Laicità vs multiculturalismo: quale modello per le società disomogenee?

di Cinzia Sciuto*

Viviamo in società più disomogenee dal punto di vista etnico, religioso e culturale. Una frammentarietà, una varietà determinata non solo dai fenomeni migratori che caratterizzano la nostra epoca, dunque per così dire “dall’esterno”, ma anche, e forse soprattutto, dalla perdita di un orizzonte culturale di riferimento compatto all’interno di una stessa comunità politica, ossia da spinte centrifughe interne. Basti pensare al sempre crescente numero di non credenti che “rompe” la compattezza religiosa dei nostri paesi forse più dell’arrivo di credenti di altre religioni.

Si tratta di un dato di fatto rispetto al quale sul piano politico si possono avere, schematizzando, tre atteggiamenti diversi: 1) considerarlo un disvalore in sé, e dunque sostenere politiche identitarie in nome di una presunta omogeneità culturale/etnica/religiosa da difendere; 2) considerarlo un valore in sé – e questo è l’atteggiamento dei multiculturalisti, le cui contraddizioni vedremo adesso più da vicino; 3) non attribuire ad esso in sé nessun valore, considerarlo esattamente come tutti i fenomeni umani ambivalente, e avere verso di esso un atteggiamento critico.

In quello che segue cercherò di mostrare, anche con una serie di esempi concreti, le contraddizioni intrinseche di un approccio multiculturalista, i suoi fallaci presupposti teorici e le sue pericolose conseguenze pratiche. Mostrerò poi come l’approccio multiculturalista e quello identitario – all’apparenza opposti – condividano in realtà uno stesso nucleo teorico. E infine cercherò di argomentare perché – da un punto di vista progressista e di difesa dei diritti umani – l’approccio più sensato è quello di una rigorosa laicità.

Le contraddizioni teoriche del multiculturalismo

“Multiculturalismo” è una parola ingannevole, perché ha implicazioni molto più ampie di quelle a cui superficialmente si è indotti a pensare. Nell’immaginario collettivo multiculturalismo rimanda al variopinto incontro e scambio di tradizioni, usi, costumi, cibi, mode, musiche, espressioni artistiche.

Il problema sorge quando dalla constatazione di una società multietnica e multiculturale si fa derivare il principio che i membri della comunità politica vadano trattati diversamente a seconda della loro appartenenza alle diverse “comunità” etnico-cultural-religiose e che le “culture” minoritarie vadano salvaguardate così come sono (o si presume che siano) e in quanto tali. Quando, cioè, dalla constatazione di una pluralità di usi, costumi, tradizioni, lingue, fedi si fa derivare una pluralità di diritti che, in ultima analisi, significa mettere in discussione il principio fondante dello Stato di diritto che è appunto quello che esista una sola legge valida per tutti.

Ora, questa idea può funzionare solo sulla base dell’assunto che le “culture”, le “comunità” alle quali gli individui sono “assegnati” siano dei monoliti immutabili, uniformi, identificabili. Peccato che si tratti di un presupposto del tutto fallace, perché le “culture” non sono degli oggetti naturali rinvenibili osservando la società, ma sono dei processi sociali continuamente in divenire, in continua ebollizione, per definizione in-definibili. Soprattutto le culture – tutte le culture – sono intimamente contraddittorie e vengono continuamente messe in discussione non tanto dall’esterno ma soprattutto dal loro interno, ossia da chi di quelle culture ne è anche in parte portatore.

Di norma anzi è proprio la messa in discussione di alcuni aspetti della propria cultura di appartenenza a consentire il progresso in termini di diritti, mentre un atteggiamento “ossequioso” nei confronti delle culture tradizionali (proprie o altrui), che le tratti come oggetti da museo da tutelare invece che come prodotti sociali con cui confrontarsi dialetticamente – atteggiamento tipico dei multiculturalisti – non fa che mantenere lo status quo.

Lungi dunque dall’essere “neutro”, lo sguardo multiculturalista tende invece a ingessare l’intrinseca vitalità delle culture, non riesce a cogliere il dissenso interno alle varie comunità, né è capace di rendere conto della complessità delle identità degli individui. Al contrario esso favorisce una sorta di “gerarchizzazione” delle appartenenze identitarie, privilegiando quella etnico-religiosa a scapito di altre, come quella di classe o di genere.

