Gramsci guarda la rivoluzione russa

La Grande Guerra, l’Ottobre, Gramsci e noi

di Guido Liguori – 1. Cento e uno anni dall’Ottobre. E certo tutto è cambiato. Per rapportarci e trarre insegnamenti da un evento così lontano nel tempo (e nello spazio) ci viene in soccorso la categoria gramsciana della «traducibilità», che da alcuni anni è considerata tra quelle fondamentali per l’autore dei Quaderni del carcere. Come da una lingua a un’altra non basta tradurre alla lettera alcune parole, perché la traduzione sia corretta (e Google Translate ce lo ricorda costantemente), così tradurre un concetto o un insegnamento da un contesto a un altro, da un evento a un altro ha bisogno di una operazione ben più complessa che di una semplice operazione di traduzione meccanica.
2. Ma, intanto, come si rapportò Gramsci alla Rivoluzione d’Ottobre? Per comprendere il modo in cui egli si rapportò alle due rivoluzioni russe del 1917, e in particolare alla Rivoluzione d’Ottobre, occorre in primo luogo aver presente il terreno specifico della sua formazione giovanile. Già in Sardegna infatti, dove visse dal 1891 al 1911, Gramsci aveva iniziato a leggere non solo organi di stampa e opuscoli socialisti, grazie soprattutto all’influenza del fratello maggiore Gennaro, tra i dirigenti della Camera del lavoro di Cagliari; o libri e articoli del rivoluzionario Sorel, che pure lo influenzarono significativamente; o di chi, come Salvemini, si collocava sul terreno della sinistra anche se dal Partito socialista sarebbe uscito entro breve tempo; o di Antonio Labriola, il primo vero marxista italiano.
Gramsci fin dagli anni della sua giovinezza in Sardegna si era nutrito anche e forse soprattutto di quella cultura d’opposizione borghese (a Giolitti e al giolittismo) che fu il terreno specifico sul quale egli si formò: parlo delle cosiddette “riviste fiorentine” come Il Leonardo e La Voce di Papini e Prezzolini, di filosofie come il neoidealismo italiano e il pragmatismo statunitense, e ancora di un filosofo francese di grande rilievo come Henri Bergson.
Una cultura convergente in un punto essenziale: la rivalutazione del soggetto contro quella che era stata la filosofia dominante nella seconda metà dell’Ottocento (il positivismo), che aveva influenzato notevolmente anche i marxismi e il movimento operaio, con il suo portato di oggettivismo (epistemologico, storico e politico), visione questa che ancora influenzava profondamente le principali correnti del movimento operaio del primo Novecento.
Oggettivismo, ovvero: dare importanza, in particolare per ciò che riguarda la storia e la politica, a ciò che avviene o sembra avvenire anche a prescindere dall’azione dei soggetti, ad esempio dei movimenti e dei partiti politici. Perché la storia avrebbe le sue leggi, per lo più dettate dallo sviluppo dell’economia, e sarebbero state queste leggi, in primo luogo, a garantire il futuro avvento di una società diversa e migliore.
3. Nel 1911 Gramsci si trasferì a Torino per frequentarvi la facoltà di Lettere grazie a una borsa di studio appena sufficiente per la sopravvivenza[1]. Approdava così alla migliore università italiana del tempo, ma anche alla città più industriale e con la più organizzata e combattiva classe operaia. A Torino egli aderì, già prima della Grande Guerra, al partito socialista.
Il suo marxismo era allora molto particolare, proprio in virtù del clima culturale in cui era cresciuto e si era formato, e di cui si liberò solo gradualmente. Intendo dire che per la sua formazione culturale, il marxismo del giovane Gramsci fu in controtendenza rispetto al marxismo del tempo, fu un marxismo soggettivistico, anti-determinista, anti-economicista, influenzato appunto dal neoidealismo e dal bergsonismo, in parte mediato da Sorel. Un marxismo originale, anche immaturo in qualche passaggio, imperniato sul primato assoluto e idealistico della volontà.
Anche dei processi rivoluzionari il giovane Gramsci aveva già maturato una visione antideterministica e antieconomicistica. Nel suo articolo Socialismo e cultura, del 1916, ad esempio, egli sottolineava – nei grandi processi di cambiamento – l’importanza della consapevolezza, delle idee. Scriveva infatti Gramsci:
