La sinistra: una crisi non solo italiana

di Marco Noris

Ben vengano occasioni come queste nelle quali si cerca di ragionare sul nostro mondo non semplicemente ai fini dell’elaborazione di un programma elettorale credibile, bensì nei termini di una progettualità convincente e di una prospettiva in termini antisistemici destinata a svilupparsi nel tempo, insomma una prospettiva storica.

Ben venga che si parli di ciò a partire dai populismi perché spesso questi incontri hanno in linea generale un difetto alla loro base, comune a molte realtà della Sinistra: l’analisi e la discussione in merito ai processi evolutivi politici si risolve in gran parte all’interno del mondo della Sinistra stessa, si potrebbe definire una sorta di processo autocentrato nel quale, si valutano sostanzialmente i fattori interni che potremmo definire endogeni al “sistema” della Sinistra, sottovalutando che, in questo percorso di ricostruzione identitaria, non solo vanno considerati i fattori esogeni bensì, in questa fase di fibrillazione e cesura storica che coinvolge a vari livelli l’intero Sistema-mondo, di fattori puramente esogeni, in realtà, non ce ne sono. Il risultato è che spesso le limitate energie sono spese nella definizione identitaria dei soggetti più che nell’elaborazione di progetti che sappiano leggere il mondo reale e creare alternativa.

Vale la pena, quindi, di cercare di spostare l’attenzione verso ciò che accade al di fuori di questi processi anche al fine di dare loro la giusta cornice entro la quale inserirli.

A tale scopo, almeno un  paio di elementi vanno considerati seppur brevemente.

11 anni di crisi

È difficilmente negabile che con la crisi scoppiata nel 2007/2008 la Sinistra alternativa abbia perso un’occasione storica difficilmente ripetibile: un sistema andato in crisi strutturale è riuscito comunque a sopravvivere imponendo l’austerità come modello di ortodossia economica globale. I dati in questo senso sono impietosi:[1] l’ILO afferma che abbiamo avuto tagli alle pensioni in 105 paesi, alla sanità in 56 paesi, ai salari in 130 paesi, con previsioni di impatto negativo sul PIL in 132 paesi. A fronte di questi tagli abbiamo avuto un forte protagonismo delle banche centrali che a livello globale hanno triplicato i loro bilanci, un debito pubblico globale che è passato da una media del 72% al 106% sul PIL dei paesi, la crescita delle diseguaglianze economiche e il sostanziale fallimento delle varie proteste antisistema a livello globale.

In questo contesto devastato nessuna reale prospettiva sistemica e alternativa di Sinistra si è concretizzata e dobbiamo realizzare, in termini geopolitici, anche il fallimento  dell’esperienza dei BRICS e del processo di emancipazione alternativa del continente latino americano.

Crescita della Destra o ritorno del Fascismo?

Nell’edizione del 1956 Daniel Guérin nella prefazione del suo libro “Fascismo e gran capitale”, così scriveva:[2]

Infatti, senza volere per nulla minimizzare la lotta dei valorosi partigiani che hanno contribuito a schiacciarlo, il fascismo è stato piegato essenzialmente non già dalle forze socialiste e dalla insurrezione popolare, ma da una coalizione di grandi potenze il cui vero obbiettivo era assai meno il “trionfo della democrazia” che non la pretesa di egemonia mondiale. La “pace americana” non ha perciò estirpato le radici del fascismo nella misura in cui sarebbe stato necessario.”

“Non si deve dimenticare che la crisi permanente del sistema capitalistico persiste allo stato latente, nonostante i palliativi dei dollari americani e delle commesse belliche. Nulla ci garantisce da una nuova depressione, che potrebbe ributtare verso l’estrema destra le classi medie pauperizzate e far emergere di nuovo nella borghesia la tendenza ad instaurare governi autoritari.”

Agli occhi di Guérin, il Fascismo, dunque, non è morto nel 1945, o meglio, la sua sconfitta è avvenuta manu militari ma non certamente in termini culturali.

C’è però un altro dato che caratterizza il ritorno della Destra estrema e che fa propendere per una lettura del ritorno della progettualità fascista, e non solo nel continente europeo.

