di Valter Bonan* – Neppure le fortissime, evocative e strazianti immagini di milioni di alberi schiantati nelle montagne bellunesi sembrano essere sufficienti per aprire sguardi e riflessioni su quella che è, per dirla con Ghosh, la grande cecità nei confronti dei cambiamenti climatici in essere e sulla dimensione “impensabile” delle loro estreme conseguenze. L’ultimo rapporto IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change 5 ottobre 2018) afferma che abbiamo pochissimo tempo per contenere l’aumento della temperatura mondiale e mantenere gli effetti del riscaldamento già in corso entro livelli gestibili. Nell’aggiornamento di inizio novembre 2018 dei dati sui cambiamenti climatici relativi al nostro Paese l’Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale (ISPRA) sottolinea che in Italia l’anno in corso risulta essere l’anno più caldo da almeno due secoli circa e ribadisce che nel 2017 le emissioni italiane di gas serra sono aumentate di 383mila tonnellate.

Su queste macroanalisi (6000 riferimenti scientifici di 91 ricercatori di 40 Nazioni) tutti convergono così come sulla cura e la prevenzione: decarbonizzazione e zero emissioni al 2050, diminuzione della CO2 rispetto al 2010 del 45% entro il 2030. Il momento di agire è ora, con nuovi orizzonti di senso e un radicale cambiamento: dal paradigma dell’economia estrattiva alla conversione ecologica del sistema produttivo, dei servizi e del modello di consumo dominante. Pur dentro le emergenze ed il peso degli eventi drammatici di questi giorni o forse proprio cogliendo questa dimensione contingente di “crisis” abbiamo quindi la necessità/possibilità di aprire un confronto ampio, inclusivo e trasparente sulle azioni immediate e prossime e su nuove visioni di futuro per le Dolomiti Bellunesi. Già siamo soggetti ad una significativa pressione di lend e water grabbing per la mantenuta fertilità dei nostri suoli ed l’abbondanza delle acque ed ora rischiamo di aggiungerci il già vissuto della colonizzazione da “Shoch economy” attraverso consolidati “diversivi” dei New Deal, delle grandi opere ed eventi ovviamente gestiti dai Commissari dedicati, o di subire lo stereotipo regressivo e rassegnato di terre alte destinate allo spopolamento e a rinnovati flussi di costretta emigrazione.

Entrando in sintonia con il respiro di queste montagne, recuperando le caratteristiche antropologiche fondanti le nostre comunità (sobrietà, mutualità, autonomia solidale ed individualismo comunitario), rivendicando con determinazione il riconoscimento delle specificità territoriali e l’estensione di nuovi spazi di democrazia e di autogoverno dei Beni Comuni, possiamo invece definire dal basso un diverso Progetto Locale che individui i nostri territori ad elevatissima valenza ambientale (sistema più esteso delle Dolomiti Patrimonio Mondiale UNESCO, Parco Nazionale e più del 50% della Provincia parte integrante della Rete ecologica comunitaria Natura  2000) come il contesto più avanzato ed innovativo per dimostrare concretamente che il cambiamento verso le sostenibilità, la resilienza, la conversione ecologica sono possibili e praticabili. Servono però scelte integrate e sistemiche di gestione e pianificazione tra le quali: garantire accessibilità alle reti dei servizi fondamentali, efficentamento e riduzione dei consumi energetici ( tra i costi economici ed ambientali più importanti del vivere, abitare e produrre in montagna), individuazione di un biodistretto provinciale quale valorizzazione dell’enorme patrimonio di cultivar tradizionali e biodiversità coltivate, garanzia di conservazione del paesaggio, di tutela della fertilità e della stabilità dei suoli e di molte altre implicazioni polifunzionali. Il potenziamento del trasporto pubblico (treno/bus) integrato con sistemi di mobilità flessibile, veicoli condivisi, mobilità dolce a piedi e in bici quali nuove opzioni di adeguati collegamenti intervallivi per i residenti e risposta necessaria per un turismo di comunità che accolga i visitatori  con soluzioni di ospitalità diffusa, opportunità questa di relazioni sociali e culturali autentiche e significativa integrazione del reddito dei presidi abitativi rurali.

Interventi quindi mirati, piccoli e leggeri, per trasformazioni profonde che possono facilmente trovare la loro attuazione e copertura finanziaria riducendo e riorientando, per esempio, parte dei 16 miliardi di sussidi pubblici “ambientalmente dannosi” erogati  annualmente dallo Stato (Catalogo dei sussidi ambientalmente favorevoli e dannosi- Ministero dell’Ambiente 2016) per non dire di altre fonti di finanziamento che potrebbero essere attivate dalla Regione competente su Piani e Programmi transnazionali dedicati.

Poiché lo stato di diritto si sostanzia anche in norme puntuali e cogenti servono infine le definitive approvazioni di due fondamentali leggi in discussione: quella per la gestione pubblica e partecipativa del ciclo integrale delle acque e quella sull’arresto del consumo di suolo e per il riuso dei suoli urbanizzati; così come va ripresa la discussione della legge quadro sull’agricoltura biologica interrotta sul traguardo del voto definitivo nella passata legislatura.

Un progetto di ritorno a un futuro desiderabile per la montagna perché, parafrasando Calvino, ogni luogo “riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone”.

 

* Già presidente del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi e oggi assessore all’ambiente del Comune di Feltre

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