Io donna: manifestazione di donne

Io donna

“Nel mio dipartimento ho solo due impiegati e quattro ragazze!” così un dirigente della fu Provincia di Milano diceva lamentandosi con un suo collega in una fugace conversazione. Quelle parole mi entrarono nella testa e come un tarlo lavorarono per diversi giorni, infatti io, giovane delegata della CGIL, sapevo, precisamente, che in quell’ufficio c’erano sei impiegati!
Perché, dunque, quel dirigente parlava di ragazze e impiegati? Dopo qualche giorno “intervistai” le “ragazze” e gli impiegati, mi confermarono di aver partecipato allo stesso concorso e per la stessa qualifica, qualifica che risultava identica, anche dalla busta paga. Decisi quindi di passare qualche ora in quell’ufficio, ma solo dopo pochi minuti la risposta la trovai proprio davanti ai miei occhi, non ci fu bisogno di particolari analisi era semplicissimo: la differenza si creava nella distribuzione del lavoro, ovvero, le “ragazze” battevano a macchina le pratiche e i documenti, gli “impiegati” si curavano il protocollo e l’archiviazione delle pratiche stesse. Quindi un’unica funzione veniva spezzata in due e costringeva le mie colleghe in un ruolo meramente esecutivo, tanto da non essere riconosciuto, tanto da lasciarle “ragazze”! Il mio femminismo sindacale inizia da questo episodio.
Ci piacerebbe con questi primi tre articoli, più o meno intrecciati tra loro, sviluppare un confronto tra idee, esperienze, pratiche, studi, analisi, chiedere contributi e gestire uno spazio politico un Forum, in un tempo in cui vengono attaccati i luoghi di pratiche delle donne come la Casa Internazionale delle Donne di Roma e non solo, mentre insorge dopo tanto tempo un movimento femminista come Non una di Meno.
Non è, solo, questione di bilanci nonostante occorrerebbe poter guardare a quanti passi abbiamo fatto avanti per capire quanti, e sono tanti, ancora ne mancano. Per ragionare intorno alla forza, al potere che determina le condizioni delle persone e quanto sia rilevante l’esercizio del potere se agito da un uomo o una donna e se vi siano o meno differenze! Quale e quanta sia ancora la asimmetria di potere nei ruoli e tra i ruoli, tra uomini e donne.
Dopo tanta storia di femminismo dentro e fuori i sindacati, dentro e fuori i luoghi di lavoro, dentro e fuori i ruoli istituzionali, come è stato possibile, ad esempio, costruire un appuntamento così simbolicamente significativo come la realizzazione del primo sciopero internazionale delle donne rimuovendo la pratica e le relazioni che per decenni si sono sviluppate nel sindacato e nelle istituzioni e che, tuttavia, hanno mobilitato centinaia di migliaia di donne con una manifestazione di straordinaria partecipazione com’è stato per la prima volta l’anno scorso! Quali sono i nuovi “insegnamenti” che derivano dalle più giovani, qual’è la forza che ne può venire per tutte e tutti?  Mi chiedo: sarebbe stato possibile costruire una piattaforma femminista in cui dignità e diritti nel e per il lavoro, possano essere affermati separatamente dalla conquista di dignità e diritti nel corpo, nel vivere la sessualità e le scelte di procreazione dentro e fuori la famiglia, dentro e fuori il rapporto di coppia?
Un salto di qualità che è, ancora, necessario realizzare in termini di occupazione e di uguaglianza dei diritti e di reddito nel lavoro, se ancora oggi le donne guadagnano il 23% in meno di reddito da lavoro a parità di qualifica. Con un impegno per la realizzazione delle condizioni sociali, culturali e materiali necessarie a garantire l’autodeterminazione delle donne, contro ogni forma di violenza.
Mi chiedo ancora dove sia stato lo scarto, dove e perché si è prodotta la rottura tra il movimento insorgente di NUDM e il sindacato , ma, è evidente che la discontinuità sta nel soggetto, nella voce narrante che, come nel teatro greco, è sempre il coro, la Polis, ciò che fa della narrazione individuale una vicenda collettiva, un’emozione di tutte e tutti.
So quanta storia e quanta cultura e quanta fatica c’è dietro la necessità di rimettere al centro dell’attenzione di tutte e tutti una lettura del lavoro e delle condizioni materiali di vita in cui le donne non siano solo la declinazione al femminile della condizione maschile, perché non è così, perché la realtà delle differenze ci consegna una durezza delle discriminazioni che più di quarant’anni di politiche di parità non sono riuscite a sconfiggere.
Perché la maternità continua a fare la differenza e a discriminare nel lavoro e nelle professioni. Perché la cultura della produttività non valorizza il merito e le qualità, bensì la completa abnegazione agli obbiettivi aziendali e al modello gerarchico prevalente.
Perché essere brava, bella, intelligente e magari pure mamma è un tabù e prima o poi ne pagherai le conseguenze.
Perché le molestie e le persecuzioni sessuali sono ancora uno dei maggiori fattori di rischio cui le donne vanno incontro nella loro vita lavorativa, sempre più precaria e sempre più ricattabile.
Perché la cultura della violenza, della sopraffazione e la valorizzazione dei corpi femminili è in ogni luogo della società, ben nascosta nelle pieghe della famiglia e dei rapporti affettivi e interpersonali.
Eppure lo sappiamo che senza quella forza trovata negli anni settanta e ottanta che ha costruito l’affermazione dei diritti e della parità nel lavoro insieme all’affermazione dei movimenti nella società per conquistare diritti e libertà delle donne, nel vivere la sessualità, nel riconoscersi nei propri corpi sessuati, nel diritto alla maternità e all’autodeterminazione nelle scelte personali e nella relazione con e verso l’altro, senza quel continuo lavorare e tessere relazioni dentro-fuori i sindacati, i partiti, i luoghi delle istituzioni, senza le “altre” tutto lo sforzo prodotto solo da una parte sarebbe stata ben piccola cosa.
Forse le difficoltà e le polemiche che si sono accese attorno all’appuntamento sindacale per l’otto marzo parlano di questa rottura, di significati frammentati, di mancanza di luoghi di riconoscimento capaci di costruire forza e senso comune, condivisione di pratiche e di emozioni.
Al di là delle polemiche delle invettive, senza sminuire le altre e ognuna consapevole della propria parzialità , nonostante le tante strumentalità e trappole sottese, sarebbe rilevante per tutte ritessere il confronto e le relazioni, e che contamini le tante diverse voci e culture del femminismo, in particolare, per quanto mi riguarda, con particolare curiosità e partecipazione verso la nuova generazione di femminismo, perché al centro della contesa, ancora una volta come tanti anni fa torna l’attacco all’auto determinazione di noi donne, di questo ci parlano il tentativo di mettere in scacco la legge 194, l’attacco alle “istituzioni” femministe, il riperpetuarsi di differenze e discriminazioni da lavoro se, appunto, i dati ci confermano che a parità di lavoro c’è un reddito di diseguale tra uomini e donne, nonostante tanti anni di politiche di parità.
Insomma, il patto tra capitalismo e patriarcato si è rinsaldato, producendo frammentazione nei rapporti sociali, ritorno dei fondamentalismi e integralismi come è, da ultimo, la proposta oscena di censimento dei Rom!
Mi piacerebbe che potessimo usare questo spazio per discutere del potere delle donne e delle donne al potere, della forza necessaria a noi donne per quel cambiamento che altre prima di noi hanno conquistato ma che oggi non basta più.
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