Intervento introduttivo all’Assemblea dell’11-10-2019

Pubblichiamo l’intervento introduttivo di Guido Liguori –

Care compagne, cari compagni,

in primo luogo grazie di essere qui oggi, grazie soprattutto per aver sottoscritto in tante e in tanti il testo di Transform!, l’appello contro la Risoluzione del Parlamento Europeo del 19 settembre.
Una Risoluzione che beffardamente è stata intitolata «sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa», ma che interviene in realtà proprio manomettendo la storia e la memoria di tanta parte dei popoli europei.

È un testo che costituisce, come abbiamo scritto, «un atto politico e culturale sbagliato e da respingere».

Un atto politico che è grave in sé – per l’accoglimento e la generalizzazione di alcune istanze antidemocratiche presenti in Stati dell’Est europeo che non brillano certo per democrazia, che sono spesso autoritari, nazionalisti, a volte xenofobi, e che pure fanno parte dell’Unione Europea o che vorrebbero farne parte.
In cui vi sono da tempo istanze e provvedimenti legislativi che vietano partiti, organizzazioni, simboli comunisti, posizioni antidemocratiche che invece di essere criticate dall’Unione Europea vengono oggi accolte come base per la costituzione di un nuovo senso comune da creare in tutto il Vecchio Continente.
Ignorando la storia e la memoria di altri Paesi e altri popoli, che sono stati tra l’altro, in alcuni casi – sia detto per inciso –, tra gli Stati fondatori del processo di unità dell’Europa.
Paesi e popoli in cui i movimenti, i pensatori, gli ideali comunisti hanno avuto un segno spesso del tutto diverso da quello fatto proprio dalla Risoluzione, segno, cultura diffusa, senso comune che vengono così ignorati, annichiliti, negati.

Un atto politico grave, quello costituito dalla Risoluzione approvata, anche perché – per perseguire tali fini politici più che criticabili (in chiave anti-russa, come appare evidente, e con una sovrapposizione di Unione Europea e Nato politicamente molto discutibile) – volutamente ignora o manipola la storia, e pretende di riscrivere gli avvenimenti storici di 80 e più anni orsono.

Abbiamo scritto che «non spetta a un organismo istituzionale o politico affermare una determinata ricostruzione della storia».
Già averlo fatto desta infatti perplessità, tanto più se ci si riferisce a eventi di quasi un secolo fa, come per quel che si legge nel documento sulle cause che portarono alla Seconda guerra mondiale.
È questo un compito che andrebbe lasciato alla ricerca, al libero confronto fra le interpretazioni, al dibattito culturale, anche di cultura politica, certo, aperto a tutte e tutti, non solo agli studiosi, ma senza che una istituzione possa e debba ergersi a tribunale della storia – riscrivendo dopo 80 anni, e con grossolane inesattezze e semplificazioni (diciamo pure: a senso unico), i fatti di allora, le ragioni e i torti.
Sono proprio i regimi dittatoriali o se si preferisce totalitari (una categoria molto discutibile, e bisognosa di determinazioni, che purtroppo costituisce uno dei perni della Risoluzione) a voler scrivere o riscrivere per decreto una presunta e sedicente “verità” storica.
Torna alla mente il “Ministero della Verità” di orwelliana memoria, dove lavorava il protagonista del celebre romanzo distopico e antitotalitario 1984 di George Orwell.
Ecco, una istituzione preposta a stabilire la verità e a riscrivere la storia noi non la vogliamo!

Il testo della Risoluzione è estremamente deficitario e criticabile – dicevo – anche per ciò che afferma nel merito.
Esso avanza una interpretazione degli inizi della Seconda guerra mondiale che è del tutto inaccettabile, alla luce dei risultati della ricerca storica più largamente condivisi.
Il “patto Molotov-Ribbentrop” del 23 agosto 1939, vi si afferma, «ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale».
Si omette così ogni riferimento al contesto storico in cui tale “patto” venne a cadere e che costituisce il vero scenario in cui venne preparandosi il conflitto.
Si omette ogni riferimento al comportamento delle democrazie liberali negli anni Trenta, alle simpatie e ai tentativi di accordo da parte dei paesi liberaldemocratici – in primis il Regno Unito, ma anche la Francia – verso l’Italia di Mussolini e verso la Germania di Hitler.