«ogni rivoluzione è stata preceduta da un intenso lavorio di critica, di penetrazione culturale, di permeazione di idee […] L’ultimo esempio, il più vicino a noi e perciò meno diverso dal nostro, è quello della Rivoluzione francese. Il periodo anteriore culturale, detto dell’illuminismo […] Fu una magnifica rivoluzione esso stesso»[2].
Questo soggettivismo antideterministico si fondeva – come ho accennato – con l’elemento, strettamente connesso, della volontà, che era anche il voler prendere parte, rifuggire dalla passività, dal disinteresse: questo era il celebre grido «odio gli indifferenti»[3], lanciato da Gramsci nel gennaio 1917, a poche settimane dalla prima rivoluzione di quell’anno in Russia, la «rivoluzione di febbraio».
4. Fin dai primi commenti alla “rivoluzione di febbraio” Gramsci lesse gli avvenimenti di Russia come la riscossa dei socialisti che non avevano tradito lo spirito dell’Internazionale, e vide nei fatti di Pietrogrado una «rivoluzione proletaria»[4]. Non aveva del tutto torto, poiché all’origine della “prima rivoluzione” del 1917, quella di febbraio appunto, vi erano state le manifestazioni operaie di Pietrogrado, e la manifestazione delle donne per l’8 marzo, giorno che corrispondeva al 24 febbraio nel calendario giuliano in vigore allora in Russia (che faceva segnare 14 giorni di ritardo sul calendario gregoriano, occidentale); e, ancora, il passaggio dalla parte degli insorti di numerosi reparti di soldati, che altro non erano che contadini in armi, i quali al dunque, invece di sparare contro i rivoltosi, spararono contro la polizia zarista.
Quali erano per Gramsci i caratteri di fondo dell’evento di febbraio, che abbattè lo zarismo? La «rivoluzione russa» per lui aveva in primo luogo «ignorato il giacobinismo», ovvero non aveva «dovuto conquistare la maggioranza con la violenza»[5]. Fino al 1921 – quando muterà giudizio sulla base dell’opera del grande storico francese Albert Mathiez, che sottolinea positivamente le similitudini tra giacobini e bolscevichi[6] – Gramsci, influenzato da Sorel, e ignorando Lenin e anche Marx, fu decisamente antigiacobino. Il giacobinismo, la rivoluzione giacobina, erano allora (nel 1917) per Gramsci fenomeni borghesi, di una minoranza che «serviva degli interessi particolaristici, gli interessi della sua classe»[7]. Invece i «rivoluzionari russi» – egli pensava – non volevano sostituire dittatura a dittatura e avrebbero avuto, attraverso il suffragio universale, l’appoggio della grandissima parte del «proletariato russo», se solo esso avesse potuto esprimersi liberamente.
Era una visione un poco ingenua del processo rivoluzionario, sia per quel che concerneva i fatti di Russia – in cui le forze della rivoluzione erano in realtà molto più composite e divise di quanto Gramsci sapesse e capisse –, sia per la convinzione che il suffragio universale bastasse a garantire l’affermarsi della reale volontà del proletariato. Gramsci prescindeva qui – al contrario di quanto farà con grande acutezza negli scritti maturi del carcere, ma anche, in parte, nel periodo consiliarista del “biennio rosso” – dai prerequisiti della democrazia, dagli elementi tendenzialmente egualitari (in termini di cultura, informazione, consapevolezza, libertà dal bisogno) che un corpo elettorale dovrebbe avere per esprimersi senza «fini particolaristici».
Inizierà dopo qualche mese, da parte del giovane socialista, l’analisi delle distinzione interne al grande evento rivoluzionario che aveva archiviato il potere zarista, ma non la guerra. L’attenzione gramsciana venne spostandosi, sia pure non senza qualche comprensibile oscillazione, verso la componente bolscevica, individuata come la forza che non accettava che la rivoluzione si fermasse al suo stadio democratico-borghese, ma pretendeva che andasse avanti fino alla conquista di una società socialista: «Lenin […] e i suoi compagni bolsceviki – egli scriveva nell’aprile ’17 – sono persuasi che sia possibile in ogni momento realizzare il socialismo. Sono nutriti di pensiero marxista. Sono rivoluzionari, non evoluzionisti»[8]. Dove è evidente la polemica contro l’evoluzionismo secondointernazionalista, socialdemocratico e riformista, rappresentato in Italia dal socialismo moderato dei Treves e dei Turati.
La polemica era in nome (ovviamente) di quel soggettivismo rivoluzionario che contraddistingueva il Gramsci di questo periodo.
