Le tre trappole dell’Asia

di Franco Ferrari

Le tre trappole dell’Asia: liberismo, etno-nazionalismo e populismo

Un bilancio complessivo dello stato del continente asiatico a trent’anni dalla caduta del muro di Berlino non è certo semplice. Il continente si era già differenziato nel tempo tra paesi di elevata industrializzazione e a capitalismo maturo (ad esempio il Giappone), altri di industrializzazione più recente e in buona parte subordinata alle grandi multinazionali dei paesi capitalistici più avanzati (la Malaysia, l’Indonesia, la stessa India) e altri ancora che presentavano elementi di feudalesimo e di pesante arretratezza (l’Afghanistan, il Nepal).

Oltre ai diversi gradi di sviluppo, differenzia ulteriormente il quadro la presenza di Paesi che avevano adottato un modello di sviluppo non capitalistico di tipo sovietico. A differenza di quasi tutti i paesi dell’est Europa ciò era avvenuto a seguito di processi rivoluzionari autonomi (Cina, Vietnam) piuttosto che per conseguenza della presenza militare sovietica (con l’eccezione della Corea del Nord).

Questi Paesi hanno reagito al crollo dell’Unione Sovietica seguendo percorsi diversi. Alcuni hanno visto il partito unico rimettere in discussione il proprio potere e accettare una certa dose di pluralismo politico, come è stato per la Mongolia e la Cambogia. Ma sono rimasti altri paesi che continuano a proclamarsi socialisti come la Cina, il Vietnam, la Corea del Nord e il – meno noto – Laos.

Naturalmente il tema della natura esatta di questi Stati resta oggetto di discussione e anche di polemica all’interno della sinistra mondiale. Non sono nemmeno del tutto equiparabili tra loro anche se la Cina e il Vietnam hanno seguito un processo analogo di apertura al mercato e di reinserimento nel sistema capitalistico mondiale. Destino diverso quello della Corea del Nord che pur avendo introdotto qualche cambiamento nei propri meccanismi economici interni è rimasta sigillata al mondo esterno e gestita da una paradossale forma di “socialismo dinastico” che esalta sia l’ideologia del Juche (una sottolineatura del “far da sé”), quanto il ruolo rivoluzionario connaturato alla famiglia del primo leader coreano nel dopoguerra Kim il-Sung, ruolo che si trasmette di padre in figlio.

Il socialismo cinese come competizione nello sviluppo delle forze produttive

La Cina, che per dimensioni (popolazione, peso economico) ha e avrà sempre più un ruolo decisivo sullo scenario mondiale, si proclama come “economia socialista di mercato”. Per la leadership cinese la premessa ideologica fondamentale è che il socialismo è una forma di sviluppo economico, delle “forze produttive” secondo Deng Xiaoping, e compete col capitalismo su questo terrenoi. Viene sostanzialmente rimosso il carattere più complessivo di liberazione che i fondatori, a partire da Marx, individuavano come elemento caratterizzante di una società prima socialista e poi comunista.

Per la direzione comunista cinese ciò che distingue principalmente la via socialista allo sviluppo da quella capitalista non consiste tanto nel ruolo centrale della classe operaia, come avveniva almeno sul piano retorico nei pesi dell’est Europa, quanto dalla centralità dello Stato e del suo predominio sull’economia. Anche in presenza di grandi imprese private è il potere politico che detta le regole e la prospettiva, in una visione che alcuni considerano più confuciana che marxistaii. L’obbiettivo finale è la prosperità economica in una società armoniosa, e questo può essere garantito solo dal ruolo primario dello stato oltre che dalla concentrazione dei poteri fondamentali nel partito unico e nel suo gruppo dirigente, selezionato attraverso meccanismi di cooptazione anche se non del tutto esenti da conflitti interni.

Assai meno presente invece nella politica economica e sociale del Partito Comunista Cinese l’idea di un welfare garantito dalla presenza pubblica. Infatti la Cina si è spinta molto avanti sul piano della privatizzazione dei servizi (sanità, scuola, previdenza) creando una situazione per certi versi più simile agli Stati Uniti che all’Europa. Anche se la consapevolezza dei problemi e degli eventuali conflitti che questa mancanza di garanzie pubbliche potrebbe causare sta portando ad introdurre qualche correzione.