Da questo punto di vista, è interessante osservare quello che è accaduto negli ultimi decenni nel Regno Unito, un paese che ha conosciuto una forte immigrazione di persone provenienti perlopiù dal Sudest asiatico. Kenan Malik, scrittore britannico di origini indiane, racconta che quando era lui giovane, a cavallo fra gli anni Settanta e i primi anni Ottanta, quel che contava per un ragazzo nato in India come lui non era tanto essere un musulmano quanto essere un nero e un lavoratore.

Le associazioni degli immigrati, racconta Malik, avevano spesso una caratterizzazione politica, di norma laica e di sinistra, quasi mai religiosa. L’origine del cambio di paradigma, secondo Malik, è rappresentata proprio dalle politiche multiculturaliste messe in atto dai governi dell’epoca. Come questo possa in concreto operare lo spiega molto bene Malik: “Immaginate di essere un bengalese laico che vive in una zona fatiscente di Birmingham [e] volete un nuovo centro di aggregazione sociale nella vostra zona. Sarà difficile avere l’attenzione del consiglio comunale insistendo sul fatto che la vostra area è povera e svantaggiata. Ma se dite che è la comunità musulmana ad averne bisogno, allora le casse del consiglio si aprono di colpo”. Gradualmente dunque l’appartenenza religiosa prende il sopravvento sugli altri aspetti della propria identità e una connotazione plurale, nazionale e di classe se ne è via via sostituita una singolare e religiosa, creando quella “comunità musulmana” che prima non esisteva in quanto tale e finendo col mettere sotto lo stesso ombrello persone con storie, usi, costumi, tradizioni, lingue, classi sociali completamente differenti.

Uno dei cardini del multiculturalismo come progetto politico è l’idea che i diversi “gruppi” – definiti sulla base di un presupposto teorico che abbiamo visto fallace – abbiano la possibilità di reclamare diritti speciali, che di norma si traducono in deroghe alle leggi vigenti. Ora, la nozione di “diritti di gruppo” è intrinsecamente contraddittoria e foriera di numerose aporie. I difensori dei diritti dei gruppi fondano questa nozione sulla necessità di tutelare le “minoranze”.

Contro questo argomento è possibile avanzare almeno tre obiezioni: innanzitutto, “maggioranze” e “minoranze” sono entità storicamente determinate e destinate a modificarsi nel tempo. In secondo luogo – come abbiamo visto – il “gruppo” come entità uniforme è una finzione e ad avanzare richieste di tutela e di diritti speciali sono sempre alcuni esponenti del gruppo, che di norma si “autoproclamano” rappresentanti di una certa comunità. E infine, e soprattutto, per il singolo individuo il “potere” che la sua comunità ha su di lui – per quanto la comunità possa essere minoritaria, persino la più piccola che è la famiglia – è comunque sempre un potere soverchiante. Il singolo individuo rappresenta la più piccola “minoranza” ed è questa che va difesa e tutelata, mentre il multiculturalismo mette al centro le “culture”, le “comunità”, i “gruppi”.