5. Intanto dilagava in Italia e in Europa, già prima dell’Ottobre, l’entusiasmo per ciò che era avvenuto in Russia. La disfatta di Caporetto (che si compì negli stessi giorni della presa del palazzo d’Inverno, tra il 24 ottobre e il 9 novembre) era dietro l’angolo, causata anche da una sempre più larga critica di massa alla guerra e da un modo disumano – quello di Cadorna e degli altri ufficiali, da una parte e dall’altra delle trincee – di usare i soldati come carne da macello, con una disinvoltura che derivava anche da un radicato egoismo di classe. Ma, in questi giorni, nei quali si celebra il centenario della «vittoria» italiana nella Grande guerra, nessuno ricorda più i milioni di morti, mutilati, invalidi, che essa produsse, tra tutti gli eserciti e in tutti i fronti. Proprio questa guerra, la fame, le sofferenze e l’orrore che essa provocava, era sta molla una delle principali cause della rivoluzione in Russia, se non la principale.
Non sorprende dunque che “fare come in Russia” iniziasse a essere la parola d’ordine che circolava tra le classi popolari e subalterne di grande parte d’Europa, dove iniziava a essere largamente conosciuto il nome di Lenin, a cui si inneggiava. E Gramsci non era da meno: la scelta è tra Kerenskij e Lenin, egli scriveva ad agosto[9], era tra il nuovo capo del “governo provvisorio” formatosi il 6 agosto, e il dirigente rivoluzionario allora ricercato dalla polizia del nuovo governo e costretto a rifugiarsi in Finlandia, dove scrisse in poche settimane Stato e rivoluzione.
6. Tra il 24 e il 25 ottobre secondo il calendario russo (tra il 7 e l’8 novembre secondo quello occidentale) vi fu la presa del Palazzo d’Inverno, l’assunzione del potere da parte dei Soviet egemonizzati dai bolscevichi. Celeberrimo è il commento gramsciano, scritto a fine novembre: si trattava, per il socialista sardo, di una «rivoluzione contro Il Capitale», il libro di Marx, contro chi aveva dato di quel libro e del marxismo una lettura economicistica e deterministica, “stadiale”, per la quale non sarebbe stata possibile alcuna rivoluzione socialista nella Russia arretrata prima di un adeguato sviluppo dello “stadio capitalistico”, dell’industria e dunque della classe operaia russe. Ora invece – scriveva Gramsci – «i massimalisti […] si sono impadroniti del potere, hanno stabilito la loro dittatura, e stanno elaborando le forme socialiste in cui la rivoluzione dovrà finalmente adagiarsi»[10].
Il marxismo dei bolscevichi era “costruito” da Gramsci a immagine e somiglianza delle sue idee: un marxismo storicistico, derivato da Hegel e liberato dalle scorie del positivismo. Era ancora una volta la volontà che trionfa, nella visione di Gramsci: sono gli essere umani associati che possono comprendere «i fatti economici e li giudicano, e li adeguano alla loro volontà, finché questa diventa la motrice dell’economia, la plasmatrice della realtà oggettiva, che vive, e si muove, e acquista carattere di materia tellurica in ebullizione, che può essere incanalata dove alla volontà piace, come alla volontà piace»[11]. Una lettura molto interessante anche oggi – se ci pensa bene –, contro i mantra neoliberisti del mercato e delle sue leggi immodificabili.
Al di là dell’attacco a effetto (la «rivoluzione contro Il Capitale» di Marx), in realtà l’articolo coglieva alcune motivazioni profonde dell’Ottobre russo: la guerra aveva reso possibile un evento inaudito. Marx aveva «preveduto il prevedibile», affermava il giovane (appena ventiseienne!) giornalista socialista rivoluzionario, Marx non aveva potuto prevedere la Prima guerra mondiale, il suo carattere senza precedenti, che «avrebbe suscitato in Russia la volontà collettiva popolare» in tempi molto più rapidi della norma). In quanto, egli prosegue, «in Russia la guerra ha servito a spoltrire le volontà. Esse, attraverso le sofferenze accumulate in tre anni, si sono trovate all’unisono molto rapidamente. La carestia era immanente, la fame, la morte per fame poteva cogliere tutti, maciullare d’un colpo decine di milioni di uomini. Le volontà si sono messe all’unisono»[12].
