Panama Papers: cinema e zone oscure del mondo globalizzato

.di Andrea Amato –

“Alcune persone sono morte per questa vicenda, come la giornalista maltese Daphne Caruana Galizia, altre sono morte per fare conoscere la verità. Per questo il film è divertente, ma è anche molto importante”. Così Meryl Streep, il 1° settembre di quest’anno alla Mostra del Cinema di Venezia, per la presentazione di The Laundromat, dava immediatamente la cifra del film di Steven Soderbergh, che la vede protagonista.

Il film, prodotto da Netflix e sbarcato in Italia in ottobre con il titolo Panama Papers, è tratto dal libro del giornalista Jake Bernstein (Premio Pulitzer), il cui lunghissimo titolo, quasi un sommario, ci dice immediatamente di cosa si tratti: Secrecy World: Inside the Panama Papers Investigation of Illicit Money Networks and the Global Elite (Il mondo della segretezza: dentro l’indagine Panama Papers sulle reti di denaro illecito e le elite globali).

Cosa sono i Panama Papers?

Panama Papers è il nome di una delle più importanti fughe di notizie, leaks, che, insieme alle rivelazioni di WikiLeaks e di Edward Snowden (Datagate) ha, in questo scorcio di secolo, gettato un fascio di luce sulle zone più oscure dell’economia, della politica, della sicurezza e dei diritti dei cittadini, nell’era della globalità. La storia dei Panama Papers inizia nel 2015, quando due giornalisti della Süddeutschen Zeitung di Monaco cominciano a ricevere da una fonte anonima (il famoso John Doe) una enorme mole di documenti riservati provenienti dai server dello studio legale Mossack Fonseca, basato a Panama, che fornisce “servizi finanziari” a clienti di tutto il mondo, occupandosi principalmente di costituire e gestire società offshore nei molteplici paradisi fiscali, disseminati nel pianeta.

I due giornalisti chiedono aiuto all’ICIJ (International Consortium of Invesigative Journalists), un’organizzazione non-profit, che, attraverso una rete di circa 400 giornalisti di un centinaio di testate in 80 paesi, per un anno hanno analizzato 11,5 milioni di file (e-mail, documenti legali, conti bancari, fotocopie di passaporti, ecc.), li hanno classificati, ricostruendo la storia di 214.000 società offshore, costituite in 21 paradisi fiscali (dal Nevada a Honk Kong, dalle Isole Vergini Britanniche a Cipro), risalendo ai loro conti bancari ed ai veri titolari delle società.

Quando il 3 aprile 2016 i risultati cominciano a essere pubblicati (contemporaneamente negli 80 paesi in cui lavorano i team di ICIJ) è una bomba mediatica mondiale, soprattutto perché tra i titolari delle società offshore compaiono nomi eccellenti di governanti ( e loro parenti e amici), politici, uomini d’affari e imprenditori.

Il focus del film

Contrariamente a quanto hanno fatto i media dopo queste rivelazioni, il film non si sofferma sulla sensazionalità dello scandalo che ha coinvolto insospettabili VIP, ma si propone di disvelare lo scandalo più importante: quello di un sistema di cui tutti conoscevano, più o meno, l’esistenza, ma i cui deleteri meccanismi erano noti solo a pochi. Per questo il film prende in considerazione solo alcuni capitoli del libro di Bernstein ed è per questo che il suo titolo originale non riprende quello del libro, ma diventa The Laundromat (La lavanderia automatica), con chiaro riferimento all’apparato di riciclaggio di denaro sporco, per il quale in inglese si usa un’espressione più colorita, money laundering, così come in francese, blanchiment d’argent, espressioni che evocano il lavaggio o lo sbianchimento della biancheria sporca. Ma forse il titolo italiano è più convincente, perché non si concentra solo su uno degli angoli più putridi dell’economia mondiale, ma evoca la coraggiosa determinazione di chi ne ha voluto informare l’opinione pubblica.

Un approccio pedagogico e una didattica inusuale Il cinema, in questi ultimi lustri, ci ha abituato a opere che hanno chiare finalità pedagogiche.

Soprattutto il cinema americano, indipendente o no che sia. Infatti, mentre in molti si chiedono quale sia il cinema indipendente americano o, addirittura, se esso esista ancora, in questo caso la garanzia è proprio Steven Soderbergh, autore nel 1989 di quella pietra miliare del cinema indipendente che fu Sesso, bugie e videotape.

Rispetto a illustri precedenti, la novità è che l’intento pedagogico si serve di mezzi espressivi originali, non solo rispetto agli eccelsi documentari di Michael Moore, ma anche a film come Snowden di Oliver Stone, del 2016 (dove la drammatizzazione di eventi reali trova nel montaggio lo strumento principe), o La grande scommessa di Adam McKay, del 2015. In entrambi i casi, si arriva al disvelamento dei meccanismi perversi delle Agenzie di sicurezza o delle degenerazioni della finanza globale, attraverso il racconto dei tragitti di vita dei protagonisti reali di quelle vicende, dalle prime scoperte fino all’esplosione finale. Oppure, per restare in tema di leaks, rispetto a Risk (2016), il secondo documentario, dopo Citizenfour (2014), di Laura Poitras su Julian Assange. Una sorta d’inquietante diario intimo in presa diretta, lungo un arco temporale di sei anni, dei momenti principali della vicenda Wikileaks –
ai quali la stessa regista ha partecipato – soffermandosi impietosamente sugli aspetti più controversi della personalità del suo fondatore. In Panama Papers, Soderbergh ha usato una didattica fatta di una pluralità di linguaggi cinematografici, che si avvicendano continuamente e una insolita struttura narrativa. Il film si apre con una scanzonata lezione di economia monetaria – che potrebbe essere presa da un programma televisivo di divulgazione scientifica per ragazzi – in cui la scena iniziale dello
“scambio” all’inizio della storia dell’umanità sembra fare il verso all’incipit di 2001, Odissea nello spazio. Dopodiché, si alternano family drama, commedia dell’arte, commedia sociale, commedia americana classica con un lieve sconfinamento nel musical, commedia noir, thrilling, per concludersi con il grottesco.