Per quanto riguarda la sua proiezione mondiale, la Cina si è espressa a favore della globalizzazione, ma con l’idea che questa possa svilupparsi attraverso meccanismi nei quali tutti possano essere vincitori. La proposta della nuova “via della seta” (One Belt One Road) cerca di realizzare una interazione economica con gli Stati coinvolti senza far apparire la Cina come una nuova potenza imperialista. Naturalmente la leadership cinese è interessata a tenere aperti tutti i canali possibili sia per ottenere le materie prime di cui ha bisogno per il proprio sviluppo, sia gli sbocchi alle proprie merci, data la grande capacità produttiva di cui disponeiii.

La Cina è consapevole che una potenza che si avvia a diventare la più grande economia mondiale, superando gli Stati Uniti, deve muoversi con una certa prudenza per evitare di suscitare timori e sospetti. Da questo punto di vista afferma e pratica il più rigoroso rispetto della sovranità nazionale altrui. Ovvio l’interesse alla reciprocità, cioè ad evitare interferenze in casa propria. Questo però la conduce ad una notevole spregiudicatezza nel mantenere rapporti con regimi ultrareazionari e repressivi.

Nel ultimi anni, a seguito della concentrazione del potere nelle mani di Xi Jinping, c’è stata una certa espansione delle correnti nazionaliste. Il portavoce principale di questo approccio è il quotidiano Global Times. Questo giornale, edito dalla stessa casa editrice ufficiale che pubblica il Quotdiano del Popolo, organo del PCC, avalla l’idea della necessaria rivincita della Cina, che nel periodo storico precedente alla fondazione della Repubblica Popolare Cinese è stata vittima delle politiche colonialiste dell’occidente e del Giappone. Numerosi echi di queste posizioni si trovano anche nel mondo della blogosfera cinese, che pur nei limiti consentiti dai paletti posti dal Governo, esprime gli umori più significativi di una parte della società. A volte lo stesso Partito Comunista è dovuto intervenire per richiamare all’ordine che esprimeva questi sentimenti in modo ritenuto eccessivo.

La Cina si è posta anche l’obbiettivo di non essere più solo produttore ed esportatore di merci. Il passaggio epocale dovrà avvenire passando dal “fatto in Cina” al “pensato in Cina” e questo presuppone anche un ampliamento del mercato interno. Xi Jinping ha lanciato la metafora del “Sogno cinese” che dovrebbe essere un’alternativa all’American Dream, oggi un po’ ammaccato dalla presidenza Trump. E’ evidente però che per quanto la Cina possa in determinate situazioni svolgere un ruolo di moderazione dei conflitti e di argine all’interventismo americano, non sembra in grado di costruire una propria fascinazione ideologica come avvenne durante la Rivoluzione Culturale, che oltre tutto si fondava su una rappresentazione in gran parte mitologica di quella vicenda.

La politica della direzione cinese tende a coniugare una ideologia socialista declinata in termini di “sviluppismo” con una certa dose di nazionalismo. L’affermarsi di correnti nazionaliste è uno degli elementi che caratterizzano quasi tutto il continente asiatico in questa fase. Nel caso cinese questo non si traduce però in etno-nazionalismo, ovvero in una visione esclusiva che indentifica la nazione con una specifica etnia, trasformandosi così nella legittimazione del razzismo. Anche se pure la Cina ha sostanziali problemi nel gestire situazioni come quella della minoranza uigura, vittima di politiche di assimilazione forzata. In alcuni paesi l’etno-nazionalismo si unisce al fondamentalismo religioso. Gli esempi abbondano, ma si possono richiamare paesi assai diversi tra loro come il Giappone e l’Indiaiv.