7. Iniziano a essere presenti in Gramsci, dall’Ottobre in avanti, considerazioni e argomentazioni più coerenti con la tradizione marxista. La visione del Gramsci maturo non perderà il dato dell’importanza della volontà e della soggettività, ma la realtà storico-sociale sarà nei Quaderni un campo di possibilità, che le condizioni oggettive offrono al soggetto, all’interno del quale si determinerà un certo esito piuttosto che un altro a seconda dell’azione e delle capacità del soggetto stesso. L’ipersoggettivismo giovanile sarà superato proprio a partire dalla adesione di Gramsci al movimento politico internazionale che nasceva con la “seconda rivoluzione” russa, grazie a cui il suo marxismo iniziò a liberarsi dalle incrostazioni idealistiche e spiritualistiche che lo condizionavano in modo determinante.
Gramsci passa negli anni successivi per esperienze difficili e cruciali. In primo luogo il “biennio rosso” 1919-1920, quando egli divenne uno dei più importanti e originali rappresentanti nel pensiero consiliarista europeo assumendo di fatto la guida del movimento dei consigli di fabbrica torinese. La sconfitta del movimento operaio torinese fece aprire però gli occhi sulla complessità e varietà della situazione italiana, sul fatto che non tutta l’Italia era Torino, ovvero “occidente”, moderna società industriale massificata e caratterizzata dalle «caserme» e «casematte» della «società civile», come si esprimerà Gramsci nei Quaderni; ma anche sui limiti del Partito socialista italiano, rivoluzionario a parole ma immobilista e confusionario nei fatti.
Dalla consapevolezza di tali limiti nasceva la spinta a formare subito un partito comunista anche in Italia, accettando la leadership di Amadeo Bordiga, da cui Gramsci era per tanti versi distante. Dalla sconfitta del movimento operaio e socialista nel “biennio rosso” nacque anche la drammatica fase della reazione fascista e la sconfitta storica che subì allora il movimento operaio italiano.
La qual cosa provocò un ripensamento profondo in Gramsci e lo predispose ad accettare l’insegnamento dell’ultimo Lenin sulle condizioni della possibilità di una rivoluzione in Occidente. Dal suo partito Gramsci era stato infatti inviato nel giugno 1922 a Mosca, come rappresentate italiano presso l’Internazionale comunista.
Iniziò a Mosca una fase di conoscenza più profonda del pensiero di Lenin e del gruppo dirigente bolscevico, del tentativo di edificazione di una inedita società socialista negli anni della riscoperta di una certa gradualità (la Nep). Venuta meno la speranza di una subitanea rivoluzione in Occidente, e maturata la convinzione di una capacità di resistenza del capitalismo ben superiore alle prime ingenue speranze e previsioni, Lenin rilanciò la politica del “fronte unico”, ovvero dell’alleanza coi socialisti.
La lezione che veniva dall’ultimo Lenin era quella di una crisi capitalistica che non necessariamente si sarebbe tramutata con immediatezza in ondata rivoluzionaria. La lezione dell’Ottobre, comprese bene Gramsci, andava tradotta. Fu sulla scorta di Lenin che Gramsci maturò la convinzione che in Occidente non si potesse “fare come in Russia”, poiché in Occidente le «superstrutture politiche», create dallo sviluppo del capitalismo e dalla società di massa, egli scriveva in una lettera ai compagni italiani già nel 1924, rendeva più lenta e complessa ogni possibile strategia rivoluzionaria: già a metà anni 20 Gramsci aveva maturato in nuce alcuni dei temi che sarebbero stati centrali nei Quaderni[13].
8. Passando per tutte queste vicende storiche drammatiche, negli anni che vanno dal 1917 e poi dal 1921 fino al 1926, anno in cui viene arrestato, Gramsci giunse dunque a un ripensamento complessivo del suo bagaglio teorico giovanile. Alcuni fili del quale, e non secondari, sono riscontrabili anche nella trama delle opere del carcere, ma inseriti in un quadro d’insieme per molti aspetti diverso. Alla volontà rivoluzionaria, nel Gramsci maturo si affianca la conoscenza della situazione il più possibile oggettiva, l’analisi minuziosa, storica e sociale, del terreno su cui si svolge la lotta. Gramsci in carcere, in altre parole, giunge a mettere a fuoco la differenza morfologica tra Oriente e Occidente[14]. E giunge ad affermare che la Rivoluzione russa è l’ultima rivoluzione di stampo ottocentesco, l’ultima rivoluzione-insurrezione, almeno in Europa o nel mondo avanzato[15].