Il secondo elemento costituisce la tela di fondo di tutto il film ed è la vicenda di Ellen Martin, una anziana vedova, magistralmente interpretata da Meryl Streep, che rimasta vittima di una truffa assicurativa, riesce, con l’ingenuità e la risolutezza proprie degli innocenti, a districarsi tra riassicurazioni fraudolente, oscuri strumenti finanziari, società “gusci vuoti”, paradisi fiscali, fino a risalire, a Panama City, al potente studio legale Mossack Fonseca. E’ proprio la storia di questa “eroina” la chiave interpretativa di tutto il film: i Panama Papers non ci debbono interessare per lo scalpore dello scandalo dei potenti coinvolti, che ha fatto tremare (per poco) le borse di tutto il mondo, ma perché le vittime di questa finanza disonesta sono i cittadini onesti, non solo quelli colpiti direttamente come Ellen Martin, ma tutti noi, perché il marcio dell’evasione e dell’elusione fiscali, la finanza deviata, la corruzione della professione
legale e delle banche (a cui nel film si fa specifico riferimento), minano alla base la democrazia e la convivenza civile.

La struttura narrativa si basa su tre elementi. Il primo è il ruolo di narratori svolto dai due personaggi incriminati, gli avvocati Jürgen Mossack e Ramón Fonseca, titolari dello studio panamense al centro della vicenda, interpretati rispettivamente da Gary Oldman e Antonio Banderas. Due Virgilio che accompagnano gli spettatori nell’inferno della finanza occulta, e che, dialogando direttamente con loro, non si limitano a raccontare in modo ironico la loro vicenda, ovviamente dal loro punto di vista, ma si impegnano a spiegare, con tutta la spregiudicatezza che gli si addice, i retroscena della loro attività. E lo fanno con vari siparietti, a tratti esilaranti, che inframezzano la narrazione dei cinque capitoli del film, che, non a caso, sono chiamati cinque segreti.

Il terzo elemento è rappresentato da alcune brevi “storielle” dal sapore aneddotico, che il regista introduce a scopo esemplificativo e che ci raccontano che il denaro sporco “lavato” dalle società offshore nei paradisi fiscali non viene solo dall’evasione e dall’elusione fiscali da parte di facoltosi cittadini fiscalmente infedeli, ma dalle attività criminali e dalla corruzione politica. E ci raccontano anche che le truffe e le transazioni fraudolente sono la moneta corrente in questo pianeta occulto. Tutto questo portandoci a spasso per il mondo, rilevando il carattere globale di questa metastasi: dalla mafia russa, ai business men africani che drenano risorse da un continente sventurato, ai notabili politici cinesi.

Due interrogativi finali

L’intento pedagogico del film raggiunge il risultato di far capire fino in fondo agli spettatori i meccanismi del riciclaggio del denaro sporco, delle società offshore e dei paradisi fiscali? Certamente no. Lo spettatore che non ha competenze specifiche nella materia, rischia di perdersi fra holding, riassicurazioni, gusci vuoti, scatole cinesi, titoli al portatore, fondi fiduciari senza nome, capitali sociali spostati su società fantasma. Ciò che sicuramente il film provoca in uno spettatore non distratto è l’inquietudine di aver scoperto una grave malattia e, nel migliore dei casi, la voglia di capirne di più, e, perché no, cercare di combatterla.

Infine, Panama Papers è un bel film? Poiché non siamo su Cahiers du cinéma, non è importante il puro giudizio estetico. Certamente si tratta di un film “utile”, molto godibile, che vale la pena vedere 1 .

1 Il film è reperibile su Netflix, mentre nelle sale italiane è stato proiettato in ottobre per due soli giorni, nonostante il grande successo riscosso alla Mostra del Cinema di Venezia. E questo la dice lunga sui meccanismi che governano la distribuzione cinematografica nel nostro paese.

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E’ ora di passare dalle “piccole tattiche” alla “grande strategia”?
Il muro del colonialismo non è ancora caduto

2 Commenti. Nuovo commento

  • Dopo aver letto il pezzo di Andrea Amato ritieni indispensabile vedere questa pellicola, di più ; la recensione ti induce a proiettarlo in incontri pubblici , così che questo mondo economico, che passa sopra le nostre teste, possa essere svelato.
    Ottimo espediente pedagogico ,bravissimo Andrea Amato a dare risalto a questo film.

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  • Dopo aver letto il pezzo di Andrea Amato ritieni indispensabile vedere questa pellicola, di più…
    La recensione ha il merito di indurti a divulgarne la visione, in incontri pubblici, così che questi meccanismi, economici che passano sopra le nostre teste, ma toccano le nostre tasche,possano essere svelati. Ottimo espediente pedagogico, per informare,bravissimo Andrea Amato ad accendere i riflettori dell’attenzione su questi temi, su questo film.

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