La direttiva della vergogna, atto II°

di Stefano Gallieni –

Quando, il 16 dicembre del 2008, il Parlamento europeo ed il Consiglio approvarono la Direttiva 115, altrimenti detta “Direttiva rimpatri” divenne chiaro, anche ai più ottimisti cosa si intendesse con il termine “Fortezza Europa”. Un impianto repressivo e punitivo che, grazie anche a ingenti risorse, disegnava quelle che sarebbero state le politiche europee negli anni successivi.
Dalla sinistra (non dal gruppo S&D che ne definì alcuni aspetti basilari) venne immediatamente ribattezzata la “Direttiva della vergogna”, per l’approccio apertamente disumano che si riprometteva di adottare nei confronti di richiedenti asilo e rifugiati o di migranti considerati “illegali” e in quanto tali da rimandare indietro più o meno con ogni mezzo. Allora ci furono anche forti e critiche prese di posizione da parte di autorevoli leader internazionali, soprattutto in America Latina e nello stesso parlamento si manifestò un forte dissenso.
Ci furono problemi anche ad applicare il testo nei diversi Stati Membri, addirittura in Italia, che allora non era certo governata da forze di sinistra, ci vollero 3 anni e innumerevoli richiami prima che si giungesse ad una sua applicazione. La scelta, dell’allora Ministro dell’Interno Maroni, e del governo Berlusconi, fu quella di applicarla nella maniera più restrittiva, recependone gli aspetti peggiori ivi compresa la possibilità di trattenere fino a 6 mesi le persone irregolarmente presenti e in attesa di rimpatrio negli allora CIE.
Nel settembre scorso, 10 anni dopo, era già stata prodotta una proposta di modifica della Direttiva tenendo conto degli avvenuti mutamenti nello scacchiere internazionale. Del testo si è discusso alla riunione dei Ministri dell’Interno degli Stati Membri che si è tenuta a Lussemburgo la scorsa settimana. Ci vorranno mesi prima che le proposte giungano nel nuovo Parlamento e nel nuovo Consiglio ma ad una prima lettura possiamo dire, senza tema di smentita, che 10 anni di fallimenti e di ripetute violazioni di normative internazionali oltre che dei più elementari diritti umani, non abbiano insegnato niente. Negli anni recenti addirittura, ben comprendendo la piega che stava prendendo la situazione europea, non solo italiana, molti attivisti e esponenti progressisti si sono dovuti addirittura trovati a doversi appellare al rispetto della Direttiva, per evitare che venissero compiute ulteriori violazioni, si pensi a rimpatri in paesi in guerra, a respingimenti collettivi, a trattenimenti arbitrari. La lista sarebbe enorme.
Non sembra che gli estensori del nuovo testo abbiano fatto un bilancio, neanche basandosi su un cinico rapporto costi / benefici, dell’applicazione dei risultati ottenuti in 10 anni. Non parliamo dell’aumento atroce del numero dei morti in mare, di quanto avviene nei campi di detenzione nei paesi in cui si sono di fatto esternalizzate le frontiere, della clandestinizzazione forzata imposta a milioni e milioni di cittadini colpevoli unicamente di non poter rendere legale la propria presenza in Europa. Ma del semplice fatto che le risorse ingenti impiegate per il “contrasto all’immigrazione irregolare” non hanno affatto fermato le persone, non hanno permesso di effettuare i tanto decantati rimpatri, non hanno reso le città europee più “sicure”.

Si sta scegliendo invece di riutilizzare gli stessi criteri, pensando forse di poter contare su migliori tecnologie, su un maggior potere contrattuale di ricatto verso quei paesi che non accettano rimpatri, di poter violare le leggi interne vigenti nei singoli Stati per accelerare ogni procedura di “deportazione” senza neanche rispettare i gradi di giudizio spettanti alle istanze di richiesta di asilo. Quanto accaduto in Italia in questi anni, dal “pacchetto sicurezza” di Maroni, alla Minniti Orlando, fino ai due provvedimenti dell’attuale ministro dell’interno, uno (la legge 132 già in vigore e il nuovo decreto approvato ieri in Cdm) è perfettamente in linea con le tendenze autoritarie e repressive che si producono nel continente.
E nonostante sia appurato che la politica dei rimpatri e delle detenzioni arbitrarie sia anche inefficace per i fini dichiarati, si impiegano risorse preziose per ribadire un sovranismo europeo utile unicamente a fini propagandistici. La discussione che si prepara nel prossimo Parlamento è ricca di incognite. Se prevarrà il tentativo di convergere su tale approccio repressivo gli effetti più deleteri li vedremo, come già in passato, nei paesi del Sud e dell’Est Europa, con una maggiore militarizzazione dei confini, con la realizzazione di strutture di detenzione finalizzate all’espulsione che garantiranno un business fenomenale a pochi grandi enti gestori privati, con la distruzione dei pochi efficaci sistemi di accoglienza e di inclusione sociale.
Aumenteranno gli accordi sul modello di quelli stretti con Libia e Turchia (imbarazza sentire oggi dirigenti del Pd secondo cui l’instabilità del paese nordafricano impone di rivedere le decisioni prese) e molto probabilmente si estenderanno a paesi considerati talmente democratici da non prevedere ragione alcuna per i propri abitanti di fuggire. Mali, Sudan, Eritrea, Nigeria, Somalia, Repubblica Democratica del Congo, Afghanistan e Pakistab, potrebbero rientrare fra questi.
Nella realizzazione della Direttiva non stupirebbe di trovare forme ipocrite per garantire la legittimità dei rimpatri collettivi, della chiusura dei porti, dell’attacco a chi pratica solidarietà, in nome della “sicurezza europea”.
I danni che si potrebbero produrre sono enormi, anche perché la nuova Direttiva, dal punto di vista dei costi, andrà a coprire i 7 anni di bilancio che vanno dal 2021 al 2027. Guai per il futuro insomma. Per questo ne va impedita l’approvazione e ne va denunciata la pericolosità democratica offrendo una adeguata informazione che invece spesso manca non solo in Italia.

Questa è la direttiva della vergogna atto secondo.

Menu