Alcune conseguenze pratiche

Se si assume la prospettiva della comunità anziché quella del singolo, si giunge a paradossi come quello rappresentato dal caso Wisconsin vs Yoder, che risale al 1972 ma è ancora molto attuale, in cui la Corte suprema statunitense concesse a una famiglia amish[1] di ritirare i propri figli da scuola prima del termine dell’età dell’obbligo (che all’epoca nel Wisconsin era sedici anni, oggi è diventato diciotto) sulla base del primo emendamento della Costituzione americana, quello sulla libertà di religione. L’argomentazione della Corte è estremamente significativa: essa afferma che l’interesse dello Stato nell’educazione dei suoi cittadini deve tenere in conto altri diritti fondamentali, nel caso specifico quello della libertà di religione garantito dal primo emendamento. Mentre frequentare la scuola elementare era accettabile per gli amish, in modo che i figli acquisissero le competenze di base per poter “leggere la Bibbia, essere buoni contadini e cittadini ed essere in grado di relazionarsi con i non amish se fosse stato necessario” nel corso della loro vita, frequentare la scuola superiore, oltre a contrastare con i propri princìpi religiosi, “avrebbe messo seriamente a rischio la salvezza propria e quella dei propri figli”. Di questo infatti erano convinti, sulla base della propria fede, i genitori dei bambini in questione. Nonostante la dissenting opinion di uno dei giudici, che sottolineava come fossero in questione non solo la libertà religiosa dei genitori ma anche i diritti dei bambini, la Corte ha sentenziato: “I bambini non sono parte di questa disputa”, dando assolutamente per scontato che i figli siano proprietà dei genitori, ai quali trasmettere la propria fede quasi fosse un tratto genetico e da utilizzare addirittura come strumenti per la propria salvezza, a discapito della loro educazione.

Un altro aspetto interessante di questa sentenza è che gli argomenti portati dagli amish sono stati considerati degni di tutela dalla Corte “perché fondati su sincere credenze religiose”. Se infatti, si legge nella sentenza, “gli amish avessero sostenuto le loro posizioni sulla base di una soggettiva valutazione e un soggettivo rifiuto dei valori secolari contemporanei accettati dalla maggioranza, un po’ come Thoreau[2] rifiutò i valori sociali del suo tempo e si ritirò in isolamento a Walden Pond, le loro affermazioni non si fonderebbero su una base religiosa”, e dunque non avrebbero potuto invocare la tutela del primo emendamento, come non avrebbe potuto fare il povero Thoreau.

Queste parole mettono nero su bianco il regime di privilegio di cui godono le religioni e le maggiori tutele garantite alla sensibilità religiosa rispetto a qualunque altro sistema di credenze/visioni del mondo/ideologie. Di esempi di questi privilegi se ne possono fare molti: dall’insegnamento della religione a scuola, alla deroga per motivi religiosi al divieto di indossare copricapi nelle foto dei documenti (Esempio dei pastafariani) alla blasfemia, che è considerata un oltraggio intollerabile, ben più grave di un’equivalente offesa a qualunque altro “oggetto”, materialo o immateriale, che non si autoproclami religioso, tanto da meritare in molti ordinamenti giuridici una tutela ad hoc.

In alcuni Stati è un reato, in taluni casi punito persino con la pena di morte. In Italia è oggetto dell’articolo 724 del Codice penale che recita: “Chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose, contro la Divinità è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da cinquantuno euro a trecentonove euro”.

Al netto della propria personale fede, si converrà che definire “la Divinità” è operazione alquanto ardua, nella quale i giudici si sono però dovuti avventurare per definire i limiti di applicazione della norma. È stato stabilito così che bestemmiare la Madonna non è reato, non trattandosi tecnicamente di “Divinità”.

Ma torniamo al multiculutralismo e vediamo un altro esempio di dove può condurre la logica che privilegia il punto di vista del “gruppo”, della “comunità”, sull’individuo.

Un recente Rapporto voluto dal governo inglese ha stimato che nel Regno Unito sono operativi fra i trenta e gli ottantacinque tribunali della sharia, numero in continuo aumento. Sebbene il Rapporto specifichi che questi “tribunali” non godono di un riconoscimento legale e non hanno valore vincolante di fronte alla legge inglese, “essi hanno capacità decisionale in tema di divorzio islamico”. Il problema riguarda esclusivamente le donne perché gli uomini, secondo la sharia, godono del diritto al ripudio, il cosiddetto talaq.

Le ragioni per cui le donne fanno ricorso a un tribunale della sharia sono varie. Il Rapporto ne ha individuato alcune: molte donne non sono sposate civilmente e dunque non hanno accesso al divorzio civile; in molti casi la comunità pretende il divorzio religioso per accettare la fine del rapporto; molte sono convinte che nei paesi di origine non valga il divorzio civile ma solo quello islamico; per altre ancora i costi del divorzio civile sono proibitivi.

