di Sandro Medici

“Anche la sinistra incolpevole finì sotto le macerie dell’89”

 Si ristabilirono verità negate, a lungo nascoste. Si demolirono certezze, sebbene da tempo non più tali. Si sgretolarono sistemi e apparati, forse perché già sfilacciati e decomposti. Si annientarono poteri e neutralizzarono armate, e senza grandi mobilitazioni. Ma si consumarono vendette, anche se non sempre necessarie. E poi ci si accorse infine di un’inaspettata e prolungata strage di innocenti.

Nel 1989 sotto quel Muro ci finirono anche i tanti che proprio a ridosso di quel Muro cominciarono a percepire, ben prima del suo crollo, quanto grande fosse la tragedia dei socialismi realizzati, accusandone di conseguenza gli artefici, fino a prenderne definitivamente le distanze. Una tragedia nella tragedia: per la storia della sinistra e per quegli stessi regimi, una tragedia soprattutto per i popoli che nel mondo lottavano per liberarsi.

Ma quel confine di pietra che spezzava Berlino fu solo l’inizio, che tuttavia i più accettarono come una scelta necessaria. Vennero poi le rivolte in Ungheria, furenti e sanguinose: ma non ancora sufficienti; le critiche, le accuse strozzarono le gole ma non si dispiegarono com’avrebbero dovuto. Ma il dissenso si diffuse e squillò quando infine i carri sovietici occuparono Piazza San Venceslao: lì sì che l’indignazione si sparse in tutto il mondo, compreso quello che finora aveva taciuto, più per strenua speranza che per ipocrita convenienza.

E proprio in quell’estate del 1968 nacque quella sinistra europea alternativa, che finalmente si disancorò e alzò le vele alla ricerca di un nuovo orizzonte. Una prospettiva nuova ma anche antica, libera e libertaria e al tempo stesso rigorosa nel tornare alle fonti originarie dei movimenti rivoluzionari. La Scuola di Francoforte e Antonio Gramsci, la pop-art e Rosa Luxemburg, i concerti rock e le occupazioni delle fabbriche, Che Guevara e le brigate internazionali, le pantere nere e la rivolta di Kronstadt, la beat generation e le barricate degli spartachisti, Pier Paolo Pasolini e Vladimir Mayakovsky, Jean Paul Sartre e Bertolt Brecht.

Dal sessantotto all’ottantanove si sviluppò un processo politico che prese sì anche forma politica, né filosovietica né socialdemocratica, ma soprattutto generò un immaginario nuovo, culturalmente evoluto, che si esprimeva con linguaggi inediti e affascinanti. Insomma, un movimento di lotta spietatamente critico e felicemente eretico.

Un movimento che avrebbe dovuto sfuggire alle macerie del socialismo reale, ma che invece ne venne purtroppo sepolto. Non del tutto, certo. Provò a riemergere, con forme originali e modelli alternativi, da Seattle a Genova, a Porto Alegre come nel Chiapas, e più recentemente in Grecia e in Spagna. Ma nel complesso rimase inghiottito nel generale ripiegamento della sinistra, partecipe involontario della sua profondissima crisi politica.

La sconfitta dell’89 è stata insomma una sconfitta anche di chi la guerra fredda non l’aveva persa, anzi non l’aveva proprio combattuta.

E non poter in seguito schierarsi, né con i vinti né, tanto meno, con i vincitori, generò imbarazzi e stordimenti, oltreché amare divisioni, acuendo così la difficoltà politica di autodeterminarsi e autonomamente reagire. Al resto ci pensò la furia del capitale vittorioso, che travolse senza eccezioni e distinzioni, non facendo prigionieri né alleanze, né chiedendo complicità.

Un sommovimento storico nel quale ci si ritrovò vittime involontarie, ma pur sempre sacrificabili. E mentre le statue crollavano e le bandiere si ammainavano, a sgretolarsi furono le sinistre tutte, quelle dal passato discutibile e quelle dal futuro interrotto.

 

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