Notizie dal fronte del Rojava

di Tommaso Chiti – Circa un mese fa la Turchia ha avviato l’invasione militare del nord-est della Siria nota come Rojava, colpendo soprattutto l’area fra Serekaniye (Ras al Ain) e Tell Abiad, provocando in poche ore la fuga di migliaia di sfollati verso est. 

Sebbene di recente sia calato il silenzio mediatico per coprire la vergognosa impotenza delle istituzioni dell’Unione Europea e dei governi dei paesi membri – costantemente ricattati da un regime autoritario e liberticida come quello instaurato da Erdogan – interessati più agli affari che ai diritti umani; in Rojava si combatte ancora fra le forze di autodifesa popolari (Ypg/Ypj) e le milizie jihadiste dell’esercito siriano al soldo della Turchia.

Nel pieno del teatro di guerra, nella provincia di Qamishlo già da alcuni mesi era attiva presso l’ospedale una missione sanitaria della Mezzaluna Rossa Kurda, dove operava anche una giovane dottoressa italiana, che ha trasmesso un reportage già dalle prime azioni di conflitto e dell’invasione di Ankara.

Cecilia, studentessa di medicina all’università di Firenze, già osservatrice internazionale alle ultime elezioni politiche in Turchia per il controllo popolare della regolarità – poi disattesa per il massiccio dispiegamento militare e il dirottamento di contingenti militari al voto in collegi ritenuti sensibili dal governo Erdogan, perché abitati in prevalenza dai curdi- è stata l’unica italiana presente sul campo al momento dello scoppio del conflitto.

Attualmente dei sei ospedali presenti nella provincia di Qamishlo, compreso il centro di MSF a Tel Abiad, soltanto quelli a Tel Tamer, Ein Issa e Hasakeh sono rimasti operativi, specialmente dopo i bombardamenti aerei del 15 ottobre scorso, che hanno provocato anche per queste strutture notevoli ripercussioni in termini di scarsità di acqua depurata. 

A rendere impraticabile lo scenario per le ONG sanitarie non solo i bombardamenti, ma l’avanzata delle milizie jihadiste al fianco dell’esercito regolare turco, con conseguenti rastrellamenti e la requisizione di edifici per lo stanziamento delle truppe, fino a quel punto destinati però a scopi sanitari. Ankara non accetta la presenza di organizzazioni umanitarie nemmeno come presidi sanitari per le popolazioni colpite, violando ancora una volta norme di diritto internazionale come le Convenzioni di Ginevra, come nel caso degli attacchi alle ambulanze di ‘Un Ponte Per’ poche settimane fa; o nell’uccisione di un medico tailandese dei Free Burma Rangers appena pochi giorni fa.

Come si legge nel rapporto di Heyva Sor a Kurd, trasmesso da Cecilia, solo nella prima settimana di conflitto sono stati curati 320 feriti, 62 vittime e circa 143 casi simili constatati dalle appena 9 ambulanze operative. Nel mirino degli aggressori turchi e jihadisti anche le carovane di profughi, che nei primi giorni hanno lasciato sul terreno oltre 150 vittime civili.

Non è l’unico risvolto criminale di un’aggressione militare spiegabile soltanto dall’atteggiamento imperialista e dagli interessi di spartizione del territorio siriano da parte delle forze NATO. Ancor più drammatica è stata la constatazione dell’uso di armi chimiche proibite dalle convenzioni internazionali, come le bombe a grappolo, al fosforo bianco o addirittura al napalm, che hanno provocato in numerose vittime civili gravi ustioni ed effetti indelebili delle ferite.

Come è iniziata la tua esprienza in Rojava?
«Sono entrata in contatto con l’associazione Heyva Sor a Kurd (Mezza Luna Rossa Curda), ed ho preparato la partenza come assistente medica volontaria. Ho lavorato nel campo profughi di Al Hol sia come medico che come supporto nella parte logistica. Avevo come base la città di Qamishlo, ma viaggiavo di continuo nelle altre città siriane. Stavamo per comprare un macchinario per l’unità neonatale quando ci è arrivata la notizia dei bombardamenti turchi».

Come ti senti in questa fase di ‘tregua armata’, dopo il tuo impegno a fianco delle popolazioni del Rojava e l’ordine di smobilitazione dal territorio, con il rischio di pesanti ricadute su quanto provato a ricostruire dopo la liberazione dallo stato islamico (daesh)?