La crisi occidentale di quello che, estrapolando una definizione di Domenico Losurdo, potremmo chiamare “monopartitismo competitivo”[3] composto, ad esempio in Europa, dall’accoppiata tra  i partiti popolari e socialdemocratici ha rivitalizzato l’immagine dell’estrema Destra come principale componente antisistemica di riferimento. Salvo alcune eccezioni specifiche in alcuni stati, però l’ondata della Destra attraversa l’intero mondo: abbiamo contemporaneamente a che fare con figure come Salvini, Trump, Putin,  Erdogan, Orban, Duda, Duterte, Modi, Bolsonaro e, in questo caso non va sottovalutato un fenomeno che tendiamo a non vedere o a non voler vedere: tutti rivestono un ruolo apicale grazie alla strada elettorale e, ormai, sono l’espressione elettorale di oltre un terzo della popolazione mondiale. Perché, oggi, le elezioni , per dirla con l’antropologo Arjun Appadurai,[4] “sono diventate un modo per uscire dalla democrazia stessa. Abbiamo, in questo senso un attacco anche dal basso alla democrazia.

In questo contesto la Destra sta prendendo sempre più coscienza dell’immenso spazio vuoto nel quale inserirsi, uno spazio ampio di dimensioni continentali. Anche recuperando dimensione storica, di lungo periodo in un contesto che, a differenza degli anni ’30 del secolo scorso, non risulta avere dei sostanziali nemici in termini ideologici e sistemici. In questo senso, quella che noi definiamo estrema Destra sta recuperando tutto l’apparato culturale e politico del Fascismo sconfitto militarmente nel 1945 e riproponendo, attualizzato, il suo progetto storico di matrice tanto nazionalista quanto imperialista. È in questo senso che dovremmo rompere il tabù che ancora ci condiziona e parlare chiaramente di ritorno del Fascismo, anzi, di ritorno del Fascismo storico non più intendendo con questo aggettivo un riferimento, una parentesi storica ben definita nel passato, bensì un sistema politico e culturale che intende riproporsi per durare nel tempo.

Per poter pensare ad una lunga durata del proprio progetto, però, si ha bisogno di uno spazio altrettanto ampio ed adeguato alla storia che si intende costruire. In questo senso quello che potremmo definire il Fascismo storico ha un’idea ben precisa di questo spazio e, sotto certi aspetti, per quanto riguarda lo specifico del nostro continente, una consapevolezza maggiore della Sinistra della falsa dicotomia stato-nazione vs. Unione Europea. Obiettivo del Fascismo storico non è tanto lo smantellamento dell’Unione Europea quanto la sua conquista e l’utilizzo degli strumenti già istituzionalmente a disposizione.

Per comprendere questa posizione, estremamente pratica, è necessario, però, proporre un’idea di che cosa sia l’Unione Europea che non è affatto scontata e condivisa all’interno del variegato mondo della Sinistra.

Nella realtà, a ben vedere, non esiste un soggetto portatore di interessi a sé stante che si chiami Unione Europea. L’Unione Europea è stata ed è tuttora lo strumento  – e non il soggetto – che per lungo tempo ha garantito un equilibrio tra gli interessi del grande capitale internazionale e quello di alcuni stati-nazione egemoni nel panorama continentale. La tutela degli interessi di singole realtà nazionali e degli interessi del grande capitale globale a partire, ad esempio, dal rafforzamento o mantenimento dei differenziali di trattamento fiscale tra i singoli stati sono, per assurdo, proprio le principali cause del fallimento del progetto di integrazione europea ma, a ben riflettere la politica dei differenziali è anche uno dei principali strumenti di accumulazione per il Capitale e la Destra estrema, tutt’altro che antisistemica, sta cercando di riproporre in Italia una logica di differenziali con il progetto di Autonomia regionale. Le destre, quindi sono capaci di agire su più livelli anche in termini territoriali

Fino  alla crisi del 2008, però, quel corpus di trattati concepiti sin dalla seconda metà degli anni ’80 del secolo scorso e attuati da Maastricht in poi, ha in qualche modo assicurato un equilibrio tra gli interessi del grande capitale internazionale e quello dei singoli stati. Dopo il 2008, l’Unione Europea non ha fatto altro che remare contro sé stessa non garantendo più tale equilibrio.  La crescita della destra e il suo obiettivo politico è quello di poter guadagnare credibilità e divenire garante per un nuovo equilibrio nella lotta in corso tra capitali nazionali e globali accreditandosi come miglior gestore del sistema, in grado anche, e soprattutto, di garantire la repressione necessaria nei confronti di tutti coloro che saranno colpiti da un sistema di disuguaglianze sempre più crescente e polarizzato.

 Una nuova crisi all’orizzonte?

