L’insostenibile revisionismo della UE

di Alessandro Tedde –

All’indomani della Brexit, all’interno dei partiti del Gruppo della Sinistra Europea (GUE) si è articolato un dibattito sulle ipotesi per una eventuale strategia comune diretta a una radicale revisione dell’Unione Europea ai fini dell’affermazione di una democrazia sociale continentale, come possibile antidoto al rischio del contagio su scala europea del metodo Brexit, ovverosia della moltiplicazione di uscite nazionali unilaterali ex art. 50 del Trattato di Lisbona.

Si è trattato, e si tratta, di uno sforzo importante per il gruppo storicamente più critico sul processo di integrazione europeo: come è noto, infatti, la posizione politica del “dentro e contro” è una delle più esposte a contraddizioni e, dunque, a rischio di fallimento. Ma, è anche vero che nel caso dell’Europa appare l’unica praticabile.

O almeno così è stato fino alla recente approvazione della risoluzione del Parlamento Europeo che equipara nazismo e comunismo sotto la grande categoria di “totalitarismo”, indicando nel patto Molotov-Ribbentrop la causa scatenante della seconda guerra mondiale, perché per un gruppo con la storia e la tradizione del GUE – e per tutti noi, specialmente in Italia – diventa veramente arduo sostenere un tentativo di “critica radicale dall’interno”, dopo che, noi comunisti, veniamo equiparati ai nazisti, nel tentativo di riscrivere la storia alla ricerca di una memoria condivisa che è tutta in favore delle liberaldemocrazie, poiché dimentica della guerra civile spagnola (prova generale del conflitto mondiale), del patto di Monaco e degli accordi delle democrazie liberali e borghesi con Hitler per isolare l’Unione Sovietica, in chiave anticomunista, cioè antioperaia.

Orbene, se per gli euroliberaldemocratici comunisti e nazisti sarebbero pari, mi sento molto più libero di citare in favore del mio discorso il pensiero del “sommo giurista del Reich”, Carl Schmitt, che ben scrisse – nel saggio su Donoso Cortés – che i due conflitti mondiali furono nient’altro che la continuazione di una guerra civile che da tempo divideva l’Europa, negli Stati prima ancora che tra essi: la guerra tra il lavoro e il capitale.

Mi pare un ottimo punto di partenza per la costruzione di una memoria condivisa tra i destinatari di quell’opera di “rimozione forzata” – per citare una canzone degli Offlaga Disco Pax – che i liberaldemocratici europei stanno conducendo in tutto il continente, dopo averla messa in atto nell’Est, negli ultimi trent’anni: niente ci accomuna con i nazisti, salvo il fatto di sapere perché abbiamo combattuto quella guerra, e continuiamo a combattere, gli uni contro gli altri.

Mentre i signori liberali nascondono le loro reali intenzioni dietro le risoluzioni e i vuoti discorsi e appelli all’umanità, noi continuiamo a condurre la lotta di classe a viso aperto, in Europa e nel mondo: ieri come oggi, fascisti e nazisti sono stati la macchina perfezionatrice dell’autoritarismo liberale lanciato contro la classe operaia, noialtri – con tutti i limiti – lo strumento per l’affermazione della classe universale dei lavoratori.

Sul punto, è bene rileggere il pensiero di Costantino Mortati, costituzionalista cattolico e costituente eletto con la Democrazia Cristiana, che non solo, fin dagli anni ‘40, ha spiegato che il regime totalitario fascista costituiva un perfezionamento (e non una negazione) di quello autoritario liberale e che la categoria di “totalitarismo” è propria del fascismo (e del nazismo) in quanto essi soli interpretano una tirannide scientificamente diretta a impedire, ad ogni costo, l’affermazione politica definitiva dei lavoratori, pur se la storia ha dimostrato il loro essere classe generale, dunque orientata al raggiungimento di obiettivi di liberazione dell’umanità che trascendono quelli suoi propri (l’intero ragionamento è compreso, esattamente in questi termini, nell’opera di Mortati, che si snoda per oltre quarant’anni).

In considerazione di quanto esposto, la risoluzione del PE, con la sua equiparazione tra non equiparabili al fine di assolvere ex post i veri mandanti del secondo conflitto mondiale, suona piuttosto come una dichiarazione di guerra, di guerra di classe, votata compattamente dalla destra alla sinistra del blocco dei partiti borghesi, nel momento in cui essi ritengono di avere dalla loro i rapporti di forza, così da poter procedere a formalizzare una costituzione materiale, che probabilmente già esisteva ma che si evitava di far emergere in modo così netto. È una damnatio memoriae nei confronti di chi è ancora vivo, dunque un augurio di morte, ovverosia una dichiarazione di guerra.

Se la UE vuole rifondarsi condividendo questa memoria, dobbiamo dirci che francamente questa UE è irriformabile. La soluzione più immediata sarebbe transitare tutti dal Piano B europeo al Piano B nazionale, lavorando per una una Lexit all’italiana, una ItaLexit. Ma, io credo, che di fronte a una simile dichiarazione, essa avrebbe il significato di una ritirata, se non di una capitolazione, mentre ritengo che essa indichi che è giunto il momento di combattere questa guerra, nel campo su cui è stata dichiarata, per sostituire al cadavere di questa Unione capitalistica, il corpo vivo di una nuova Unione europea dei lavoratori.

Mi richiamo alla nostra tradizione, che è anche quella all’origine della nascita del GUE: serve un’Europa democratica e socialista, dunque esattamente il contrario di ciò che è oggi la UE e, io credo, serve anche muovere guerra in modo chiaro.

È opportuno sensibilizzare il resto d’Europa, meno attenta a questo dibattito, affinché si giunga alla convocazione per il prossimo 9 maggio di una manifestazione in tutto il continente per rivendicare quel diverso tipo di Europa unita, democratica e socialista, che è all’origine del nostro impegno.

La data del 9 maggio non è casuale: essa è il giorno che segna la fine de facto della seconda guerra mondiale in Europa, poiché è il primo giorno dopo la sottoscrizione della resa tedesca, celebrato nell’Est come Giorno della Vittoria, ma che la UE, sempre nell’ottica di “rimozione forzata della storia”, ha dichiarato nel 1985 “Giornata dell’Europa”, poiché coincidente con la presentazione della Dichiarazione Schuman del 1950, che segnò l’inizio del processo d’integrazione europea. Una giornata in cui scendere tutti in piazza con bandiere unitarie: il cerchio di stelle gialle europeo, ma su fondo rosso, perché se il progetto di un’Europa unita e in pace è nata il 9 maggio 1945, la sua realizzazione sotto le forme della Unione Europea è morta lo scorso 19 settembre. E noi ora combattiamo per i vivi, non più solo per i morti.

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