Non è più tanto divertente

Di Walter Baier – L’obiettivo dei partiti neofascisti è di ottenere il potere governativo per conquistare lo stato, ristrutturarlo e governare in modo autoritario. Ecco perché la partecipazione di questi partiti ai governi non è solo un episodio spiacevole che rimarrà fine a se stesso.

Il neofascismo della FPÖ (Freiheitliche Partei Österreichs) e di partiti simili diventa evidente nei loro tentativo di operare per non poter più essere rimossi dal potere. Lavorano per ottenere il controllo dei media, della polizia, dei servizi segreti e dei sistemi giudiziari. Limitano la libertà di stampa, con il pretesto di proteggere le persone ben educate e rispettabili contro i loro nemici: rifugiati, islam, Soros, rom, terrorismo, “correttezza politica”, studi di genere e chissà cos’altro.

Ciò che caratterizza il neo-fascismo è il suo genuino disprezzo della democrazia e lo stato costituzionale.

Si potrebbe obiettare che il termine fascismo evoca associazioni storiche molto forti e ci si chiede anche se abbia davvero senso insistere ancora sul legame di continuità, ad es. dell’FPÖ al nazionalsocialismo.

Ma nonostante il fatto che l’FPÖ faccia attenzione a non dare l’idea di essere legati a quel passato, di recente quando, in una grande cerimonia, hanno deposto una corona sulla tomba di un criminale di guerra del Nazional Socialismo, tra i tanti, nell’anniversario della “Notte dei Cristalli” , viene da pensare che si debba considerare il fascismo storico non solo con ciò che conosciamo da quelli venuti dopo. È anche interessante riscoprire cosa vedessero i teorici contemporanei, come Rosenberger, Bauer, Benjamin, Adorno, Trotsky  ecc.  quando descrivevano l’ascesa del fascismo. E ciò che leggiamo nelle loro opere assomiglia, in modo terrificante, a ciò che la scienza politica tradizionale ha finito per chiamare, in modo ridicolo, il “populismo di destra”.

In sostanza, i teorici classici concordarono su un altro punto importante – come anche Hannah Arendt e Karl Polanyi -, cioè che il fascismo era la risposta di una parte particolare della classe borghese alla crisi della democrazia liberale.

Ciò ha conseguenze sulla nostra strategia politica: la nostra lotta contro il neo-fascismo, che in Austria è contro l’FPÖ e le Confraternite Studentesche Tedesche – che, a loro volta, rappresentano una parte delle élite economiche e politiche – è una lotta non contro, ma per lo Stato, in Austria, una lotta per il contenuto antifascista della costituzione.

Questo è il motivo per cui abbiamo la possibilità di costruire la più ampia alleanza – con settori delle chiese, con intellettuali e ONG, che superino di gran lunga la sinistra tradizionale, sindacale e socialista. Questa è stata la maggioranza che nel 2017 ha votato per Alexander van der Bellen come presidente della repubblica, contro Norbert Hofer.

L’antifascismo sostenuto dai liberali tende a disprezzare la frustrazione sociale, che trova uno sbocco nei voti per i partiti neofascisti. Questo non è solo sbagliato, ma è anche pericoloso. Ma sarebbe ugualmente sbagliato impostare la necessaria difesa dello stato sociale contro l’altrettanto necessaria difesa dei diritti umani universali, della solidarietà con i rifugiati e del femminismo, perché questi presumibilmente rigarderebbero solo le classi medie urbane illuminate.

Negli anni della crisi, i partiti della sinistra radicale hanno acquisito il profilo di principali antagonisti dell’austerità neoliberista. Il culmine di questa lotta politica fu raggiunto quando Alexis Tsipras formò un governo, unendo così la sinistra europea anche se più nelle aspettative ce nelle azioni concrete.

Il risultato del conflitto è quello che doveva essere a causa dei rapporti di forza dati. Ciò che mi sorprende di più è lo stupore. Sì, l’Unione composta da stati capitalisti con governi orientati al neoliberismo è un’unione capitalista con un orientamento neoliberista.