Il revanscismo giapponese di Abe e il nazionalismo fondamentalista indiano di Modi

Il Giappone, dopo una fase di crisi del Partito Liberal-Democratico che per tutto il dopoguerra era stato il perno di un sistema politico pressoché immobile (non lontano in questo dal sistema italiano dominato dalla DC) è riuscito a recuperare la propria egemonia con il primo ministro Shinzo Abe. Il rilancio del partito era avvenuto operando su due versanti. Il primo era quello economico, con la cosiddetta Abenomics, un tentativo di rilancio di un sistema produttivo solido ma che aveva attraversato un lungo periodo di stagnazione, unendo “riforme” liberiste e politiche monetarie espansive. Il secondo era il ricorso alle tematiche nazionaliste che si traducevano nel tentativo di modificare l’articolo 9 della Costituzione che vieta al Giappone ogni forma di riarmo. Questa strategia ha subito una parziale sconfitta con le ultime elezioni del Senato del 21 luglio scorso in quanto hanno privato il Primo Ministro della maggioranza dei due terzi che gli avrebbe consentito di modificare la Costituzionev.

La politica più aggressiva di Abe ha aperto situazione conflittuali e una crisi di fiducia sia con la Cina che con la Corea del Sud, due paesi che hanno pagato duramente per le violenze perpetrate dai giapponesi durante la seconda guerra mondiale. Il governo giapponese ha tentato in diversi modi di attenuare o cancellare la responsabilità per i comportamenti criminali del Giappone, sollevando proteste nei paesi vicini.

Anche l’India ha visto il riemergere di tendenze nazionaliste. Il trentennio successivo alla caduta del muro e al superamento della guerra fredda ha portato alla crisi del Partito del Congresso che era stato l’asse centrale del periodo successivo all’indipendenza. L’ancoraggio ad una leadership dinastica all’interno della famiglia Nehru-Gandhi, assieme alla corruzione e all’incapacità di rinnovamento ha portato alla sconfitta del Congresso e all’emergere di una nuova leadership nella figura di Narendra Modi. Primo ministro del Gujarat dal 2001 al 2014 dove si era messo in luce per una politica (e soprattutto una retorica) concentrata sullo sviluppo economico, al punto da vantare quello stato come modello per tutta l’India, Modi è esponente del Bharatiya Janata Party (BJP), tradizionale espressione della destra fondamentalista hindu. Il BJP ha le proprie radici in una organizzazione semi-fascista paramilitare, la Rashtriya Swayamsevak Sangh, di cui lo stesso Modi è stato militante.

Con l’accesso al governo dell’India nel 2014, la tematica dello sviluppo economico è stata in parte messa in ombra, anche se continua ad essere perseguita una politica economica liberista, per dare spazio al fondamentalismo religioso. Il progetto è quello di fare dell’India lo stato dei soli Hindu, mettendo ai margini musulmani, cristiani e persone di altre appartenenze religiose, così come di archiviare il principio del secolarismo che, pur tra contraddizioni, il Congresso aveva sempre difeso.

Sono sempre più numerosi i casi di pogrom anti-musulmani alimentati dalle campagne di odio sviluppate sul web da gruppi facenti capo al partito di governo e al primo ministro. Modi ha integrato liberismo economico, nazionalismo a sfondo etnico-religioso, con un discorso populista. Si è posto così in contrasto e al di sopra anche di quei limitati strumenti di bilanciamento dei poteri che l’India possedeva, come eredità, mai del tutto completata, del modello di democrazia borghese britannica. Attualmente il potere del BJP non ha quasi opposizione, data la crisi irrisolta del Partito del Congresso, ma anche le difficoltà a cui sono andati incontro negli ultimi anni i partiti comunisti che hanno sempre dominato la sinistra indiana.

Le Filippine di Duterte modello di populismo senza freni

Abbiamo accennato a come Abe, in una certa misura, ma soprattutto l’indiano Modi abbiano fatto ricorso ad alcuni meccanismi populisti per costruire il proprio consenso. Il caso nazionale nel quale il populismo è stato utilizzato nel modo più sfrenato è costituito certamente dalle Filippine di Duterte.

