statue di poveri in fila

L’Europa a Sabir

di Raffaella Bolini – I Cantieri della Zisa, sede di Sabir 2018, devono il loro nome all’omonimo palazzo costruito da re Guglielmo nel 1100. Guglielmo era normanno, l’edificio ha una fortissima impronta araba e anche il nome è arabo: significa la Splendida.

Il dibattito sull’Europa a Sabir, fra rappresentanti di esperienze sociali dell’est e dell’ovest europeo, è cominciato con il richiamo a questa storia.

Francesca Chiavacci, presidente Arci, ha ricordato il meticciato, fondamento della civiltà mediterranea, componente essenziale di una Europa meticcia due volte: insieme di regioni diverse, ciascuna delle quali figlia di sovrapposizioni di popoli e culture.

“Il nostro orizzonte deve essere quello della cittadinanza multipla” ha poi concluso Luciana Castellina “oltre il concetto di cittadino ereditato dalla Rivoluzione Francese. Non si tratta solo di estendere anche ai residenti i diritti dei cittadini: bisogna riconoscere che apparteniamo tutti a più comunità interconnesse.”

Questa prospettiva, che abbiamo più volte approfondito discutendo di Mediterraneo, oggi è necessaria anche in Europa. Non solo per accogliere degnamente i migranti, ma anche per recuperare in chiave democratica il bisogno di identità/comunità che, schiacciato dal rullo della globalizzazione neoliberista, oggi riemerge e pare trovare risposte solo a destra.

La questione a cui il dibattito ha cercato di dare risposte è infatti proprio questa: come facciamo a fermare l’avanzata dei movimenti reazionari in Europa? come riprenderci quella gran parte di popolo “nostro” che si è perso, e crede di poter ritrovare sicurezza per sé escludendo qualcun altro? come riuscire a dare una torsione progressista al bisogno di identità delle diverse comunità europee?

La discussione è stata organizzata dal Forum Civico Europeo, la rete che riunisce più di 100 associazioni di tutti i paesi europei, di cui l’Arci fa parte.

Nata con l’obiettivo di affermare nella legislazione europea il valore dell’associazionismo e la democrazia partecipativa, di fronte al disastro degli ultimi anni il Forum è diventata una sede militante ed attivista. Si batte contro la criminalizzazione della solidarietà e contro la chiusura dello spazio pubblico che caratterizza sia i governi reazionari che quelli post-democratici liberisti.

Favorisce la conoscenza e il lavoro comune con le nuove esperienze di resistenza democratica nell’Europa centrale, orientale e dei Balcani, dove una nuova generazione di società civile sta nascendo e, nelle condizioni più dure di tutto il continente, riesce a battersi e qualche volta a vincere.

Il movimento delle donne polacche è per ora riuscito a fermare il divieto totale di aborto, voluto dal Governo e dalla Chiesa, e si occupa ormai a tutto tondo di democrazia e diritti. La coalizione civica ungherese ha incassato la messa sotto inchiesta di Orban da parte dell’Unione Europea, per le violazioni ai diritti fondamentali.

Alcune esperienze sociali hanno costruito laboratori di nuova rappresentanza politica che in qualche caso, come a Zagabria, hanno ottenuto ottimi risultati elettorali. Marta Lempart, portavoce dello Sciopero delle Donne polacche, è in campagna elettorale nella sua città. “Sono la prima candidata a sindaca lesbica nella storia della Polonia” dichiara orgogliosa. Arriverà quinta su nove – non male, vista la situazione.

E’ una società civile giovane, con un codice genetico tutto da costruire poiché nata dopo la caduta del socialismo reale, senza una sinistra a cui far riferimento. E’ cresciuta nel sogno dell’integrazione europea, e ha dovuto fare i conti con il suo fallimento.

Dopo la caduta del Muro, la gente dell’Est era entusiasta del capitalismo. “Poi, nel 2008 in Romania finisce il sogno della felice transizione democratica” racconta Florin Poenaru, sociologo e attivista rumeno “In quattro anni il numero di persone a rischio di povertà aumentò di un milione. Una catastrofe sociale. La responsabilità di non farcela viene addossata agli individui e i vincitori della competizione umiliano i perdenti”.

