Integrazione, Disintegrazione, Nazionalismo

di Roberto Morea – Prefazione Year Book 2018 Integrazione, Disintegrazione, Nazionalismo

Presentiamo qui l’ultimo volume di transform! europa che, ormai da quattro anni, da semestrale è diventato annuale. Anche in quest’occasione, come nei precedenti tre numeri, abbiamo scelto di mettere al centro della discussione l’integrazione europea e i processi economici, sociali e politici in atto. È evidente che questa discussione appare ancora più necessaria dato l’approssimarsi delle elezioni europee del prossimo maggio.

Il titolo evidenzia già quali siano i temi che affrontiamo in questa numero. La questione europea assume un diverso significato e peso a secondo del punto di vista nazionale, ma è innegabile che l’incapacità(o la mancanza di volontà) di affrontare la crisi sociale ed economica dei cittadini europei sta facendo scivolare sempre più la costruzione dell’Unione Europea in un baratro. L’avanzata delle destre in molti paesi e il ritorno a un nostalgico nazionalismo rischia di riportare le lancette della storia indietro di 80 anni.

Quello che appare all’orizzonte è una spaccatura profonda tra una élite sempre più arroccata e le masse di cittadini sempre più impotenti. Da un lato c’è l’élite per la quale l’integrazione europea èsolo un modo per affrontare la globalizzazione capitalista, consentendo alle economie europee di avere un peso nei confronti delle grandi potenze mondiali. Una costruzione che non è pensata per soddisfare i bisogni dei cittadini europei, riconoscendone i diritti di cittadinanza, ma si basa solo sulla legge di mercato e sulla competitività. Dall’altra parte ci sono le masse, il mondo del lavoro e in generale le classi meno abbienti che hanno vissuto l’integrazione europea come la vittoria del capitalismo e delle sue regole. Questo non è stato determinato solo dalle regole imposte dalla UE, ma anche da un processo culturale in cui abbiamo assistito alla trasformazione di tutti i più importanti soggetti politici e sociali del mondo del lavoro che, dopo la caduta del muro di Berlino, hanno smesso di rappresentare gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici e si sono “incaricati” di rappresentare la modernità ergendosi a paladini della globalizzazione. Ciòsi può ritrovare dal New Labour di Blair ai paesi ex comunisti dell’est Europa. Il risultato è che le masse hanno perso ogni punto di riferimento politico del passato e sono esasperate per la condizione che sono costrette a subire, come dimostrano i recenti movimenti francesi dei “gilet gialli”.

Naturalmente la costruzione europea è all’interno di un quadro più generale con cui essa stessa deve fare i conti. L’intervista che Samir Amin ha dato, poco prima della sua scomparsa, offre un punto di vista interessante sulla condizione mondiale del capitalismo e sull’evoluzione del peso che le grandi potenze esercitano sull’economia globalizzata. Nell’intervista Amin propone anche una riflessione sul ruolo che la Cina potrebbe svolgere nei rapporti con gli stati con cui stabilisce relazioni commerciali.

Il ruolo che, in questo quadro, l’Europa puògiocare nello scenario mondiale viene invece affrontato da Gregor Gysi, presidente del Partito della sinistra europea. Nel suo articolo, oltre a definire il ruolo dell’Unione Europea, si interroga sull’influenza che i nazionalismi possono avere nei confronti dei grandi interessi economici. Nel suo testo, inoltre, evidenzia il peso che, con necessari cambiamenti, deve svolgere il Partito della Sinistra Europea.

Questo numero raccoglie, inoltre, analisi e studi sull’Unione Europea che, come scrive

Jan Kavan nel suo articolo, si trova di fronte a un bivio. Nel suo testo ripercorre il cammino che ha portato l’Europa e la sua costruzione politica nella crisi in cui si trova. I suoi valori e il senso di questa costruzione sono, inoltre, ben illustrati nell’articolo di Ilona Švihlíková.

 

Il numero presenta poi alcuni articoli che offrono spunti di riflessione a partire dal processo che la Brexit e la richiesta di una Grexit hanno messo in atto. In essi sono evidenziati i diversi approcci riguardo alle strategie di confronto verso l’integrazione europea. Un’integrazione che da un lato costringe un paese come la Grecia ad accettare proibitive condizioni economiche con la minaccia di essere “cacciata” e, dall’altro, non affrontando i problemi delle persone, diventa un facile bersaglio e un capro espiatorio per ogni forma di scontento, come dimostra il referendum per la Brexit a cui in questo numero della rivista sono dedicati vari articoli.

Il nostro impegno è anche quello di mettere a fuoco una strategia efficace per le forze della sinistra nell’affrontare la questione europea a partire dai diversi approcci che bene vengono illustrati negli articoli di Marisa Matias e José Gusmão e in quelli di Marica Frangakis e di John Grahl.

Una strategia che parte dal disvelamento della retorica dell’Europa Unita come una realtà immaginata per impedire nuove guerre nel continente ma, al tempo stesso, fondata sul dominio dell’economia di mercato e della competitività, a cui oggi viene contrapposta una retorica altrettanto falsa di un nazionalismo in grado di offrire una soluzione al potere dei. mercati internazionali ma che in realtà incorpora un autoritarismo nazionalista ancora più pericoloso, come viene illustrato negli articoli di Leonardo Paggi e di Axel Troost.

