Il voto in Danimarca

di Elisa Panici da Copenaghen – Per la seconda volta in pochi anni la Danimarca potrebbe avere un primo ministro donna. I Socialdemocratici di Mette Frederiksen, infatti, diventano il primo partito del Paese (in 55 collegi su 92) anche se perdono lo 0,3% di voti rispetto alle elezioni del 2015. E il cosiddetto “Blocco rosso” (composto dai rosso-verdi di Enhedslisten, dai Social Liberali di Radikale Venstre e da Socialistik Folkeparti) diventa maggioranza con 91 seggi contro i 75 del “Blocco blu”.

Potrebbe, dicevamo. I partiti minori del Blocco rosso chiedono infatti ai Socialdemocratici il cambiamento delle severe leggi sull’immigrazione, provvedimenti spesso votati e caldeggiati proprio dal partito di Frederiksen, che non ha intenzione invece di cambiare la linea dura fin qui sostenuta. Linea dura che invece, secondo i Socialdemocratici, avrebbe fatto tornare indietro gli elettori che erano stati sedotti dal Dansk Folkeparti (Partito del Popolo danese).

Questo ragionamento non convince perché, dati alla mano, i Socialdemocratici si attestano sugli stessi risultati delle precedenti elezioni politiche (25,9% dei voti contro 26,3% del 2015, 48 parlamentari contro 47). Il Dansk Folkeparti perde più della metà dei suoi voti, passando dal 21,1% all’8,7% (ed eleggendo 16 deputati anziché 37); voti che prendono in parte la direzione dei partiti di estrema destra come Nye Borgerlige (Nuova Destra) che elegge 4 deputati o come Stram Kurs (Linea dura), partito xenofobo il cui leader ha – tra le altre cose – dato fuoco ad una copia del Corano di fronte a cittadini di religione musulmana. Stram Kurs resta però fuori dal Parlamento per un pelo, non raggiungendo con il suo 1,8% la soglia del 2% dei voti.

Le politiche restrittive in materia di immigrazione che hanno caratterizzato il DF fin dalla sua nascita sono state largamente condivise e adottate dagli altri partiti (del centro-destra e dai Socialdemocratici), svuotando il Partito del Popolo danese dell’unico appeal verso gli elettori e determinando il peggiore risultato per il DF dalla sua fondazione, nel 1998.

Il crollo di DF è probabilmente da attribuire anche al rifiuto di assumere la responsabilità diretta di governo nel 2015 nonostante fosse il secondo partito a livello nazionale e il primo partito del Blocco blu, scegliendo invece di sostenere esternamente un governo di minoranza di centro-destra. Strategia che non sembra aver pagato.

Tra i partiti al governo guadagnano i Liberali di Venstre, che esprimono il primo ministro uscente, Lars Løkke Rasmussen, e i Conservatori di Det Koservative Folkeparti, il partito – a destra – più sensibile ai temi dell’ambiente.

Proprio i temi della crisi climatica e dell’ambiente hanno dominato il dibattito pre-elettorale, insieme all’educazione e al welfare state.

Il partito che più fortemente si è speso sui temi ambientali ha però subito un  ridimensionamento: Alternativet, l’Alternativa, partito che non fa riferimento a nessuno dei due blocchi e che alle recenti elezioni europee ha aderito alla coalizione European Spring promossa da DiEM 25, ha preso il 3% dei voti, scendendo dell’1,8% rispetto al 2015.

Enhedslisten, l’Alleanza rosso-verde, che domenica 26 maggio ha partecipato per la prima volta alle lezioni europee eleggendo un rappresentante nel gruppo GUE, cala leggermente, confermando 13 deputati su 14 con il 6,9%. Enhedslisten è il partito più a sinistra nel Parlamento danese, è visto come un partito di protesta, ma negli ultimi anni è riuscito a crescere facendo leva sui temi ambientali, sul welfare state e sulla lotta alle diseguaglianze; gli argomenti principali di questa campagna elettorale sono stati la richiesta di nuove leggi sul clima e un miglioramento delle leggi su rifugiati e richiedenti asilo.

Proprio la richiesta di cambiamenti in materia di immigrazione potrebbe complicare la nascita di un governo di centro-sinistra, dando così il via ad un governo minoritario dei Socialdemocratici con maggioranze variabili; cosa abbastanza normale per la politica danese. Un altro scenario potrebbe essere la nascita di una coalizione di governo tra Liberali e Socialdemocratici: questa almeno è la proposta che il premier uscente, Lars Løkke Rasmussen, ha fatto ieri sera in TV, ma è un’ipotesi che appare al momento meno probabile.

Di certo il Dansk Folkeparti è il grande sconfitto di queste elezioni; purtroppo, però, la sua dura politica anti-immigrati ha vinto e messo radici, seguita da quasi tutti gli altri partiti. “Quello che pensavamo fosse estremo 10 anni fa, ora è senso comune in Danimarca”, per citare Kasper Møller Hansen, professore dell’Università di Copenaghen.

Vedi i dati completi sul sito della televisione pubblica danese DR.

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