Il lavoro di questi movimenti dovrebbe essere considerato come essenziale: visto il contagio e il ruolo ormai cruciale dell’est reazionario, se vincono è una vittoria per tutti, e viceversa. Eppure, ancora, i legami fra est ed ovest sono scarsi.

Perché? Sicuramente conta l’arroganza di noi europei occidentali, che ancora adesso pensiamo di essere la sola parte “che conta” nella vicenda politica e sociale del nostro continente. C’è anche la scarsa conoscenza di cosa è successo all’Est nel dopo-Muro, e dei giganteschi errori compiuti dalla Unione Europea nel processo di integrazione.

Castellina dice che la sinistra non si è curata dell’Europa dell’Est. “L’allargamento dell’Europa è stato catastrofico” afferma “perché abbiamo costretto l’Est ad accettare passivamente tutto quello che noi avevamo fatto in cinquanta anni. Abbiamo confuso Europa e Nato” rincara la dose “facendo arrivare quest’ultima fin sotto il naso della Russia, definendo una frontiera armata, inconcepibile laddove i confini dell’Europa non sono definiti”.

La società civile, negli anni della integrazione, invece che dal basso è nata dall’alto, grazie ai fondi europei e internazionali. “E’ stata una società civile senza base sociale e priva di sostenibilità” dichiara Vera Mora, della Coalizione Civica ungherese “La crisi economica prima, e gli attacchi politici poi, hanno aiutato le associazioni a svegliarsi, a cambiare pelle, a cercare basi più solide”.

Le associazioni ungheresi, ad esempio, dopo le ultime elezioni che hanno dato un consenso quasi totale ad Orban nelle zone rurali, stanno mettendo in campo una strategia mirata ad uscire dalle città e a comunicare con le persone che vivono in campagna, preda della propaganda che spesso chiamiamo “populista”.

Gaspar Tamasz, filosofo attivista ungherese, mette in guardia dall’uso di questo termine, che viene usato in modo paradossale. “In teoria populismo significa resistenza contro le elites, ma ora sono le elites in tutta Europa che sono populiste”. E aggiunge: “Dobbiamo smetterla di considerare legittimi tutti coloro che prendono il potere democraticamente: il fascismo non è mai legittimo”.

A Sabir, fra europei dell’est e dell’ovest, è chiaro che pure in situazioni diverse siamo veramente tutti sulla stessa barca.

Tocca a Christophe Aguiton, storico esponente del movimento altermondialista e fra i fondatori di Attac, spiegare perché, sia però così difficile in questa epoca fare massa critica: “Ai tempi di Genova 2001, pensavamo che nel mondo globale avremmo avuto tutti gli stessi avversari comuni: G8 e non solo. Ora ci sono Trump, Russia, Cina e tante politiche di potenza una contro l’altra. Il mondo è frammentato, per questo siamo frammentati noi”.

E a noi italiani cerca anche di dare una visione più ottimista: “L’Italia è una eccezione: nella maggior parte dei paesi europei, insieme a una destra estrema avanza anche la sinistra radicale”. Anche questa è spesso diversa e disunita: la critica a industrialismo e estrattivismo, il valore inalienabile della democrazia e l’accoglienza dei migranti sono, secondo Christophe, i tre elementi su cui costruire alleanze vere a sinistra.

Le alleanze iniziano e si fortificano con la solidarietà, che non sempre siamo capaci di dare. Carla Valls, della associazione Iridia di Barcellona, spiega come -aldilà del giudizio sulla lotta per l’indipendenza catalana- sarebbe importante sostenere la richiesta di libertà per i dirigenti associativi in prigione da un anno per reati di opinione e manifestazione pacifica. “L’Europa non si è mossa” dice“ ma tutti dovrebbero capire che ‘domani può toccare a te’. E infatti abbiamo chiamato così la campagna contro la repressione.”

Il Forum Civico Europeo ha creato uno strumento interattivo civicspacewatch.eu dove si possono trovare informazioni sugli attacchi allo spazio civico e alle libertà democratiche in tutti i paesi di Europa, inserire e sostenere appelli e richieste di solidarietà.

E si raccolgono adesioni alla giornata di azione europea del 10 dicembre, settantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.  In un tempo in cui i difensori dei diritti umani vengono criminalizzati anche in Europa, migliaia di attivisti e volontari associativi  esporranno un logo comune per dire “noi i diritti umani li difendiamo ogni giorno, e ne siamo orgogliosi”.

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