L’aggressione nazifascista contro altri popoli e Paesi, che sta alle origini della Seconda guerra mondiale, infatti, non data dal 1939.
Essa ha inizio con l’invasione dell’Etiopia (del 1935), o almeno con la guerra di Spagna (del 1936). E come “dimenticare” l’annessione dell’Austria, e il “diktat di Monaco” (del 1938), il conseguente smembramento della Cecoslovacchia, non solo a opera della Germania, ma anche della Polonia e dell’Ungheria, paesi governati da sistemi autoritari e semidittatoriali?
A lungo, in quegli anni Trenta, l’Unione Sovietica cercò ripetutamente, ostinatamente, con il suo ministro degli Esteri Litvinov (ministro degli Esteri sovietico dal 1930 al 1939), una intesa difensiva, in chiave antinazista, con Francia e Regno Unito, ben vedendo che le armate di Hitler avevano come nemico ineliminabile e dichiarato in primo luogo lo Stato uscito dalla Rivoluzione d’Ottobre, ben sapendo che il Mein Kampf (scritto dal futuro dittatore tedesco già a metà anni Venti e poi da questi applicato con grande coerenza e fedeltà una volta giunto al potere un decennio più tardi) prevedeva esplicitamente per i popoli slavi la riduzione a semi-schiavitù, a un regime di tipo coloniale, sul modello di quanto del resto Inghilterra, Francia, Belgio e altri paesi europei avevano posto in essere da tempo in altri continenti, con paesi e popoli ritenuti appunto “inferiori”.

Attribuire al “patto Molotov-Ribbentrop” la responsabilità politica e morale della Seconda guerra mondiale è dunque infondato e insensato.
E diciamo questo ben sapendo che tale “patto” fu, per lo schieramento antifascista e soprattutto, in primo luogo, per i comunisti, un evento drammatico, o per meglio dire, tragico.

Anche nel Partito comunista italiano vi furono, come è noto, resistenze e divergenze, rotture, proteste, anche clamorose, ai vertici del partito, in merito al “patto”. (I primi nomi che vengono alla mente sono ovviamente quelli di Camilla Ravera e Umberto Terracini).
Erano stati infatti proprio i comunisti, ovunque, a essere in prima linea contro il nazifascismo.
Molti avevano guardato all’Unione Sovietica come al baluardo che avrebbe contenuto l’hitlerismo, che lo avrebbe combattuto strenuamente.
E proprio l’Unione Sovietica scendeva a patti, nell’agosto 1939, con il suo peggior nemico!
È quindi comprensibile che quell’accordo producesse uno sconcerto profondo, una ferita, per tutto un mondo politico e sociale, ferita che non si è facilmente rimarginata.
Ma occorre anche capire i motivi che sono alle spalle di quei fatti, in primo luogo – come ho accennato – la sordità delle democrazie liberali verso le offerte di accordo antinazista dell’Urss.
In Unione Sovietica certo prevalse allora la ragion di Stato.
Dagli anni Venti, finita la speranza di una “rivoluzione in Occidente”, il movimento comunista si era “territorializzato”, la rivoluzione mondiale si era ristretta nei limiti di una compagine statuale.
Che non può che avere altre logiche e altre modalità di azione.
Un passaggio forse inevitabile, ma dalle molte e complesse conseguenze, non tutte positive, come poi la storia ha mostrato.
La difesa, la salvaguardia dell’Unione Sovietica fu assunta come un impegno prioritario. Di fatto l’Internazionale non fu più, essa divenne una funzione dello Stato sovietico.
Non è qui la sede per discutere eventi di tale portata e di tali implicazioni. Ma questo sfondo va certo tenuto presente nel valutare cause e conseguenze del “patto”.