Quella che segue è la testimonianza della madre di una delle donne musulmane che si sono trovate incastrate – loro malgrado – nei tribunali della sharia nel Regno Unito, una donna divorziata[3]: “Il mio ex genero andò nella moschea del nostro quartiere e annunciò ai fedeli in preghiera che ero ‘una donna di facili costumi’ e che costringevo le mie figlie a prostituirsi. Chiese agli anziani di aiutarlo a riprendersi la moglie e i figli per poter salvare la loro anima. La moschea mandò una delegazione a casa mia per riferirmi quelle accuse e per convincermi a restituire mia figlia a suo marito. Ne fui sconvolta. Alla porta si presentarono cinque uomini. Entrarono in casa e mi raccontarono quel che mio genero aveva detto di me. Mi dissero che avrei dovuto costringere mia figlia a tornare da lui. Obiettai che Lubna aveva ottenuto il divorzio, ma mi risposero che il divorzio inglese non contava nulla e che non era valido per la legge islamica”.

Il Rapporto ammette che nei tribunali della sharia si verificano pratiche discriminatorie, eppure si limita a raccomandarne la “regolamentazione”, con la seguente motivazione: “I consigli della sharia vanno incontro a un bisogno di alcune comunità musulmane. C’è una richiesta di divorzio religioso, una richiesta soddisfatta attualmente dai consigli della sharia”. Ma io vi chiedo: il bisogno di chi viene soddisfatto? Forse che quelle donne non fanno parte anche loro della “comunità”? Come vedete, dalle “comunità” vengono bisogni e richieste diverse, spesso contraddittorie e privilegiare il “bisogno” di alcuni della comunità a scapito di altri non ha nulla a che fare con il rispetto delle culture, ma è una precisa scelta politica che si deve avere il coraggio di sostenere apertamente: dietro il paravento del “rispetto per le culture” si sta accettando di fatto che ad alcune categorie di persone sul territorio britannico – le donne musulmane nel caso specifico – non siano riconosciuti gli stessi diritti delle altre.

“Rispettare la cultura” è un eufemismo per mantenere lo status quo. Se nel corso della propria storia l’umanità avesse applicato il paradigma multiculturalista alla propria cultura non avremmo compiuto un solo passo in avanti in termini di autonomia, libertà, diritti. Se nel 1968 Franca Viola e la sua famiglia avessero rispettato la loro, la nostra, cultura, Franca a 15 anni avrebbe sposato il suo stupratore e noi forse ancora oggi avremmo nel nostro ordinamento il matrimonio riparatore e il delitto d’onore. Le culture non vanno rispettate, vanno affrontate criticamente, messe in discussione e se necessario sfidate.

L’idea secondo la quale la legge vada “adattata” o “accomodata” alle tradizioni e alle culture può condurre a vere e proprie aberrazioni. Nel 2007 fece scandalo una sentenza del tribunale tedesco di Hannover che concesse le “attenuanti etnico-culturali” a un uomo di ventinove anni, che aveva segregato per tre settimane, torturato e violentato l’ex fidanzata. Nell’incredibile sentenza si legge: “Si deve tenere conto del particolare retroterra culturale ed etnico dell’imputato. Il ruolo dell’uomo e della donna nella sua cultura non può certo valere come scusante, ma deve essere tenuto in considerazione come attenuante”. Quell’uomo era sardo. Queste parole in relazione a un nostro connazionale ci fanno inorridire e gridare al “razzismo” perché ci sentiamo trattati diversamente, ma la logica che sta dietro questa sentenza è esattamente quella del pluralismo giuridico, ossia quella per la quale la legge non è uguale per tutti ma deve “tenere conto del retroterra culturale ed etnico” delle persone.

E le religioni – tutte le religioni – non possono reclamare nessuno statuto privilegiato che le metta al riparo dalle critiche, come invece vorrebbe la filosofa Martha Nussbaum sostiene che “criticare una pratica religiosa sia un atteggiamento ficcanaso e rude. Tutti noi abbiamo le nostre opinioni sulle religioni degli altri, su cui riflettiamo da soli e [di cui] parliamo con gli amici”. Questa affermazione, all’apparenza innocua, rappresenta in realtà un gravissimo vulnus alla libertà di espressione e alla vitalità del dibattito pubblico, che è sano quando può affrontare liberamente nella agorà pubblica – e non solo fra amici – tutti gli argomenti, incluse le credenze religiose di qualsiasi membro della comunità politica, comprese quelle delle minoranze che invece i multiculturalisti tendono a tutelare con particolare attenzione.