«Difficile definire un sentimento unico, sicuramente sono arrabbiata, dopo aver partecipato e visto con i miei occhi la ricostruzione fisica ed emotiva di un territorio ed un popolo stremato dalla guerra contro l’ISIS, che stava in questi mesi finalmente godendo di un momento di pace, non si può che essere amareggiati e sgomenti per l’attacco efferato che Erdogan sta portando avanti dal 9 ottobre. Poi c’è una grande disillusione e sdegno di fronte al comportamento delle super potenze e della comunità internazionale, che stanno permettendo che venga distrutto il modello rivoluzionario e democratico costruito e difeso col sangue di decine di migliaia di giovani donne e uomini coraggiosi. Ancora, e di più, c’è la paura per l’incolumità di amici, e per il futuro incerto di un popolo intero. »

Ti trovavi già sul posto al momento dell’invasione della Turchia; come ti ha colto questo improvviso deterioramento della situazione? Le strutture dove operavi erano preparate ad un simile scenario?

«L’invasione da parte della Turchia è sempre stata nell’aria, propagandata da tempo dalle numerosissime dichiarazioni del presidente turco Erdogan negli ultimi mesi. Ma il suo reale inizio è stato sicuramente inaspettato; non erano ancora stati messi in atto piani di evacuazione di civili o preparazione di stock di emergenza nelle strutture sanitarie. Anzi, pochi mesi prima con Heyva Sor avevamo inaugurato una clinica proprio nella città di Sere Kaniye, dove sono iniziati i bombardamenti – città attualmente sotto controllo di bande jihadiste filo Ankara. In più la situazione dei campi profughi era già critica prima dell’inizio della guerra e solo in questi ultimi mesi di pace l’amministrazione autonoma, Heyva Sor e le ONG internazionali stavano riuscendo ad implementarne i servizi per migliorare le condizioni delle popolazioni assistite. Insomma, in un clima di ricostruzione questa guerra e arrivata sulle nostre teste improvvisa ed ha colpito fin da subito con forza i civili, costringendo ad un’organizzazione emergenziale del sistema, depotenziando l’assistenza nei campi e nelle strutture più interne, il tutto reso ancora più difficile dalla rapida evacuazione delle ONG internazionali.»

Oltre alle iniziative particolari delle ONG e l’autorganizzazione dell’apparato confederale democratico (FDS), ci sono progetti umanitari e sanitari di istituzioni internazionali (es. ONU) attivi nell’area?

«Continuano ad esserci progetti attivi all’interno dell’area ma la maggior parte di essi è stata congelata o notevolmente ridotta per la difficoltà degli spostamenti, in particolar modo l’impossibilità di raggiungere le aree più ad ovest, di città come Menbij e Kobane. Attualmente l’attenzione è sulle aree a sud est di Tell Tamir dove vengono costruiti i nuovi campi profughi, due fin’ ora, e ampliati quelli già esistenti. Ma l’aiuto è poco, rallentato da apparati burocratici e l’instabilità della situazione rende quasi impossibile la pianificazione sul medio periodo.»

Quali sono le immediate necessità per garantire l’operatività del sistema sanitario e le richieste più impellenti da parte della Mezzaluna Rossa Curda?

«In questo momento ci sono carenze di medici specialisti e carenza di spazi attrezzati. Le ambulanze sono state bombardate più volte così come un punto di stabilizzazione del trauma. C’è carenza di acqua e provviste di cibo, così come di alcuni farmaci. Ma ancora di più, è necessario creare le condizioni per rendere possibile l’intervento sanitario quindi fermare l’attacco e ordinare il ritiro delle truppe turche, garantire il rispetto della convenzione di Ginevra e le condizioni che facciano rientrare le ONG internazionali nel territorio.»

Da più parti si ribadisce che il voltafaccia dell’amministrazione Trump non era una sorpresa, senz’altro però l’invasione da parte del secondo esercito della NATO non lascia presagire grandi speranze per il progetto di autonomia delle popolazioni nell’ambito del confederalismo democratico. Quali sviluppi prevedi nel breve periodo e su cosa dovrebbe impegnarsi di più la solidarietà internazionale a fianco del Rojava, specialmente quella europea?

«Attualmente è molto difficile fare previsioni rispetto al futuro delle terre confederali. Sicuramente tutti gli sforzi ora devono andare verso l’immediata e reale fine di questa guerra, il ritiro delle truppe turche ed un accordo con Assad verso il riconoscimento dell’autonomia della regione, preservando intatte le strutture rivoluzionarie. È fondamentale riconoscere il tiranno Erdogan come un criminale di guerra e puntare alla sua destituzione, interrompendo ogni relazione economica e politica con la Turchia. Dai paesi europei ci si aspetterebbe l’interesse nella difesa di un modello democratico, che fra le altre cose ha portato al fiorire di università ed ambiti di ricerca in campo ecologico e sociale in tutta l’area, quindi è nostro compito diffondere ancora di più il modello, sviluppare scambi e supporto materiale, pretendendo che le istituzioni europee si muovano nella stessa direzione.»

FONTI:

Intervista diretta originale.

16 novembre Sud-Lab a Lamezia Terme
9 novembre a Roma verso il Forum Sociale Delle Economie Trasformative

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