Rodrigo Duterte ha conquistato la presidenza nel 2016 alla guida del PDP-Laban, il partito che era stato di Benigno Aquino (il politico liberale fatto assassinare dal dittatore Marcos), e per diversi anni sindaco di Davao. In qualche discorso, Duterte si è presentato come un vero “socialista”, ma la sua vittoria ha dovuto molto ai proclami demagogici di lotta alla diffusione della droga. Come sindaco aveva lasciato mano libera alla polizia e anche a squadroni della morte paramilitari nell’uccidere veri o presunti spacciatori, per lo più piccoli trafficanti e consumatori dei quartieri poveri. Una politica che ha perseguito anche da Presidente al punto che stime probabilmente inferiori alla realtà parlano di almeno 12.000 assassinii extra-giudiziarivi.

Ha adottato anche discorsi critici nei confronti degli Stati Uniti, durante la presidenza Obama, che hanno creato almeno all’inizio della sua presidenza qualche incertezza nel posizionamento della frammentata sinistra filippina. Inizialmente alcune esponenti della sinistra, in particolare vicini al movimento “nazional-democratico” collegato al Partito Comunista di orientamento maoista, erano entrati nel governo. Ma l’illusione che Duterte potesse cambiare le politiche economiche liberiste dei governi precedenti o assumere realmente una posizione internazionale progressista e non solo atteggiamenti strumentali finalizzati ad ottenere qualche trattamento di favore dalle maggiori potenze, sono rapidamente svanite. Nel frattempo sono in crescita gli assassinii di militanti sindacali e attivisti dei movimenti sociali.

Duterte rappresenta un esempio di populismo che mescola argomenti trasversali indifferentemente di destra e di sinistra. Si può rilevare una differenza fra partiti populisti e partiti che utilizzano stili di comunicazione e costruzione del consenso di tipo populista.

Resta il fatto che nel caso filippino, la possibilità che il populismo, adottato consapevolmente come strumento di costruzione di un consenso anti-establishment, possa diventare uno strumento di democratizzazione delle istituzioni e di realizzazione di politiche economiche tese a raggiungere una maggiore giustizia sociale si è rivelata illusoria.

Il dilemma asiatico: crescita economica e regressione sociale

Da questa rapida disamina di alcune delle tendenze in atto nel continente asiatico emerge un dato di fondo. Pur in presenza di uno sviluppo economico complessivo questo non si è affatto accompagnato ad una affermazione di una democrazia liberale di tipo capitalistico, secondo l’idea che è diventata dominante, per un certo periodo, dopo la caduta del Muro e il crollo del blocco sovietico.

Al contrario, se l’economia cresce e alcuni paesi diventano protagonisti del sistema economico mondiale e non sono più collocati solo in una dimensione subalterna dominata dall’occidente, tutto questo è andato di pari passo con l’emergere di tendenze politiche e sociali regressive: ingiustizie sociali sempre più vistose, fondamentalismo religioso, nativismo esclusivista e così via.

La sconfitta subita dal pensiero universalista e progressista, pur incarnato in sistemi che nel momento in cui l’affermavano ne tradivano il contenuto, seguita alla caduta del Muro, non ha avviato nemmeno in Asia una fase luminosa di “magnifiche sorti e progressive”, sarcasticamente celebrate in altri tempi dal Leopardi.

i http://www.solidnet.org/article/f18338b1-e2ca-11e8-a7f8-42723ed76c54/

ii Ignazio Musu, La Cina contemporanea, Il Mulino, 2011.

iii Simone Pieranni, Cina Globale, manifestolibri, 2017

iv Un numero speciale di Perspectives Asia 2018, della fondazione tedesca Heinrich Boell, è dedicata a nazionalismo e populismo in diversi paesi asiatici. Da questa pubblicazione ho tratto molte informazioni utili per questo articolo. https://www.boell.de/sites/default/files/v2_web_perspectives_asia_2018.pdf?dimension1=division_as

v https://www.socialistworld.net/2019/08/23/japan-future-for-abe-uncertain-after-electoral-setback/

vi https://newpol.org/issue_post/the-philippine-left-in-a-changing-land/

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Concretissime ideologie
Europa tra Oriente e Occidente

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