Mi riferisco alla volontà o alla necessità dell’Unione Sovietica, dello Stato sovietico, già aggredito a Oriente dal Giappone (la lunga e non dichiarata guerra nippo-sovietica degli anni Trenta, culmina nella grande battaglia del lago Khasan, dell’agosto 1938), di garantire i propri confini occidentali e differire la resa dei conti col nazismo, senza troppi riguardi per ciò che il “patto” avrebbe rappresentato per i movimenti politici e sociali che in Europa si dicevano comunisti, e che in buona parte alla stessa Unione Sovietica guardavano con fiducia.

Al “patto” contribuirono inoltre anche altre motivazioni, che non vanno ignorate. Mi riferisco:
– alle dispute intorno ai confini controversi del vecchio impero zarista,
– al ricordo dell’aggressione di cui il paese dei Soviet era stato fatto oggetto dopo la rivoluzione del ’17,
– al fatto – soprattutto – che la Polonia era retta allora, negli anni Venti e Trenta, da un regime reazionario, semidittatoriale, fascistoide, a lungo dominato dal social-nazionalista Piłsudski, ammiratore dei fascismi, morto nel 1935, che si era opposto strenuamente a un patto russo-francese contro la Germania nazista e anzi aveva concluso un patto di non aggressione con la stessa Germania hitleriana.

Quella Polonia aveva appoggiato il golpe di Franco in Spagna, aveva partecipato allo smembramento della Cecoslovacchia «con appetito da iena», come aveva scritto Churchill – costituiva insomma per l’Urss un nemico storico, quasi quanto la Germania di Hitler.

Ciò non giustifica che in parte l’invasione della Polonia anche da est, avvenuta pochi giorni dopo l’invasione tedesca, a opera delle truppe sovietiche; e non giustifica per nulla, soprattutto, il massacro di Katyn, ventimila ufficiali e funzionari polacchi uccisi su ordine di Stalin – un evento gravissimo e tragico, le cui ripercussioni arrivano fino a noi.
Non giustifica, ma spiega, concorre a spiegare, come la situazione fosse allora estremamente più complessa e drammatica di quanto dicano oggi la Risoluzione del Parlamento europeo e la sua interpretazione della storia di allora, tanto unilaterale da essere arbitraria.
Di come sia del tutto errato parlare di “due totalitarismi” che volevano spartirsi il mondo e che per questo avrebbero dato inizio alla Seconda guerra mondiale.
Stalin, è stato giustamente ricordato, voleva in quel momento, nel 1939, solo garantire il suo paese rispetto a possibili nuove invasioni, a nuovi attacchi, costruire il “socialismo in un paese solo”, non conquistare il mondo e neanche fare la rivoluzione mondiale – almeno per il momento.
In caso, si può ricordare, gli unici veri accordi sostanzialmente di spartizione dell’Europa, e inizialmente soprattutto della Germania, in “sfere d’influenza” avvennero qualche anno più tardi, tra i vincitori della Seconda guerra mondiale, e come è noto insieme a Stalin sedettero i campioni delle liberaldemocrazie occidentali, Churchill e Roosevelt.

Una considerazione critica del “patto Molotov-Ribbentrop” non può voler dire, inoltre, omettere del tutto l’enorme contributo alla vittoria contro il nazifascismo, decisivo per le sorti dell’Europa e dell’umanità, che fu allora dato dall’Unione Sovietica e dal movimento comunista internazionale, che fu l’anima della resistenza al nazifascismo, non solo dopo l’inizio dell’«operazione Barbarossa», cioè dopo l’aggressione tedesca all’Urss, scatenata nel giugno 1941.
Se, sul piano morale, una azione delittuosa non può essere del tutto riscattata da una successiva azione virtuosa, certo sul piano storico il contributo che diedero l’Urss (25 milioni di morti) e i comunisti tra il 1941 e il 1945 dovrebbe di per sé impedire di accomunare nazismo e comunismo.

