Lunga vita a Non Una Di Meno!

di Nicoletta Pirotta* – Ho partecipato all’assemblea nazionale di “Non Una Di Meno” (NUDM) perché, a tre anni dalla comparsa del movimento e dopo la grande manifestazione transfemminista di Verona, m’interessava capire come si intendeva continuare il percorso collettivo.

L’assemblea si è tenuta a Torino, sabato 1 e domenica 2 giugno ed ha visto la presenza di oltre cinquecento persone, in larghissima parte giovani donne. Si è articolata, come di consueto, su lavori di gruppo e in plenaria. Questa volta si è scelto di discutere di tre questioni in particolare: la pratica dello sciopero femminista, i modi di comunicazione e di relazioni di NUDM, la dimensione transnazionale.

Non è mia intenzione, in questo articolo, fare un sunto puntuale della discussione (a questo proposito rimando al report che sarà redatto e pubblicato dalle organizzatrici sul sito di NUDM) mi preme, invece, sottolineare, brevemente, alcuni degli aspetti del dibattito che considero significativi .

È stata ripetuta l’importanza della pratica dello sciopero globale femminista perché essa consente di riattualizzare lo strumento dello sciopero, per riconnettere soggettività differenti fra loro superandone la frammentazione. Uno sciopero che è al contempo sociale, politico e vertenziale perché, assumendo l’intersezionalità come chiave di lettura della realtà e quindi riconoscendo le contraddizioni di genere, di classe e di origine, vuole denunciare il carattere sistemico della violenza maschile contro le donne, il celato ma poderoso intreccio fra il lavoro produttivo e quello riproduttivo (domestico e sociale) svolto in larghissima prevalenza dalle donne, la precarietà come dimensione non solo lavorativa ma di vita. La pratica dello sciopero globale femminista, così inteso, caratterizzerà anche l’8 marzo del prossimo anno, in forme e modi che saranno decisi collettivamente nei mesi a venire.

Si è confermato che “Non Una Di Meno” si considera un movimento femminista e transfemminista che lotta contro il sistema patriarcale e capitalista e contro ogni forma di sessismo, razzismo e fascismo. In un momento storico come quello che stiamo vivendo, che vede l’avanzata delle destre sessiste, xenofobe e razziste ed il consolidarsi delle politiche regressive volte a cancellare ciò che rimane dei diritti sociali e civili e dei sistemi di welfare pubblico, il movimento ha chiara l’importanza di essere in campo per contrastarne l’ampiezza e la portata. “Il Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere” (https://nonunadimeno.files.wordpress.com/2017/11/abbiamo_un_piano.pdf) consente di avere una proposta alternativa da cui partire e su cui costruire azione politica e lotta.

Un’azione e una lotta che vanno agite localmente e globalmente. Da qui l’esigenza di immaginare un percorso transnazionale per costruire relazioni con altre soggettività al di fuori dei confini nazionali. Un percorso ancora tutto da costruire sia sul piano del metodo che sulla necessità di definire il significato del termine “transnazionale” e le differenze fra la prospettiva “transnazionale” rispetto a quella “internazionale”.

L’assemblea femminista di Torino ha, altresì, fortemente rivendicato la propria “autonomia”. Su questo aspetto nutro non poche perplessità legate al significato che assume o si vuole far assumere al termine. Concordo pienamente se per autonomia s’intende riproporre la volontà di mantenere la propria radicalità e specificità contrastando qualsiasi tentativo di strumentalizzazione o manipolazione. Non concordo per nulla se, invece, la rivendicazione di autonomia è usata per negare ogni possibilità di rapporto ed ogni relazione politica con istanze sindacali o di partito giudicate come il “male” in sé. È del tutto evidente, in particolare a sinistra, l’inadeguatezza, per usare un eufemismo, di partiti e sindacati, ma questo non dovrebbe divenire un alibi per negarsi ogni possibilità di rapporto. La pratica dello sciopero globale presuppone, se si vuole diffondere e consolidare, una relazione, anche conflittuale, con quanti più soggetti sindacali possibili. Allo stesso modo se si vogliono concretizzare, anche sul piano normativo e legislativo, le proposte di lotta alla violenza ed alla precarietà di vita contenute nel “Il Piano femminista…”, che riguardano la violenza maschile sistemica nella società, il sistema penale iniquo verso le vittime di violenza, le narrazioni tossiche intorno ai femminicidi, il ruolo del lavoro riproduttivo, l’intreccio tra oppressione di genere e di razza, gli attacchi ai luoghi di aggregazione e auto-organizzazione femminile, si ha bisogno di sponde istituzionali (Consigli comunali e regionali, Parlamenti, …) e quindi anche di partiti politici. La forza che il movimento femminista di NUDM ha dimostrato e sta dimostrando consente, a mio avviso, di costruire, da protagonista, rapporti e relazioni con altre soggettività con le quali sia possibile dare vita ad azioni e lotte comuni. Su questi aspetti mi auguro che, all’interno del movimento, il confronto possa continuare in modo proficuo così come è stato sinora.

L’assemblea torinese dunque ha confermato l’energia, la vivacità e la determinazione del movimento femminista di NUDM che, in forma collettiva, cerca di fare da argine alla risacca reazionaria e conservatrice che in tutto il mondo mette in discussione le conquiste ottenute dalle donne e non solo. Un movimento che vuol essere uno “ scoglio contro cui far infrangere le correnti regressive che rischiano di straripare sulla società”. Auguriamoci che la sua vita sia lunga!

* IFE Italia.

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