Sì, sia con il trattato di Lisbona che con il patto di stabilità e crescita, l’UE si è costretta a indossare una camicia di forza monetaria che serve a contrastare gli stati sociali. Ma, per favore, non dimentichiamo che questo è stato anche il motivo per cui praticamente tutte i partiti della sinistra radicale hanno respinto il Trattato costituzionale dell’UE nel 2005.

Attualmente il nostro ago della bussola sembra tremare in modo piuttosto incontrollato. Qualcosa è sbagliato. Brexit, Orbàn, il conflitto sul bilancio del governo italiano con la Commissione – mostrano tutti che la sinistra deve confrontarsi con la destra nazionalista anche nel campo delle critiche all’UE.

Il programma delle destra nazionalista è conciso.

Nella Charta della frazione ‘Europe of Nations and Freedom’ sono elencati quattro punti:

  • Sovranità degli Stati
  • Resistenza contro ogni tipo di trasferimento della sovranità nazionale alle istituzioni europee
  • Conservazione delle identità delle nazioni
  • Diritto di controllare l’immigrazione

Questo significa dover scegliere di stare dietro Macron o Le Pen, come se fosse il nine men’s morris?

È vero che dobbiamo difendere l’idea di un’integrazione europea pacifica contro il nazionalismo. Ma possiamo riuscirci solo se non permettiamo che sorgano dubbi sulla nostra opposizione alla logica corrente dell’integrazione e se chiariamo che rappresentiamo un’alternativa sociale, ecologica, femminista e, soprattutto, democratica.

La questione centrale qui è la democrazia, perché l’integrazione senza democrazia dà origine al nazionalismo.

Nell’UE, la democrazia richiede sia il rispetto della sovranità da un lato che il rafforzamento del parlamentarismo dall’altro. Il Parlamento europeo deve diventare un parlamento a pieno titolo, che decida tutte le questioni di competenza europea. Un parlamento che condivide il suo potere con nessun altro tranne i parlamenti nazionali. In esso i partiti devono presentare al pubblico i loro rispettivi programmi differenti e competere per le responsabilità del governo. Il parlamento deve essere dotato delle competenze proprie del legislatore, dei bilanci elettorali, della politica fiscale di indirizzo e della nomina di un organo esecutivo.

Quello che non riesco a capire è che noi, tutte le persone le cui bisnonne e bisnonni politici hanno ottenuto il suffragio universale e allo stesso modo in ciascuna delle nostre nazioni, dovremmo essere contenti in una Europa con un sistema in cui l’esecutivo non è subordinato al Parlamento, ma spartisca il suo potere con questo.

Se proposto un tale dibattito, viene sollevata l’obiezione che questa è esattamente la polemica con quelli, tra di noi, che vogliono meno e non più Europa e che quindi vogliono anche meno e non più democrazia. Ma a parte il fatto che ogni Stato può decidere da solo in che modo vuole prendere parte all’integrazione, l’argomento è sbagliato strategicamente, perché si può ribattere a proposito di richiesta di democrazia che la sinistra resisterà a qualsiasi ulteriore espansione delle competenze dell’UE fino a quando tale espansione non si realizza sotto condizioni democratiche. Ciò, ad esempio, aggiungerebbe un importante aspetto politico all’opposizione alla militarizzazione dell’Unione europea, dopo tutto un punto di unità a sinistra.

Perché quelli che, nella loro strategia, danno in primo luogo priorità ad un orientamento nazionale vedono come oppositori ideologici coloro che lottano per una democratizzazione dell’Unione europea, invece di considerarli come partner politici e viceversa?

Il ritmo con cui si sta muovendo la crisi dell’integrazione europea ha preso piede anche nella Sinistra. Ecco perché penso che abbiamo bisogno di un dibattito coraggioso e profondo. Transform! Europe con le sue 35 organizzazioni membre offre la cornice per mappare tutte le sensibilità della sinistra radicale e sarebbe quindi uno spazio adatto per iniziare una tale discussione.

 

 

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