In occidente, la moderna struttura della società di massa, la compenetrazione nuova tra Stato e società civile, il peso e l’importanza degli apparati della formazione del consenso sono tutti fattori che portano Gramsci a una vera e propria rivoluzione del concetto di rivoluzione, non solo rispetto alla visione soggettivistica e idealistica che dello stesso egli aveva avuto nel suo periodo giovanile, ma anche rispetto alla concezione classica, e a volte stereotipata, della tradizione marxista e leninista. Non perché Gramsci fuoriesca dal marxismo o dalla tradizione rivoluzionaria, con un approdo classicamente riformista – come pure a volte è stato sostenuto. La volontà (rivoluzionaria) non viene meno, ma essa ora parte dall’assunto della necessità della conoscenza del nuovo terreno in cui si è chiamati ad operare e si fa banditrice di quella che Gramsci chiama una «riforma intellettuale e morale».
La volontà di cambiamento non perde il suo ancoraggio di classe, il suo cuore nel mondo economico e dei rapporti sociali, ma vede tutta la complessità dell’azione politica moderna: rifiuta le concezioni economicistiche fondate sul binomio crisi economica-rivoluzione; individua come fondamentali gli apparati pubblici e privati che formano il senso comune diffuso; e ritiene decisivo lanciare la sfida della conquista del consenso; sottolinea cioè l’importanza di una elaborazione culturale e ideologica che sappia offrire una nuova concezione del mondo, che sappia formare un nuovo senso comune di massa.
Egli parla anche della necessità di un «progresso intellettuale di massa» – espressione e necessità attualissimi e oggi così problematici. È una concezione che, mettendo in rilievo l’importanza decisiva del consenso, della elaborazione culturale, del senso comune diffuso, pone le premesse per una lotta politica democratica, compatibile con la strategia della conquista dell’egemonia.
9. Nel 1926 si era intanto avuto, alla vigilia dell’arresto di Gramsci a Roma, il famoso scambio epistolare con Togliatti, allora a Mosca[16]. In esso, nella sua prima lettera[17], Gramsci dichiarava di aderire alla linea della maggioranza del Partito comunista russo (di Stalin e Bucharin), a cui il partito italiano era più vicino perché essa continuava a sostenere, per il momento almeno[18], la politica leninista di alleanza con i contadini; ma metteva in guardia contro le modalità con cui veniva condotta la lotta contro la minoranza di Trockij, Zinov’ev, ecc., modalità che minavano la credibilità di tutto il gruppo dirigente comunista mondiale.
Un decennio era trascorso dalla Rivoluzione d’Ottobre e dagli entusiastici commenti gramsciani del 1917. Gramsci non avrebbe mai rinnegato il suo schierarsi dalla parte del Paese nato dalla prima rivoluzione socialista della storia, ma aveva compreso come le finalità allora agognate stessero cambiando, per il venir meno della prospettiva della rivoluzione mondiale, e per il conseguente e decisivo processo di identificazione del movimento comunista con lo Stato sovietico. La Rivoluzione d’Ottobre, istituzionalizzandosi e rattrappendosi in un territorio determinato, aveva trovato i propri limiti storici. Pur restando l’evento che getterà la sua luce e la spinta liberatrice su grande parte della storia del secolo XX. Ma che provocherà anche contraddizioni rivelatesi alla lunga insormontabili.
10. Cosa ci rimane oggi, della lezione dell’Ottobre 1917? Moltissimo, senza dubbio: è stata la prima rivoluzione socialista che ha vinto, che ha raggiunto il successo. Che ha mostrato cosa può la volontà rivoluzionaria quando sa interpretare bene le dinamiche storiche e i bisogni delle classi popolari.
Ma sappiamo anche che molto tempo è passato dall’Ottobre – e anche da Gramsci. La loro lezione va tradotta nella situazione di oggi. Credo, in particolare per quel che riguarda Gramsci, che concetti fondamentali come volontà collettiva, progresso intellettuale di massa, nuovo senso comune, egemonia e crisi di egemonia, guerra di posizione e guerra di movimento, rivoluzione passiva, ancora ci servono, ma non vanno ripetuti come giaculatorie, vanno applicati all’oggi[19]. È un’operazione difficilissima. Serve proprio un «intellettuale collettivo» che, unificando teoria e pratica, si dedichi a questo lavoro.


