti di questi partiti – per molti versi gloriosi ma anche pieni di aspetti oscuri mai elaborati – non fanno altro che continuare a dividersi e a correre solitariamente corse perdenti; perché sono ciechi di fronte ai successi regalati a partiti nemici della convivenza civile.

Ci sono cause giuste che vengono scritte su una bandiera, per agitarla in modo divisivo, per farne un fattore identitario irrinunciabile. Forse si tratta di cause che soddisfano più il narcisismo individuale o di gruppo che non un sentimento umano universale. Sembra che gli uomini possono collaborare solo se hanno degli obiettivi pratici da conseguire, sembra che sia necessario dotarsi di una “piattaforma rivendicativa” da giocare contro qualcuno. Le piattaforme sono importanti, ma in questo momento è in gioco qualcosa che va oltre le piattaforme ed oltre gli interessi, è in gioco la nostra convivenza civile, è in gioco il sogno di una società pacifica. Quando si ha un sogno si diventa responsabili di questo, siamo portati a misurare ogni nostra azione in rapporto a questo: il senso di responsabilità è strettamente legato ai sogni, ad un fine che ci chiama e ci muove e ci orienta nelle scelte, nelle alleanze, nei compromessi, nel promuovere legami e profonde amicizie. Si tira irresponsabilmente la corda della competizione, e delle manovre di potere quando la posta in gioco è a corta distanza. Quando la posta in gioco è il modo stesso di convivere andare incontro all’altro non è un cedimento ma è il modo concreto di costruire la convivenza pacifica. Bisogna riconoscere la differenza tra ricercare l’unità in funzione di un obiettivo politico immediato e ricercare l’unità per l’unità, per stabilire, vivendole, le regole del vivere comune.

In questi giorni ripenso alla storia di Alex Langer, amico mio e di molti di quelli che pervicacemente continuano a battersi per le cause umane. Di quell’esempio a me rimane la sua determinazione nel cercare un modo di convivenza tra diversi conservando la diversità, ed una capacità quindi di trovare le vie dei compromessi e delle alleanze senza aver paura di perdersi in questi. L’idea che mi resta è quella di una solidarietà che non è legata alla necessità della lotta e della battaglia – uniti si è forti, uniti si vince – ma è legata alla finalità stessa che si intende affermare: uniti e solidali si vive meglio, qualsiasi cosa accada. Non posso non pensare – ma non mi azzardo a pensare che questo pensiero corrisponda al vero – che, nel sogno di una convivenza pacifica tra diversi, Alex sia restato o si sia sentito infinitamente solo e stanco fino a levarsi la vita.

E dunque credo che sia necessario costruire l’alleanza più ampia possibile a patto di mettere in primo piano il sogno che spero possiamo condividere.

Ciò che si sta producendo oggi in Italia è il frutto di un lungo degrado della vita civile. Proprio così: della vita civile; la nostra convivenza è stata avvelenata da una lunga teoria di eventi non digeriti che continuano sotterraneamente a produrre danno all’umano. La responsabilità gravissima del discorso pubblico e di coloro che hanno occupato finora la scena del discorso pubblico è di aver voluto pervicacemente negare l’esistenza di fenomeni umani che contrastavano con una visione del mondo legata alle posizioni di potere di chi la professava. I vincitori di diverse battaglie storiche – dal risorgimento, alla resistenza, al sessantotto e tanto altro – non hanno mai voluto riconoscere ai vinti un briciolo di verità, ai vinti è stato imposto di sognare il sogno dei vincitori. Contrastare tutto ciò che ha minato la buona convivenza delle persone – la povertà, l’emarginazione, un’urbanistica segregante, una scuola dove regnano il classismo e la selezione su basi arbitrarie, una scuola dove imperversa un verbalismo becero ed offensivo della ragione e della vita emotiva delle persone; il lavoro sregolato; l’illegalità diffusa, un potere criminale che governa intere zone… – non è mai stato assunto come impegno unitario e civile dei governi e delle forze politiche. Sono stati e sono temi di agitazione, temi divisivi per battaglie tutte interne alle élite di potere ma mai sono stati proposti per una autentica mobilitazione finalizzata a rinnovare il patto di civiltà di un intero popolo, non ne è stata fatta occasione per stabilire nuovi legami tra i cittadini estranei ai centri di potere e di comando.

La situazione di oggi è che c’è una anomia diffusa per cui ciascun individuo diffida ed ha paura dell’altro ed è preda di chiunque sappia agitare e coalizzare queste paure verso qualsiasi nemico di comodo.

