Perché tutto cambi e tutto resti uguale

Trent’anni di politica Usa dopo la caduta del Muro

di Alessia Gasparini

«Mr Gorbachev, tear down this wall!», la frase pronunciata dall’allora presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan nel 1987 è passata alla storia (almeno quella a stelle e strisce) come il momento determinante per la caduta non solo del muro di Berlino, ma dell’intera Unione Sovietica.

Insieme all’«io sono un berlinese» di John F. Kennedy rappresenta l’icona di quello che gli Stati Uniti vorrebbero fosse stata la loro partecipazione alla fine di una divisione del mondo tra due modelli, quello comunista e quello occidentale (ma potremmo anche definirlo capitalista). In realtà, nonostante alla presidenza Reagan vengano assegnati tutti i meriti, il 9 novembre del 1989 sedeva alla Casa Bianca George H. W. Bush, esponente dell’establishment repubblicano che sull’episodio disse poco o nulla, come se la caduta del Muro rappresentasse più l’apertura di un problema che la chiusura della Guerra fredda.

Che la dissoluzione della barriera che divideva Berlino e l’effettiva fine della Germania Est sia stata frutto di un errore è ormai cosa nota: Günter Shabowski, funzionario della Ddr con poca preparazione in merito alle politiche che regolavano il passaggio da Berlino Est a Ovest, ha lasciato intendere che fosse possibile attraversare il confine, facendo riversare in strada i berlinesi festanti di cui abbiamo visto tante foto. Ma se forse Reagan brindava, Bush sr. vedeva spalancarsi di fronte a lui il baratro che non si è ancora richiuso nella politica statunitense: la mancanza di un nemico ben identificato da combattere. Dopo aver sconfitto il nazismo nella Seconda guerra mondiale, furono il comunismo e un possibile attacco atomico del Blocco rosso a diventare lo spauracchio della sicurezza dell’intero Blocco occidentale. Non è un caso se in quegli anni il senatore McCarthy aprì la stagione più dura di lotta anche interna al terrore rosso, tanto da meritare il conio del termine “maccartismo” ispirato proprio dai suoi processi durissimi.

Caduto il Muro e con lui il Blocco sovietico, per Bush sr. le cose si mettono male. Come ribadire il ruolo di supremazia statunitense nella politica internazionale senza più un bersaglio a cui puntare?

Dal 1989 in poi, ogni presidente ha trovato il suo personale spauracchio, più o meno reale: Bush sr. in Medioriente, Clinton nei Balcani e poi da George W. Bush in poi sempre lo stesso, il terrorismo islamico in tutte le sue declinazioni. L’11 settembre 2001 ha alzato un muro molto più impalpabile di quello che ha occupato Berlino, quello che ha spinto gli statunitensi (ma non solo loro) a guardare sospettosi ogni uomo con la barba lunga e i tratti vagamente arabeggianti seduto accanto a loro in metropolitana. Dopo la caduta delle Torri Gemelle, in un mondo che ormai da 21 anni non conosceva più il bipolarismo, il presidente degli Usa ha potuto riaffermare con vigore che il suo Paese era chiamato a combattere contro un nemico, dei barbari che avevano osato colpire «il cuore dell’America».

Nel mondo degli anni 50-90, nelle casette a schiera si guardava con sospetto il vicino troppo “di sinistra”, stando attenti a non pronunciare la hell word con la C. Oggi addirittura due candidati si presentano alle primarie per le elezioni presidenziali del 2020 con l’etichetta di “socialisti”, Bernie Sanders e Elizabeth Warren, con anche delle buone possibilità di successo. Per non parlare del fatto che al midterm del 2018 Alexandria Ocasio-Cortez ha conquistato il suo seggio alla Camera come più giovane deputata della storia del Congresso percorrendo esattamente la stessa strada.

In questi trent’anni dalla caduta del Muro, la necessità di trovare una nuova parte del mondo in cui «portare la democrazia» ha scatenato più di una guerra, per niente fredda come nel caso di quella nella ex Jugoslavia o di quelle in Iraq e in Afghanistan, ancora sotto occupazione militare dopo diciotto anni. Essere il «poliziotto del mondo» è una delle intrinseche caratteristiche della politica estera americana, nonostante la globalizzazione voglia affermare altro. Permane ancora la sensazione che sarà Washington a salvarci dal nemico, a riportare il giusto ordine delle cose: non a caso, in un disperato tentativo di salvare la sua rielezione, il presidente Donald Trump ha annunciato la morte di Abu Bakr al-Baghdadi utilizzando le stesse parole del suo molto più Democratico predecessore, Barack Obama: «Ora il mondo è un posto molto più sicuro», poco importa se al confine messicano le persone muoiono ogni giorno cercando di attraversare le barricate alzate da lui e dalle precedenti amministrazioni, uccisi dal tentativo di fuggire da condizioni di vita impossibili determinate proprio dalle politiche statunitensi.

Forse se il prossimo presidente sarà socialista potrà finalmente fare la pace con il Muro caduto, e con la necessità di costruirne per forza un altro, di cemento o invisibile che sia.

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“Another brick in the wall”?

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