Lo scenario di un reale Fascismo all’orizzonte potrebbe apparire fantapolitico e, con tutta probabilità, sembra difficile che, ad esempio, le prossime elezioni europee possano costituire uno spartiacque in tal senso. D’altronde, nonostante i timori, varie recenti elezioni in Europa sembrano dimostrare che la Destra estrema non sia in grado di “sfondare” in quasi nessuna parte del continente ma questo non significa che le cose non possano cambiare anche repentinamente.

Viene sempre più sottolineato l’allarme in merito ad una nuova bolla speculativa pronta a scoppiare da un momento all’altro a livello globale. I dati, in questo senso, sembrano mostrare che la cosa sia tutt’altro che improbabile. Una nuova crisi di portata globale, anche se di minor impatto rispetto a quella del 2007/2008, potrebbe avere effetti devastanti su quegli stati che già dieci anni fa hanno salvato il sistema facendo pagare il conto in termini di austerità ai propri popoli. Una nuova crisi troverebbe gli stati con le casse pressoché vuote e, quindi, con effetti devastanti in termini sociali. Se questo scenario si realizzasse, allora davvero e la vittoria delle Destre in Europa ci sarebbe molto prima del previsto e con un’ampiezza ad oggi inimmaginabile.

Cosa si sta facendo a Sinistra?

La fine del “monopartitismo competitivo” segnerà, con tutta probabilità, la fine del progetto storico delle Socialdemocrazie occidentali della Terza Via.

Quello che a noi, però, interessa è capire se e come una Sinistra di alternativa possa riempire un enorme vuoto che la fine della progettualità storica delle socialdemocrazie lascerà.

Anche a costo di generalizzare si possono individuare almeno quattro distinte. traiettorie lungo le quali si stanno muovendo le Sinistre in Europa.

Una prima traiettoria è individuabile in quelle Sinistre che ancora cercano una alleanza politica e, al limite, elettorale con le forze socialdemocratiche. In questa fase storica quest’approccio è fallimentare anche perché le Socialdemocrazie europee sono coautrici dell’attuale sistema economico e di potere in Europa, garanti, quindi, di precisi interessi tanto politici quanto economici  – e finanziari in particolare – per cui non è loro data la reale possibilità di operare nella direzione di una vera e propria mutazione genetica della loro politica. Non devono, in questo senso, confondere le alleanze in corso in Spagna e Portogallo, non c’è tempo però per parlarne ora. Un percorso di recupero delle socialdemocrazie occidentali in senso generalizzato, quindi, avrebbe come probabile sbocco, quello di trascinare nella loro tomba la Sinistra europea.

Una seconda traiettoria è quella della presa in carico delle istanze sovraniste da parte della Sinistra, con particolare attenzione alle istanze nazionali e con più di un’ambiguità nei confronti del fenomeno migratorio. È una Sinistra che spera, in questo modo di recuperare in termini populisti una parte dell’elettorato che attualmente rivolge lo sguardo a Destra. Questa Sinistra non solo non sembra aver capito la falsità della dicotomia Unione Europea – stato-nazione; ma non è in grado di capire lo sviluppo delle dinamiche identitarie che hanno cambiato la fisionomia antropologica del continente europeo negli ultimi quattro decenni: è stata proprio la destrutturazione dell’identità di classe che ha consentito la ristrutturazione e l’egemonia delle identità di status basate sull’etnia, sulla nazione e, nel caso servisse, anche sulla religione.

La tendenza dei gruppi sociali a riconoscersi e ridefinirsi all’interno di nicchie di dimensioni sempre più ridotte è la tattica e la tendenza dominante in un mondo nel quale ci si riconosce condividendo soprattutto un piano della difesa comune nei confronti di tutto ciò che è attacco esterno. In una visione del mondo concepita nei termini di scarsità economica e di diritti sociali  diviene normale concepire “l’altro da sé” come un pericolo vero e proprio a costo di escludere la maggioranza della popolazione stessa, a costo, quindi, di negare gli stessi valori universali della democrazia.

La traiettoria sovranista della sinistra non è solo perdente perché non tiene conto che le identità di status finiscono sempre per fare a pugni con quella di classe ma anche perché non hanno la benché minima speranza di inserirsi in termini culturalmente egemonici in questo periodo storico. Questa traiettoria non solo è perdente ma, in questo contesto, rischia di distruggere definitivamente, se ancora fosse possibile, i legami di classe necessari in termini transnazionali per avere una qualche speranza di alternativa.