E invece «si riesce a nominare Auschwitz – abbiamo scritto, e ribadiamo – senza dire che fu l’esercito dell’Unione Sovietica a liberarne i prigionieri destinati allo sterminio. O si dimentica volutamente che in molti paesi (tra cui la Francia e l’Italia, ma non solo) i comunisti furono la principale componente della Resistenza al nazifascismo».
In molte realtà importanti dell’Europa, e oggi dell’Unione europea, come ad esempio l’Italia e la Francia, i comunisti diedero, come sappiamo, un contributo di primo piano non solo alla sconfitta del nazismo e dei fascismi, ma anche alla rinascita di una democrazia costituzionale, alla riaffermazione delle libertà politiche, sindacali, culturali e religiose.
Anche per questo, la risoluzione del Parlamento europeo che promuove una equiparazione tra comunismo e nazismo è per noi inaccettabile.

È un punto – questo della equiparazione – che da alcuni commentatori è stato negato. Essi affermano che il documento in questione critica non il comunismo in generale, ma solo la sua versione dittatoriale.
Non è vero.
Esso alterna indifferentemente e ripetutamente i termini “comunismo” e “stalinismo”, a mio avviso proprio con lo scopo di favorirne l’identificazione.
Esso appiattisce su una unica dimensione quello che è stato ed è un enorme e assai diversificato movimento di idee, di lotte sociali e politiche, di rappresentanza delle classi lavoratrici, dei ceti popolari, dei gruppi sociali subalterni e più poveri, che era mossa dalla ricerca di una società basata sulla collaborazione e la solidarietà invece che sulla competizione, sullo sfruttamento, sulla emarginazione dei più deboli.

Non vogliamo ignorare – lo abbiamo scritto e lo ripetiamo, e il nostro è un giudizio politico, prima che storiografico – gli errori e gli orrori di alcune pagine di quella storia, in cui i comunisti «si macchiarono di gravi e inaccettabili violazioni della democrazia e delle libertà».
Ma ribadiamo che, mentre vogliamo riflettere su tali pagine e imparare da tali errori, respingiamo con forza l’equiparazione con una ideologia e una pratica come quella nazifascista, che ha dato vita a una spietata dittatura la quale, abbiamo scritto, «nel negare ogni spazio di democrazia, di libertà e persino di umanità, nel perseguitare fino allo sterminio proclamato e pianificato le minoranze religiose, etniche, culturali, sessuali, cercò di realizzare i propri programmi», mentre i regimi comunisti, nei loro momenti peggiori, finirono per tradire «gli ideali, i valori e le promesse che aveva fatto».

È vero, la “memoria” non è la stessa per tutti.
La memoria del comunismo è, in alcuni paesi dell’Est europeo, anche, e in alcuni casi soprattutto – non lo nego –, la memoria di una invasione subita, di un regime imposto, di una situazione nella quale, in nome di un complesso di cause che bisogna ugualmente tenere presenti, non vi è stato spazio per l’autodeterminazione dei popoli, non vi è stato il tempo, o la volontà, per una vera “lotta per l’egemonia” che permettesse un adeguato sviluppo della ricerca del “consenso”, invece che del “dominio”.
Ma tale fatto non può far dimenticare che anche il capitalismo ha ugualmente scritto pagine drammatiche e orripilanti, che anche i regimi liberaldemocratici hanno prosperato per decenni e decenni sulla schiavitù, sul colonialismo, e comunque sullo sfruttamento e sulla oppressione delle classi lavoratrici, sulla non rappresentanza formale e sostanziale delle classi non privilegiate della società.
È bene che tutti oggi si voglia imparare da questo passato, che tutti oggi si intenda accettare il metodo democratico e il rispetto delle libertà fondamentali.
Ma non è questa una richiesta che – alla luce della storia passata – possa essere indirizzata a senso unico.

