Per un’Europa femminista

Nicoletta Pirotta (IFE Italia e Gruppo di lavoro “Libertà delle donne nel XXI secolo) –

Il 19 ed il 20 novembre scorsi si é tenuto a Bruxelles, presso il Parlamento europeo, il convegno “Per un’Europa femminista. Un confronto internazionale di donne. Autodeterminazione, migranti, lavoro, beni comuni, reddito”.
Al seguente link si possono trovare Il programma e la diretta streaming delle due giornate:
http://libertadonne21sec.altervista.org/
Organizzato dal gruppo parlamentare del GUE/NGL ( Sinistra Unita Europea e Sinistra Verde Nordica), in particolare dall’europarlamentare Eleonora Forenza, in stretto rapporto con il gruppo di lavoro femminista “Libertà delle donne nel XXI secolo”, l’incontro di Bruxelles sta dentro il percorso di riflessione e confronto iniziato nell’ottobre del 2017 con il convegno internazionale “La libertà delle donne nel XXI secolo: parole e pratiche oltre i fondamentalismi” tenutosi a Roma presso la casa Internazionale delle Donne [programma del convegnoresoconti filmati].

Giova ripercorrere brevemente il percorso per comprendere meglio senso e finalità dell’incontro di Bruxelles.
Il convegno romano affrontò, con sguardo femminista, i differenti fondamentalismi che caratterizzano l’epoca storica nella quale viviamo.
Per il gruppo di lavoro che organizzó il Convegno, in partnership con transform!europe e la Casa Internazionale delle Donne, ragionare sui fondamentalismi ha voluto dire confrontarsi su quelli che si esprimono attraverso modalitá classiche, quali razzismo ed omofobia, e su quelli che si alimentano di riferimenti religiosi, utilizzando la grande capacità di persuasione e di suggestione che le religioni possiedono. Ma al contempo ha significato anche allargare il campo della riflessione per affrontare il fondamentalismo del “libero mercato” e quello “tecnologico scientifico” perchè anch’essi mirano al controllo ed al governo dei ritmi biologici e delle relazioni sociali cioè della vita di ciascuna e ciascuno.
Non avendo interesse ad un approdo meramente speculativo-teorico, il convegno ha consentito la messa in rete di pratiche ed esperienze che indicano differenti modelli di società attraverso una differente gestione del potere ed un diverso modo di intendere la democrazia, il ruolo dello Stato, le relazioni umane.
Durante il convegno è nata l’esigenza di continuare il confronto su temi economici, in particolare le trasformazioni, anche di senso, subite dal lavoro nell’intreccio fra produzione e riproduzione sociale e domestica. La scelta di dedicare uno specifico incontro internazionale alle questioni che riguardano il lavoro
non è stata casuale.
Il lavoro è un tema che interroga e inquieta trasversalmente generi e generazioni.
Quando molti milioni di persone non hanno o perdono diritti, quando la precarietà del lavoro e della vita produce povertà fluida e disorganizzata e ricompaiono vecchi fantasmi diventano più feroci le gerarchie che già esistono nella società : la relazione di potere fra uomini e donne fossilizzata nelle strutture patriarcali, la
miseria delle e dei migranti, la ricattabilità di minoranze oppresse…
Affrontare, da femministe, i temi del lavoro diventa oggi più che mai necessario anche e soprattutto per mettere in discussione luoghi comuni e per dare alla realtà nuove grammatiche, nuovi racconti,nuove didascalie.
Non a caso il movimento femminista globale pone la necessità di un capovolgimento radicale della lettura del lavoro, del mercato e delle sue leggi regolatrici, dei processi di accumulazione e distribuzione della ricchezza e si interroga su percorsi e risposte che sappiano andare al di là dei meri processi di inclusione delle donne nel lavoro.
Le due giornate di Bruxelles, grazie allo spessore delle relazioni e degli interventi delle invitate, hanno consentito un confronto partecipato che ha confermato quanto sia necessario porre il lavoro al centro della riflessione femminista ed messo sul tappeto una serie di domande. Domande che sarebbe bene riprendere
non solo sul piano teorico per mettere in rete proposte ed esperienze che indichino modelli di produzione e riproduzione differenti nei quali il lavoro possa manifestarsi come attivitá umana liberata da ogni forma di sfruttamento, alienazione, dominio.
Come si ricostruisce un sistema europeo di welfare e di diritti capace di superare “l’ideologia della domesticità” e lo sfruttamento della “catena globale della cura”? Ha ancora senso rivendicare paritá di salario , tempi di lavoro compatibili con la riproduzione , diritto alla maternità , fine delle discriminazioni di
genere se non si intacca la divisione sessista e razzista del mondo del lavoro? Rivendicare un salario minimo europeo ed un reddito di autodeterminazione può costituire una possibilità concreta di costruzione di percorsi di autonomia e di fuoriuscita dalla violenza? Le esperienze di autogestione e di neo-mutualismo (che vedono la presenza di moltissime donne) posso essere obiettivi da lanciare su scala europea? La logica intersezionale (genere/classe/origine) può costituire la base per ripensare il concetto di cittadinanza ed il principio dell’ universalità dei diritti? Come si può costruire un’organizzazione comune fondata su bisogni comuni?

Il movimento femminista di NonUnaDiMeno ha lanciato nel 2017 in occasione dell’8 marzo lo sciopero globale delle donne dell’8 marzo come manifestazione di lotta generale contro l’oppressione sessista in tutti gli ambiti della vita per un’ astensione dai ruoli e dalle attività produttive e di cura e come atto di denuncia radicale dei sistemi globali di sfruttamento e di oppressione che governano le nostre vite. Come dare vigore e forza maggiore alla pratica dello sciopero globale delle donne?
Su queste e sul altre domande a Bruxelles è cominciato un confronto serrato e competente.
Sarà bene poterlo continuare nella seconda puntata del convegno che si immagina di organizzare a Roma nella primavera del 2019.

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