Ne abbiamo un esempio con la sempre più diffusa accusa di “islamofobia”, una vera e propria arma di distrazione di massa”, utilizzata come strumento strumento di censura per mettere a tacere le critiche e il dissenso nei confronti di una religione e del suo uso politico. Vi racconto una storia emblematica.

Il Consiglio degli ex musulmani di Gran Bretagna è un’associazione, fondata dall’attivista di origini iraniane Maryam Namazie, che raccoglie persone provenienti da paesi a maggioranza musulmana che hanno abbandonato l’islam (o che non sono mai state musulmane) e che portano avanti battaglie per la libertà d’espressione e l’abolizione del reato di apostasia in tutto il mondo.

Nel luglio 2017 alcuni attivisti del Cemb hanno partecipato al Gay Pride di Londra esponendo cartelli con slogan come “Allah è gay”, “Viva l’apostasia”, “Basta con l’odio e la violenza islamica contro i gay”. Alcuni dei cartelli erano rivolti contro la moschea di Londra, esplicitamente accusata di “incitare a uccidere i gay”. La moschea di Londra ha protestato con veemenza, non entrando nel merito delle accuse ed eventualmente denunciando il Cemb per diffamazione, ma sostenendo che quei cartelli alimentavano l’islamofobia.

Dal canto suo il Cemb ha confermato le proprie accuse, ricordando come in passato la moschea di Londra avesse ospitato predicatori che avevano espressamente inneggiato alla persecuzione di apostati e gay. Ma, soprattutto, ha rimandato al mittente l’accusa di “islamofobia”, una parola, si legge nel comunicato diffuso dall’associazione, “fuorviante e ipocrita, che mischia la critica a un insieme di credenze (islam) o alla destra religiosa (islamismo) con l’intolleranza nei confronti di un gruppo di persone (i musulmani)”. Un’accusa “ironica”, dichiarano al Cemb, visto che, in quanto ex musulmani in gran parte provenienti da paesi a maggioranza musulmana, si trovano essi stessi spesso vittime di razzismo.

In seguito alle proteste della moschea, gli organizzatori del Pride hanno inviato una lettera al Cemb, annunciando che avrebbero avviato delle verifiche per capire se alcuni dei cartelli esposti violassero il codice di condotta della manifestazione, valutando l’ipotesi di escludere l’associazione di Namazie dal Pride del 2018, ipotesi che per fortuna alla fine non si è concretizzata. Ma il solo fatto che se ne sia discusso è estremamente indicativo del clima che si crea quando a essere oggetto di critica è l’islam.

Questa vicenda è solo uno dei tanti esempi che si possono fare sull’uso strumentale dell’accusa di islamofobia. Criticare anche in maniera molto provocatoria e radicale non solo l’uso politico di una religione, ma una determinata religione in sé o le religioni in generale è un diritto umano fondamentale e non può essere equiparato tout court a un invito all’intolleranza nei confronti dei credenti. Come afferma Ali A. Rizvi, autore di The Atheist Muslim, a proposito della critiche all’islam: “Le nostre parole critiche non rappresentano un attacco alle persone. Esse sono una sfida a quelle che consideriamo idee sbagliate che conducono a comportamenti sbagliati”.

Multiculturalismo e nazionalismo identitario: due facce della stessa medaglia

A queste intime contraddizioni dell’approccio multiculturalista si può rispondere in due modi. Il primo – che è quello che oggi la fa da padrone – è la chiusura identitaria e reazionaria. Come accennavo in apertura, questo approccio è solo apparentemente molto distante dal multiculturalismo, con il quale in realtà condivide il presupposto teorico, ossia l’idea che le culture siano qualcosa di immobile, fisso, uniforme. Nell’approccio identitario questo presupposto falso conduce all’idea che sia possibile individuare una “nostra” cultura da difendere come una fortezza dagli attacchi esterni. Si tratta, è evidente, di una finzione: la “cultura” che i vari Orban, Le Pen, Salvini vogliono difendere non è certo la “nostra” cultura, ma semmai la loro. È una costruzione artificiale che pretende di depurare dai conflitti e dalle contraddizioni la nostra storia e la nostra identità, appiattendoci tutti su uno stereotipo.