Credo che ogni confronto con il fascismo sia improprio, fuorviante e porta a sottovalutare la gravità della situazione. Il fascismo fu un fenomeno innanzi tutto politico che coinvolse, a partire dalle classi dirigenti, milioni di persone spiazzate dalla grande guerra, ma esistevano, anche durante il fascismo, nuclei di resistenza umana – talora inconsapevole – che in seguito sono venuti fuori nonostante 20 anni di regime. Il regime penetrando fin dentro i comportamenti umani più personali ha cercato – senza riuscirci – di trasformare l’umano a sua immagine. Oggi in un certo senso siamo nella situazione inversa: l’ondata di “panico morale” suscitata dagli attuali governanti poggia su una solida base di paure diffuse e su un atomismo sociale sviluppato in 70 anni di democrazia blindata, cioè letteralmente cieca alle istanze umane più profonde. Chi ha aiutato, con manovre politiche insulse e maldestre, l’avvento delle forze che esprimono il peggio di una vita civile degradata ha una responsabilità storica che non è stata ancora saldata con le ripetute sconfitte elettorali perché restano sparsi, in mille formazioni sedicenti politiche, rivoli di modi di pensare faziosi ed autolesionisti.

L’unità di cui parlo non è quella delle “piattaforme rivendicative”, dei dossier di obiettivi, un elenco di bisogni ma è quella che nasce dal sogno che ci può unire, che secondo me è molto semplice: sogno una società che non sia dominata dalla paura, che non sia dominata da un insensato individualismo, che non sia dominata ad ogni livello dalla corsa al potere su altri uomini. Una società pacifica.

Un sogno non è un’utopia, non devo descrivere nei dettagli ogni cosa per poi ammettere o condannare l’altro a far parte o meno della mia città del sole. Nel mio sogno di convivenza è tollerabile un certo livello di diseguaglianza, un po’ di competizione, qualche conflitto, un po’ di cemento, un po’ di inquinamento e spruzzatine di cose antipatiche qua e là, ma quello che deve essere chiaro è che nessuna cosa antipatica deve mettere in dubbio la possibilità di convivenza. La parola convivenza significa vivere insieme a qualcuno, se si vive con l’identico non è vita.

E dunque il primo banco di prova per promuovere una politica di convivenza è l’Europa. Il sogno di chi ha promosso l’Unione Europea era una convivenza più grande. Questa idea è nata nel pieno operare dei più grandi ed insuperati massacri della storia, nati nel cuore dell’Europa dai Paesi più sviluppati sotto il profilo economico e culturale. Credere in un’Europa unita per me è sinonimo del cercare una convivenza più ampia, una dichiarazione di volontà di pace senza riserve. Sappiamo bene quanto questa idea di Europa si sia intrecciata con interessi economici, bancari, potere burocratico, ossessioni normative ma proprio per questo occorre rilanciare, occorre pensare ad un’Europa come la pensano ormai milioni di persone che costruiscono la loro vita muovendosi tra diversi Paesi europei, sfuggendo alle gabbie sociali in cui, specie nel nostro paese, molti giovani sono imprigionati. Se l’Europa resta unita, se riusciamo a lasciare aperte le frontiere interne c’è una speranza di riuscire finalmente ad affrontare in modo adeguato anche il problema delle frontiere esterne, ma se si alzano le frontiere interne, ogni problema che abbia carattere globale o generale non avrà lo spazio per poter essere trattato in modo adeguato e finirà nel tritacarne delle contese nazionali. La stessa pace verrà messa in grave pericolo. Non è il tempo di bandiere né monocolori, né bicolori né tricolori, è il tempo della pace senza colori.

Bisogna andare a votare, bisogna convincere i diffidenti, gli indecisi, i rinunciatari che è importante votare, senza turarsi il naso, tenendo gli occhi ben aperti e vedendo con lucidità che questa è un’occasione per riconoscersi in un sogno anche da parte dei troppi ritirati sociali che sono giustamente delusi dal piccolo cabotaggio dei residui dei partiti sconfitti ed intimiditi dall’avanzare di forze distruttive. Superare le diffidenze, mettere da parte le delusioni, dimenticarsi i rancori è una lezione da dare a noi stessi per sviluppare un’autentica politica di pace.

In questo momento chi vuole fare una politica autentica, chi vuole contribuire alla convivenza civile, deve mettere in primo piano il bisogno di contare e di contarsi di tutti quelli che, anche distanti tra loro, credono ancora che è importante non isolarsi, per dimostrare a se stessi che nel Paese esistono gli anticorpi all’isolamento, all’odio, al rancore, che non diffidiamo l’uno dell’altro, che abbiamo un sogno comune: questa occasione ce la dà l’Europa che meglio di ogni altra sede politica rappresenta più il sogno che non un coacervo di piattaforme rivendicative.

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