Per un nuovo Mediterraneo

di Mario Boffo* –  Le crisi che imperversano nella regione mediterranea a partire dai tempi delle cosiddette “primavere arabe” sono all’ordine del giorno delle cronache, delle analisi geopolitiche, degli studi degli istituti di ricerca. Carenza di stabilità e rischi di sicurezza, da un lato, e potenzialità di crescita economica e commerciale, di investimenti e di sviluppo sociale, dall’altro, formano le due polarità di una specie di “mantra” sul quale si articolano studi, ricerche e commenti giornalistici. Le cause e le prospettive aperte dalle crisi in atto vengono investigate con molto dettaglio, ma non sempre, anzi quasi mai, si scende nel profondo. Ci si limita infatti a biasimare il (peraltro effettivamente biasimabile) intervento francese in Libia, a preoccuparsi per le iniziative di Turchia e paesi del Golfo su scenari nei quali non erano in precedenza presenti, a rassegnarsi al disinteresse americano, e così via. Tutte cose senza dubbio vere.

Si può tuttavia provare a riflettere un po’ più in profondità, nel contesto del rapporto che lega i paesi del Nord Africa e del Medio Oriente all’Europa, elemento che al di là di ogni retorica costituisce un effettivo fattore geopolitico in grado di influenzare i destini dei popoli meridionali e di quelli settentrionali del “mare che ci unisce”. Il rapporto fra le due sponde, del resto, si presta anche come codice di interpretazione dell’evoluzione dell’Europa e di quella dei paesi arabi a partire dal secondo dopoguerra. Se questo fattore è importante per Europa e Nord Africa, esso è addirittura cruciale per l’Italia, che dovrà decidere se interpretare il ruolo di vittima sacrificale, e a volte ribelle, di eventi che la sovrastano, oppure investirsi come attore e catalizzatore delle energie positive che comunque emergono dalla storia, dall’antropologia e dalla geografia dell’area. Tale approfondimento non può prescindere da una visione di sinistra, nella quale le obiettive esigenze geostrategiche si sposino con considerazioni di equità sociale e internazionale e di relazioni basate non tanto sul classico “rapporto di forza” ma su quello che avrebbe potuto essere, e che a parere dello scrivente dovrà essere in futuro, un rapporto di vera collaborazione fra pari che metta a fattor comune risorse, economia, società.

Bisogna quindi cominciare a porsi domande più cogenti, e far sì che il tema non resti confinato nelle analisi tecniche delle cancellerie diplomatiche e degli istituti strategici competenti, cui i temi mediterranei sono stati finora affidati in maniera quasi esclusiva. I riflessi di ciò che accade nella regione, infatti, condizioneranno sempre di più la vita dei paesi europei rivieraschi, e soprattutto quella del nostro paese. Si tratterà dell’impatto politico e sociale delle migrazioni, della sostenibilità delle risorse idriche e marittime, dello sviluppo economico presso le due sponde, delle sfide per la sicurezza, della circolazione dell’energia e delle merci, dell’agibilità dei trasporti terrestri e marittimi, della stabilità o meno entro cui si svolgerà la vita dell’area. Questi temi dovrebbero essere per questo gestiti e affrontati al pari dei temi domestici dei vari paesi, nonché come vero e proprio pilastro dell’Europa che sogniamo.

Il rapporto di interazione che l’Unione Europea e i suoi membri hanno stabilito con i paesi del Mediterraneo e Medio Oriente, aperto e collaborativo nelle parole e nelle dichiarazioni, ha in effetti risentito di un’ipocrisia di fondo: allo sviluppo e alla crescita di  iniziative di cooperazione, sempre presentate come evoluzioni rilevantissime del rapporto fra Nord e Sud del nostro mare, non ha fatto riscontro la trattazione dei veri nodi, la cui risoluzione avrebbe permesso una relazione aperta e reciprocamente profittevole. Sul piano dell’”azione apparente”, ricordiamo che l’Unione Europea ha espresso, e tuttora mantiene, politiche di vicinato con i paesi della sponda sud, i quali non sono che semplici destinatari di decisioni cui non prendono parte; che ha poi elaborato il Processo di Barcellona (o Partenariato Euro-mediterraneo), inteso a favorire lo sviluppo economico e culturale e a favorire la stabilità, il quale ha segnato il passo per il persistere del conflitto palestinese e per essere sostanzialmente anch’esso euro-diretto; che ha poi fondato, su iniziativa francese, l’Unione per il Mediterraneo, intesa a promuovere un dibattito comune, che in realtà non è mai partito se non nelle forme, e a innescare progetti entro i quali l’Unione Europea (che è la sola a possedere le risorse economiche necessarie) si guarda bene dal finanziare iniziative che sarebbero poi sottoposte a decisioni collettive.

Il sostanziale fallimento di questi peraltro onerosi esercizi internazionali, ha portato alla creazione di ulteriori fori, il più importante dei quali è il “5+5”, inteso a mettere a confronto i paesi del Maghreb (Algeria, Libia, Marocco, Mauritania, Tunisia) con cinque paesi dell’Europa occidentale (Francia, Italia, Malta, Portogallo, Spagna), al fine di tentare una cooperazione non influenzata dai rapporti israelo-palestinesi. Purtroppo nessuno di questi processi, nella loro evoluzione, è stato in grado di avviare fiducia, fluidità di mercati, stabilità sociale. Né di prevenire evoluzioni integraliste o conflittuali nell’area, e nemmeno di contenere l’accesso geostrategico nel Mediterraneo di potenze politiche, economiche e militari un tempo estranee alla regione. Ben al contrario, invece, la cooperazione priva di vera sostanza in grado di incidere sul benessere dei popoli della sponda sud, e per giunta l’attitudine a collaborare con regimi autoritari o dittatoriali che quei popoli opprimevano, ha aumentato la sfiducia e il risentimento verso l’Europa.