Si tratta anche di un tentativo di camuffamento: si sventola la bandiera identitaria contro presunti attacchi esterni per richiamare alla compattezza, quando si tratta esclusivamente di movimenti reazionari di estrema destra che respingono non solo presunte e inesistenti invasioni ma anche tutti i progressi che in termini di diritti civili la “nostra” cultura ha conseguito. Non è affatto un caso che le politiche razziste vadano sempre a braccetto con quelle liberticide, e a pagarne le spese sono sempre innanzitutto i diritti delle donne (come sta accadendo per esempio in Polonia e anche l’Italia segue a ruota).

La prospettiva laica

A entrambi   questi approcci essenzialisti, quello multiculturalista e quello identitario, si può rispondere da una prospettiva laica e universalista, che metta al centro i diritti fondamentali degli individui. La laicità è un principio politico che si è imposto a partire da un processo storico di separazione fra Stato e Chiesa e che oggi deve compiere un ulteriore passo avanti. Finora infatti il problema è stato squisitamente di potere (lo Stato contro una Chiesa con pretese temporali) per risolvere il quale è stata sufficiente una separazione di “ambiti”, dando a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. Il punto oggi è che a “Cesare” non deve più bastare più che “Dio” rimanga nel suo ambito, ma deve preoccuparsi anche, da un lato, che in nome di Dio, di qualunque Dio, non vengano violati i princìpi fondamentali dello Stato democratico a partire dai diritti umani dei singoli, e, dall’altro, di creare tutte le condizioni culturali, economiche, sociali e materiali affinché i singoli cittadini siano messi davvero nelle condizioni, se lo desiderano, di emanciparsi dalla propria stessa cultura di provenienza.

La laicità è qui intesa non come polo di una simmetria ma come condizione pre-politica di una convivenza che rispetti la libertà e i diritti umani di tutti e di ciascuno. Il che ha conseguenze politiche enormi, a partire dalla necessità di un sistema scolastico pubblico e laico fino a una radicale redistribuzione della ricchezza, perché se non si hanno i mezzi per una vita dignitosa, se si è in balia del precariato, naturalmente non si è nelle condizioni di esercitare il proprio pensiero libero e e ci si chiude più facilmente nella propria comunità di appartenenza che spesso rappresenta anche una rete di protezione e di solidarietà materiale.

Sebbene la laicità sia di norma associata e contrapposta alla fede, essa ha una portata molto più vasta e mette in discussione qualunque principio di autorità. Essere laici significa non invocare nessuna tradizione né autorità – che sia religiosa o meno è del tutto irrilevante – per giustificare una limitazione, se non addirittura una violazione, dell’autonomia e della libertà di ciascun essere umano. Qui sta anche il nesso fondamentale fra laicità e democrazia, che rende la prima incompatibile con qualunque regime autoritario.

Scegliere l’approccio multiculturalista o quello laico ha conseguenze politiche molto concrete. Cosa significa per esempio avere un approccio laico nell’accoglienza dei migranti? Significa accoglierli come persone, nella pienezza dei loro diritti, e non come rappresentanti di gruppi. Significa – solo per fare alcuni esempi concreti – non tollerare che alle donne nei centri di accoglienza venga impedito di frequentare un corso di lingua se l’insegnante è un uomo. Significa proteggere gli atei e gli omosessuali che spesso dentro i centri di accoglienza si trovano a subire le stesse forme di discriminazione da cui sono fuggiti. Significa garantire alle donne informazioni e accesso a tutti i servizi di tutela dei loro diritti, da quello all’aborto ai centri antiviolenza.