Note

[1] Cfr. A. Gramsci, Lettere dal carcere, a cura di A. A. Santucci, Palermo, Sellerio, 1996, p. 117 (lettera a Carlo, 12 settembre 1927).

[2] Ibidem.

[3] A. Gramsci, Indifferenti, in «La Città Futura», 11 febbraio 1917, ora ivi, pp. 73 ss.

[4] A. Gramsci, Note sulla rivoluzione russa, in «Il Grido del Popolo», 29 aprile 1917, ora in Id., Come alla volontà piace. Scritti sulla Rivoluzione russa, a cura di G. Liguori, Roma, Castelvecchi, 2017, p. 34.

[5] Ivi, p. 35.

[6] Cfr. su questo R. Medici, Giacobinismo, in F. Frosini, G. Liguori (a cura di), Le parole di Gramsci, Roma, Carocci, 2004, pp. 113 ss. Nei Quaderni del carcere il giacobinismo sarà una vera e propria categoria teorico-politica, non solo storiografica, e avrà una coloritura decisamente positiva, in relazione alla capacità, propria dei giacobini come dei bolscevichi, ma anticipata teoricamente anche da Machiavelli (in cui perciò si vede un «giacobinismo precoce»), di stabilire una alleanza tra «città» e «campagna».

[7] A. Gramsci, Note sulla rivoluzione russa, cit., p. 35.

[8] Ivi, p. 39.

[9] Cfr. Antonio Gramsci, Kerensky e Lenin, «Il Grido del Popolo», 25 agosto 1917, infra, pp. 44 ss.

[10] A. Gramsci, La rivoluzione contro «Il Capitale», «Il Grido del Popolo», 1° dicembre 1917, ora in Id., Come alla volontà piace…, cit., p. 50.

[11] Ivi, p. 51.

[12] Ivi, p. 52.

[13] Mi si consenta di rinviare al mio Teoria e politica nel marxismo di Antonio Gramsci, in Stefano Petrucciani (a cura di), Storia del marxismo. Vol. 1: Socialdemocrazia, revisionismo, rivoluzione, Carocci, Roma, 2015249.

[14] Per quel che concerne le principali categorie gramsciane a cui qui si fa cenno, rinvio a G. Liguori, P. Voza (a cura di), Dizionario gramsciano 1926-1937, Roma, Carocci, 2009.

[15] La formulazione di questo fondamentale passaggio avviene nel Quaderno 7, nella nota 16, intitolata Guerra di movimento e guerra di posizione, databile[1] nel novembre-dicembre 1930:«Mi pare che Ilici aveva compreso che occorreva un mutamento dalla guerra manovrata, applicata vittoriosamente in Oriente nel 17, alla guerra di posizione che era la sola possibile in Occidente, […]Solo che Ilici non ebbe il tempo di approfondire la sua formula, pur tenendo conto che egli poteva approfondirla solo teoricamente, mentre il compito fondamentale era nazionale, cioè domandava una ricognizione del terreno e una fissazione degli elementi di trincea e di fortezza rappresentati dagli elementi di società civile ecc. In Oriente lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa; nell’Occidente tra Stato e società civile c’era un giusto rapporto e nel tremolio dello Stato si scorgeva subito un a robusta struttura della società civile. Lo Stato era solo una trincea avanzata, dietro cui stava una robusta catena di fortezze e di casematte; più o meno, da Stato a Stato, si capisce, ma questo appunto domandava un’accurata ricognizione di carattere nazionale (A. Gramsci, Quaderni del carcere. Edizione critica dell’Istituto Gramsci, cit., p. 845.).

[16] Lo si veda ora in A. Gramsci, Come alla volontà piace…, cit., pp. 109-124. Sulle valenze dello scambio e sulle posizioni di Gramsci e Togliatti mi permetto di rinviare alla mia Introduzione, ivi, pp. 19-21.

[17] Lettera di Gramsci al Comitato centrale del Partito comunista russo, 14 novembre 1926, firmata «L’Ufficio politico del PCI», ivi, pp. 109 ss.

[18] Sconfitto e liquidato Trockij, e sbarazzatosi di Bucharin (il vero teorico in quegli anni della alleanza operai-contadini, e punto di riferimento dei comunisti italiani nel gruppo dirigente bolscevico), Stalin fece propria in sostanza la proposta politica di Trockij stesso, procedendo a tappe forzate nella industrializzazione del paese, politica della quale furono proprio i contadini a pagare i prezzi maggiori.

[19] Un tentativo in questo senso è stato il Seminario su «Gramsci e il populismo» organizzato dalla Igs Italia (www.igsitalia.org), di cui sono disponibili già dei materiali, e di cui saranno pubblicati presto gli atti per i tipi di Unicopli.

Menu