 

Di particolare interesse per capire il processo di integrazione degli stati europei, è il ruolo che nel tempo ha assunto la Germania e il ruolo che oggi gioca la nazione “locomotiva” nel mantenere aperto o meno questo processo. Su questo tema sono indirizzati gli articoli di Erhard Crome, di Marika Frangakis e di John Grahl, che tra le altre cose ci dicono come, tutto sommato, la Brexit, giochi a favore di un consolidamento del ruolo della Germania nell’area euro.

 

A questo dominio economico tedesco, corrisponde un senso di rivalsa sul terreno dell’identitàetnica e nazionale, che scarica sulla integrazione europea anche colpe non sue. Una risposta nazionalistica che, proprio perché non coglie i veri motivi che hanno portato alla crisi economica e sociale dei paesi più periferici, ha come effetto quello di rafforzare il ruolo della economia tedesca e, senza una strategia comunitaria, lasciare indifesi, sulla scala della finanza globalizzata, i lavoratori dei singoli paesi, sui quali verrebbero scaricati ulteriori sacrifici così da mantenere competitive le singole economie nazionali.

Il carattere ideologico e materiale delle destre europee è qui presentato negli articoli di Rafał Pankowski sulla Polonia, di Walter Baier sulle elezioni austriache e in quello di Veronika Sušovà-Salminen che illustra l’espansione ad est della UE.

Per capire le destre e le loro strategie sulla questione dei migranti, basta del resto guardare, la loro mancanza di volontà, una volta al potere, di mettere in atto politicheredistributive o in difesa dei lavoratori, mostrando che la crescita delle destre inrealtà sia più un cambio di cavallo delle élite nazionali che “usano” le destre xenofobe, la questione migratoria e della sicurezza come una facciata della loro falsa battaglia anti establishment europeo, per poter continuare a imporre l’abbassamento delle condizioni di lavoro e dei diritti. Così come falso del resto è il racconto di uno spostamento a destra in massa delle classi lavoratrici come illustrano le analisi del voto francese riportate qui da Yann Le Lann’s e Antoine de Cabanes. È implicito, nel loro testo, l’ammonimento a non inseguire i temi della destra per far presa su un elettorato che non si smuoverebbe, con il risultato, al contrario, di allontanare gli elettori di sinistra.

 

Il risentimento verso le politiche europee e nazionali prodotte in questi anni deve essere combattuto con un proprio punto di vista e la Sinistra non può assumere il ruolo di difesa di una costruzione europea che trova un sempre più diffuso rifiuto tra i cittadini europei. Per combattere la destra, sia quella delle élite europea che quella nazionalista, si deve partire da una rilettura dei testi di Karl Marx e dalle sue analisi sul capitalismo e sui suoi fondamenti. Questo è stato il tema di una tavola rotonda internazionale con Lutz Brangsch, Patrick Bond, Radhika Desai, Ingo Schmidt e Claude Serfati che riportiamo in questo numero. Nel loro dibattito particolare attenzione è data al ruolo del capitale finanziario e alle diverse letture che ne sono state fatte.

 

Una sezione della rivista è dedicata al percorso che transform! europe ha intrapreso quattro anni fa aprendo un dialogo politico e filosofico con il Vaticano, dialogo che ha avuto come primo risultato l’organizzazione, nell’estate del 2018, della prima edizione di una UniversitàEstiva nell’isola greca di Syros, promossa congiuntamente da transform! europe e dall’Università Pontificia di S. Sofia. Negli articoli di Walter Baier, Luciana Castellina, Piero Coda e Michael Löwy emergono alcuni spunti di riflessione sul confronto aperto, tra cristiani e marxisti.

 

Vorrei infine fare un punto sulla rete transform! europe e presentare, a chi ci legge per la prima volta, il nostro percorso e il nostro funzionamento.

La rete transform! europe ha mosso i suoi primi passi nel 2001 durante il Social Forum Mondiale di Porto Alegre con un piccolo gruppo di intellettuali e militanti di sei differenti paesi europei, in rappresentanza di enti di ricerca e riviste legate alle forze politiche della sinistra, con l’intento di coordinarsi e lavorare insieme nella dimensione europea. Oggi transform! europe raccoglie 32 organizzazioni tra membri effettivi e osservatori, provenienti da 21 paesi.

Il network è coordinato da un consiglio direttivo di otto membri e ha un ufficio operativo a Vienna da dove vengono gestite, oltre al sito, anche tutte le pubblicazioni che vengono prodotte, in numero sempre crescente, sui vari temi in cui sono impegnati diversi gruppi di lavoro.

Così come le pubblicazioni semestrali prodotte dal 2007 al 2013, anche la pubblicazione annuale viene tradotta in diverse edizioni nazionali ed è ora pubblicata in inglese, in francese, tedesco, greco e italiano. Non consideriamo questo impegno come una semplice “traduzione” linguistica, quanto piuttosto come un modo per far circolare idee, temi e concetti politici per favorire un dialogo delle diverse sinistre in Europa e sostenere il lavoro del Partito della Sinistra Europea di cui siamo la fondazione politica.

 

Ringraziamo tutti e tutte coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questo numero, gli autori, il nostro comitato editoriale, i traduttori e i grafici che ci hanno ancora una volta consentito di essere presenti, anche con l’edizione italiana, sulla scena della discussione politica europea.

 

Roberto Morea

 

 

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