L’avvento, a seguito delle “primavere arabe”, di forze politiche integraliste, o comunque diverse da quelle che i paesi europei vorrebbero vicino, la chiamata, più o meno spontanea, di altre potenze, come Russia, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Iran, Cina, che con diversa intensità e in modo più o meno scoperto hanno sviluppato politiche mediterranee che prima non contemplavano, la crescente pressione migratoria, che rischia ancora una volta di oscurare quelli che dovrebbero essere i veri temi della collaborazione fra Europa e sponda sud del Mediterraneo, sono come elementi che avrebbero potuto essere evitati o prevenuti da una politica europea più saggia e più equa, e attraverso i quali si sostanzia invece un malessere verso i nostri paesi di popoli che proprio a noi guardavano come partner necessario ed essenziale di sviluppo e progresso.

E allora, una proposta da sinistra che provi a innescare l’avvio di un risanamento, di una stabilizzazione e di un comune progresso nei rapporti euro-mediterranei, non potrà tralasciare di affrontare nodi continentali (intendendosi con questo termine il “continente Mediterraneo”) che nel mondo globalizzato acquisiscono valenza ancora maggiore dei meriti propri che comunque possiedono: integrazione dei mercati, o di loro settori, azioni di partenariato industriale, iniziative di investimento, circolazione e trasporto di energia, creazione di reti logistiche marittime, terrestri e portuali, flussi controllati di beni, capitali e persone.

L’Europa, e i paesi europei, hanno finora svolto sui temi economici e sociali politiche di apparente, o comunque scarsa apertura, e di sostanziale protezionismo. Le politiche a difesa di prodotti europei, soprattutto agricoli, dalla concorrenza dei paesi della sponda sud, che hanno avuto certo ragioni proprie ma che hanno contribuito a far crescere la diffidenza, per esempio, dovranno essere ancor più radicalmente rimosse, preparando il terreno per collaborazioni, partenariati e iniziative condivise rivolte all’immenso mercato comune euro-mediterraneo e ai mercati esterni. L’associazione paritaria dei paesi della sponda sud ai grandi progetti industriali, energetici e infrastrutturali europei, non farà che accrescere il benessere e il progresso sociale dei popoli del sud, abbattendo i fattori che creano instabilità. Innescare politiche di libera circolazione delle persone, pur in un regime di equa e trasparente gestione dei flussi, limiterà la pressione incontrollata che spinge a politiche di mero arresto e respingimento, talvolta poco rispettose dei diritti e della dignità delle persone. Naturalmente tutto questo non può partire in pochi giorni, non può essere affrontato da un solo paese, né è disgiunto dall’identità europea come sarà possibile farla crescere. Ma mi sembra necessario che almeno si comincino a porre i veri problemi, nel segno di un’economia sostenibile e circolare, all’insegna di relazioni economiche meno “ottocentesche” e in un concetto olistico di sviluppo economico e sociale (non solo PIL…), a meno di non voler lasciare alla Cina anche il Mediterraneo, dopo averle lasciato quasi del tutto l’Africa.

Un tempo l’Europa trovava la propria identità anche, e forse soprattutto, nella “missione civilizzatrice” che condusse al colonialismo e che ha lasciato ancor oggi tracce di autoreferenzialità. Oggi e domani l’Europa potrà proporsi un’altra missione (e dovrà farlo, se non vorrà ridursi a mera “espressione geografica”): quella di essere un riferimento verso cui attrarre i paesi rivieraschi vicini, con apertura e trasparenza, e senza spocchie protezionistiche o egoistiche. Recuperando, piuttosto, in chiave attuale, i valori positivi con cui ha contribuito al mondo: democrazia, libertà, umanesimo, illuminismo, socialismo. In modo da dare inizio a una generale e paritaria partecipazione alle grandi risorse della regione, senza necessità di dover respingere masse di disperati, senza doversi difendere da minacce terroristiche, e senza bisogno di “aiutarli a casa loro”.

In tutto questo, l’Italia potrà dire la sua, pur barcamenandosi fra le regole europee (regole che possono comunque essere aggiornate) ed entro le difficoltà relazionali fra i membri dell’Unione. Con i paesi extra-europei abbiamo rapporti non caratterizzati da sospetti di egemonia, né politica, né economica, e dopotutto siamo il paese di Enrico Mattei, che – almeno nel settore di propria competenza – rivoluzionò, nel reciproco beneficio, i “rapporti di forza” (e di scambio) con importanti paesi nostri interlocutori energetici.

*Mario Boffo, laureato in Scienze Politiche alla Federico II di Napoli, ha intrapreso la carriera diplomatica nel 1978, alternando periodi di lavoro in Italia con periodi nelle sedi di Kinshasa (Congo), Madrid (Spagna), Bruxelles, presso la NATO, (Belgio), Ottawa (Canada), e, con il ruolo di Ambasciatore d’Italia a Sana’a (Yemen) e Riad (Arabia Saudita). In tutte le sedi ha curato questioni politiche, strategiche, negoziali, economiche e culturali.

Menu