È vero, la “memoria” non è la stessa per tutti.
E in molte realtà storiche e geografiche il comunismo, le comuniste e i comunisti, sono stati tutt’altro da ciò che dice la Risoluzione del Parlamento europeo.
Per questo la memoria della presenza e dell’operato dei comunisti e delle comuniste nel nostro e in altri paesi europei non è quella che viene affermata dalla Risoluzione.
E non si vede perché si debba privilegiare una parte della memoria europea per negare completamente un’altra sua parte – tra l’altro falsificando o distorcendo in questa operazione la storia del nostro continente.

Andare oltre le memorie parziali è possibile solo se, in primo luogo, non si ha la pretesa di stabilire per legge una sedicente verità.
Le tesi parziali o false della Risoluzione non possono e non devono essere assunte come base di una «memoria condivisa» o come base dell’insegnamento della storia nelle scuole, come la Risoluzione auspica.
I simboli del movimento comunista sono da secoli i simboli dei lavoratori, della speranza di riscossa di intere generazioni: non sono equiparabili in alcun modo con la svastica, i fasci littori e altri simboli del nazifascismo.
Né credo che quanto verificatosi di recente in Polonia e Ungheria, ovvero la distruzione o cancellazione delle targhe e dei monumenti, o addirittura degli archivi e delle biblioteche, riguardanti pensatori comunisti (tra l’altro, democratici o antistalinisti), studiati e ricordati in tutto il mondo, come Rosa Luxemburg e György Lukács, fornisca una indicazione di metodo che possa servire da esempio alla ricerca, all’insegnamento, allo studio della storia nei paesi democratici.
Al contrario, quanto avvenuto in quei paesi offende la storia e la memoria e preoccupa, o dovrebbe preoccupare, insieme alla politica, la cultura tutta.

Riteniamo impossibile lottare contro il «ritorno al fascismo, al razzismo, alla xenofobia e ad altre forme di intolleranza», come la Risoluzione dichiara di voler fare, imboccando la strada di una equiparazione di fatto tra i regimi nazifascisti e chi contro di essi si batté strenuamente.
In tal modo si rischia di confondere le menti e di contribuire al rifiorire di una cultura politica di estrema destra che abbiamo visto quanto sia ancora oggi pericolosamente violenta, intollerante, pericolosa.

Credo si debbano fare tutti gli sforzi possibili perché il Parlamento europeo torni sui suoi passi, impegnandosi non a riscrivere la storia, ma a combattere oggi il riaffiorare di quei fenomeni di sopraffazione, discriminazione e violenza, sia rimuovendo le cause profonde (sociali, economiche, culturali) che li alimentano, sia assicurando lo sviluppo libero e non politicamente indirizzato della ricerca e della cultura storica.
Dobbiamo trovare insieme i modi e le forme per far sentire ancora e con sempre più forza questi nostri convincimenti e queste nostre richieste.

incontro pubblico

3 Commenti. Nuovo commento

Michelangelo Zanghi
12 Ottobre 2019 8:31

Impeccabile sia la prosa sia la storiografia. Un testo capace di rimotivare le passioni dei Comunisti/e italiani/e. La base politica per tornare ad avere un pensiero Comunista, il giusto approccio con la mancanza di conoscenza.

Rispondi
Ennio Abate
12 Ottobre 2019 11:26

Trovo condivisibile l’analisi storica, ma fiacco e formale l’obiettivo di questa assemblea (“Credo si debbano fare tutti gli sforzi possibili perché il Parlamento europeo torni sui suoi passi”). Come può tornare sui suoi passi un Parlamento che quei passi li ha meditati e decisi proprio cancellando verità storiche come queste qui ricordate e accettate fino a tempi recenti?

Rispondi
    Giancarlo Scotoni
    12 Ottobre 2019 11:42

    Dal momento che è stato questo Parlamento europeo a votare la Risoluzione, per essere meno fiacchi occorrerebbe sfiduciarlo… francamente un po’ ambizioso come obiettivo. Per il resto transform non si limita a questa campagna di sensibilizzazione ma giorno per giorno lavora a costruire spazi di riflessione e di lotta a livello europeo.

    Rispondi

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