Andando avanti sui temi dell’integrazione, significa respingere ogni richiesta di imporre pratiche religiose dentro la scuola pubblica: il velo per le bambine (anche di 6-7 anni!), richieste di lezioni separate di educazione fisica o nuoto, bambini che digiunano durante il ramadan. Naturalmente tutto questo vale per qualunque fede: la scuola dovrebbe essere il luogo in cui i bambini trovano gli strumenti per sviluppare un pensiero critico e autonomo ed eventualmente per emanciparsi dalla propria stessa comunità di provenienza, ponendosi se necessario anche come antagonista alle famiglie. Di certo non può trasformarsi nel luogo di trasmissione delle fedi e delle tradizioni dei genitori, come fossero un fattore ereditario. Bisognerebbe iniziare dunque dall’eliminazione di tutti i simboli religiosi e dall’abolizione dell’insegnamento della religione nelle scuole (che in Italia, lo ricordiamo, è per legge un’insegnamento confessionale e impartito da insegnanti scelti dall’autorità ecclesiastica che lavorano però come dipendenti statali).

Recuperare la dimensione politica

Da un ventennio circa – e con questo mi avvio alla conclusione – siamo immersi in una narrazione che ci vorrebbe divisi fra “noi” e loro”, schiacciati dentro un fatale scontro di civiltà. In verità non c’è nessuno scontro fra civiltà, c’è invece uno scontro tutto politico, interno a ogni cultura e civiltà del mondo, fra reazionari e fondamentalisti da una parte e progressisti e sostenitori dei diritti umani dall’altra. A meno di avere una visione deterministica della storia, l’affermazione dei diritti non è – né in Occidente né in nessun luogo del mondo – un prodotto necessario del corso della storia ma il risultato della dialettica tra forze opposte. E se una distinzione fra “noi” e “loro” è dunque sensata, è una divisione politica non certo etnica, religiosa o storico-geografica.

C’è chi sostiene – tra questi i multiculturalisti – che i diritti umani sarebbero “valori occidentali”. Non ci si rende conto che questa logica è esattamente quella sostenuta del regime iraniano che ha condannato l’avvocata Nasrin Sotoudeh a 38 anni di carcere e 148 frustate. Nasrin Sotoudeh è stata condannata esattamente per la sua attività di difesa di quei diritti che qualcuno considera “occidentali”. La verità è che l’Occidente, esattamente come qualunque altro contesto culturale, è contraddittorio: l’Occidente è la culla dei diritti umani così come lo è dei totalitarismi. E difendere i diritti umani nel mondo non significa affatto “esportare” modelli occidentali. Significa continuare a percorrere la strada dell’emancipazione e dei diritti insieme a quei pezzi di umanità che in tutto il mondo la stanno già percorrendo. Significa mostrare solidarietà a Nasrin Sotoudeh e a tutte le donne iraniane che scendono in strada per rivendicare la loro libertà di non portare il velo, anziché mostrare solidarietà con i loro oppressori, come fanno le politiche occidentali quando vanno in visita nel paese (mogherini, la ministra olandese) accettando di sottomettersi a una legge discriminatoria indossando il velo (e che sia possibile non farlo, dando un segnale politico forte lo ha dimostrato per esempio Angela Merkel o Theresa May). Significa sostenere la battaglia degli atei, degli apostati, degli omosessuali nei paesi dove rischiano il carcere o la morte, e anche all’interno di contesti familiari e comunitari qui da noi, a prescindere da quale sia la religione prevalente in quei paesi o in quelle comunità. Perché i diritti, se non sono universali, si chiamano privilegi.

* Relazione alla festa di Scienza e Filosofia, Foligno, 13 aprile 2019.

[1] Gli amish sono una comunità religiosa protestante presente soprattutto negli Stati Uniti. Conducono una vita molto semplice, che non prevede l’uso dell’elettricità né delle automobili e limitano al minimo indispensabile le relazioni con i non amish. Hanno di solito famiglie molto numerose e un codice di comportamento molto rigido.

[2] Henry David Thoreau (1817-1862), è stato un filosofo, scrittore e poeta statunitense. Autore di Walden, ovvero La vita nei boschi, una riflessione sul rapporto dell’uomo con la natura, e del saggio Disobbedienza civile.

[3] Testimonianze raccolte dall’associazione britannica One Law for All.

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