Esiste poi una terza traiettoria che riguarda quella Sinistra sociale diffusa sul territorio, attiva, realmente vicino alle esigenze delle persone che spesso recupera quelle pratiche mutualistiche. Si tratta di una Sinistra profondamente immersa nella prassi più che nella teoria ma che gioca un ruolo importante in termini di ricostruzione di legami sociali e di ricostruzione di identità di classe. In questo contesto generale, però, questa Sinistra rischia di essere tanto indispensabile quanto totalmente insufficiente ai fini della realizzazione di un cambiamento sistemico. La polarizzazione non solo economica ma anche delle forme del potere e del controllo sociale è oggi tale per cui le esperienze che nascono dal basso si sviluppano, ormai da decenni, a macchia di leopardo senza essere in grado di portare un reale cambiamento generalizzato. Nella stragrande maggioranza dei casi si potrebbe affermare che nascono dal basso ma, purtroppo, nel basso rimangono. Inoltre, oggi andare incontro in termini mutualistici alle persone, fare capire loro che in nemico sta altrove e non nell’immigrato, nel diverso, nell’altro da sé può non bastare se si rimane all’interno della trappola per cui in ogni caso non ci sono alternative.

Quello che serve alla sinistra, quindi non è solamente provocare una presa di coscienza  attraverso la critica del reale ma saper ricostruire un orizzonte, se vogliamo un’utopia nel senso della celebre definizione di Max Horkheimer come critica di ciò che è e rappresentazione di ciò che dovrebbe essere, la rappresentazione di un’alternativa all’altezza della critica proposta, che sappia ridare davvero la fiducia che un altro mondo è possibile e non semplicemente il proprio cortile di casa.

È in questo senso che va letta la quarta traiettoria, sostanzialmente la nostra. È quella di una Sinistra che è maggiormente consapevole della dimensione della partita che si sta giocando, che intuisce che la dimensione del conflitto è almeno continentale, che non disdegna la battaglia sul terreno dello stato-nazione ma che capisce che se si rimane solo su quel campo si possono vincere alcune battaglie ma si può stare sicuri di perdere la guerra. Una sinistra che non punta, come l’attuale Destra fascista, alla conquista delle istituzioni continentali ma, si potrebbe dire, alla liberazione del continente stesso.

Questa Sinistra è l’unica che possiamo porre, in un piano teorico, come il potenziale avversario alla deriva fascista e come potenziale progetto di cambiamento sistemico. È una Sinistra che non si contraddistingue solo in termini di maggiore o minore radicalità rispetto alle altre ma, soprattutto in termini approccio dimensionale del problema. In questa impostazione teorica, possiamo riconoscere tanti soggetti e sensibilità che attraversano molti partiti nazionali, il gruppo europarlamentare del GUE/NGL, il Partito della Sinistra Europea fino a Sinistra Anticapitalista. Il problema di base, però, è che a questa sensibilità teorica non corrisponde una prassi di ricerca di quel denominatore comune  che consentirebbe l’elaborazione progettuale globale e condivisa dalla quale declinare poi i programmi e le azioni tanto a livello nazionale quanto, in termini capillari, locale. Persino un soggetto come il Partito della Sinistra Europea non è stato in grado in 15 anni di vita di realizzare qualcosa che sostanzialmente lo differenziasse da una sommatoria di soggetti diversi per farsi più che soggetto unico strumento di un progetto condiviso.

In questo senso la sinistra di alternativa risulta inadeguata al contesto contemporaneo anche europeo.

Forse non è troppo tardi per abbandonare o, perlomeno mettere in secondo piano, i processi a Sinistra di “sviluppo autocentrato” delle proprie singole realtà, ben consapevoli che in un futuro nessuna nicchia felice potrebbe proteggerci dal disastro; forse varrebbe la pena di pensare che il rischio che corriamo non sia semplicemente quello della sconfitta elettorale e neppure quello della sconfitta in termini di egemonia culturale, bensì quello dell’estinzione storica di un’intera cultura politica.

[1] Matteo Bortolon – Accordi free market: omologazione antidemocratica – Attac Italia – Il Granello di sabbia 11 ottobre 2018

[2] Daniel Guérin  – Fascismo e gran capitale – Massari editore, Viterbo 1994

[3] Domenico Losurdo – La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra, Carocci editore, Roma 2014

[4] Arjun Appadurai – L’insofferenza verso la democrazia – AA.VV. La grande regressione, Feltrinelli Editore Milano 2017

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