di Giorgio MarasàAlla vigilia delle elezioni del 26 maggio che andranno a determinare la composizione del prossimo Parlamento Europeo, l’Europa si scopre tremendamente fragile, sospesa ad un equilibrio sottilissimo tra tentativi di continuità e spinte disgregatrici.

Il progetto di integrazione europea ha purtroppo dimostrato in questi anni un respiro assai corto tradotto in grandi limiti: alcuni riguardanti l’assetto costituzionale, i Trattati, altri invece figli di scelte politiche condotte da una maggioranza larga, ma con responsabilità ben definite.

Per cambiare l’Europa, per salvare l’Europa, occorre innanzitutto prendere atto di limiti ed errori ed avere allo stesso tempo il coraggio di sovrapporre a questi uno sguardo ed una prospettiva ampia, un nuovo e rinnovato sogno.

Partire ad esempio dalla necessità concreta di riformare profondamente e riscrivere i Trattati e farlo non con un accordo tra governi, che appaiono oggi incapaci di pensare al domani, ma con un largo processo costituente.

Cosa cambiare quindi?

Una nuova Europa deve innanzitutto accorciare quello scarto di democrazia che oggi lo caratterizza. In un mondo in cui gli attori del capitalismo globale hanno tutti i margini e le libertà di scorrazzare, determinare o trovare i giusti margini nelle scelte politiche, chi pensa di recuperare sovranità guardando solo al suo cortile nazionale è profondamente stupido e ingenuo oppure (con maggiore probabilità) mente ed esercita una propaganda vergognosa e falsa. Una sovranità popolare è impossibile da ritrovare guardando indietro, ma va inevitabilmente costruita guardando avanti e per provare ad essere effettiva ed efficace va determinata e realizzata a livello europeo. Non è solo una questione di principio, astratta, quella che reclama più poteri al Parlamento Europeo e meno freni intergovernativi, ma ha elementi molto concreti. Un esempio? Non è necessario immaginare isole lontane per trovare un paradiso fiscale, diversi Paesi della UE di fatto lo sono; il dumping fiscale che consente alle grandi multinazionali di pagare meno tasse rispetto a lavoratori ed imprese gode oggi di una sostanziale impunità legislativa. Impossibile per definizione pensare di risolvere il problema a livello nazionale, altrettanto impossibile pensare di convincere quei governi che oggi traggono vantaggio da queste pratiche a cambiare linea e comportamenti. Il Parlamento Europeo ha votato (in quest’ultima ed in passate legislature) diversi provvedimenti di coordinamento delle politiche fiscali, penso alla base imponibile comune per la tassazione di impresa o l’obbligo di rendicontazione Paese per Paese, ma tutte queste misure sono puntualmente e ostinatamente bloccate dai governi in Consiglio. È giusto un piccolo (grande) esempio di come la definizione di una reale sovranità europea è presupposto essenziale per arrivare ad un bene comune, ma tanti altri se ne potrebbero fare rispetto alla costruzione di politiche sociali e ambientali minimamente ambiziose o di una vera politica europea sulle migrazioni (si pensi alla riforma del Trattato di Dublino!).

Elemento centrale e profondamente connesso alla questione democratica è poi la definizione di una nuova cittadinanza europea. Quello che è stato un elemento di progresso irrinunciabile, una cittadinanza fondata sulla libertà di circolazione, non basta più e sembra oggi tremendamente incompleta e fragile. Senza la formalizzazione costituzionale di diritti sociali e la definizione politica di strumenti effettivi di protezione e di garanzia, non solo la cittadinanza rimarrà incompiuta ed in balia delle crescenti disuguaglianze, ma la stessa libertà di circolazione diventa strumento di dumping sociale o persino diritto facilmente derogabile. Basti ad esempio pensare ai numerosi casi di cittadini comunitari (tra cui moltissimi italiani) espulsi da Paesi europei perché considerati un peso per il welfare nazionale. Ovviamente perché questo avvenga non bastano le dichiarazioni di principio o le misure cosmetiche, ma serve la coraggiosa costruzione di nuovi diritti che siano adeguati a rispondere anche a quei profondi cambiamenti nelle vite e nel sistema di produzione che la rivoluzione digitale ha determinato e che definiscono oggi nuove forme di sfruttamento e di assenza di diritti.

Nessun cambiamento profondo dell’Europa è immaginabile senza il superamento di quell’ideologia liberista che, alla prova dei fatti, si è dimostrata non solo (come ovvio) causa di disuguaglianze tra i cittadini e di squilibri tra Paesi ma anche incapace di rispondere e di reagire a crisi epocali né tantomeno di consentire di immaginare un nuovo modello di crescita e di sviluppo sostenibile. Il Patto di stabilità (di cui la politica ha spesso dimenticato la seconda parte “… e crescita”) prima e la stretta delle politiche di rigore nei conti pubblici consacrate poi nel Fiscal Compact sono l’esempio più evidente di una sostanziale incapacità ed impossibilità delle istituzioni europee di produrre politiche anticicliche. Non è e non può essere il cieco rispetto di parametri astratti a determinare scelte politiche che hanno invece bisogno di essere determinate con coraggio e lungimiranza.

Senza questi cambiamenti di carattere costituzionale l’Unione Europea è destinata ad un triste e pericoloso galleggiamento in un mare in tempesta. Senza politiche radicalmente diverse a quelle viste in questi anni lo stesso sogno europeo rischia di infrangersi.

Per questo è fondamentale non rassegnarsi al bivio che ci viene raccontato, quello che vuole da un lato la sacra alleanza di un europeismo cosmetico ed ancora incapace di raccontare e provare a realizzare una nuova prospettiva e dall’altro un crescente fronte nero nazionalista e xenofobo. Accettare queste due alternative vorrebbe dire infatti rinunciare ad immaginare un’Europa diversa ed implicitamente essere complici del disastro.

Penso quindi che i progressisti, tutti e ciascuno per la sua parte, siano chiamati ad una grande prova di responsabilità verso l’Europa ed il suo futuro. Questo vuol dire immaginare e prospettare un radicale cambiamento di questa Europa e, per realizzarlo, costruire solo alleanze che siano in grado di portarlo avanti e non quelle che puntano invece alla conservazione degli attuali assetti.

Nella convinzione che il pericolo di un tracollo democratico, persino del più elementare sistema dei nostri valori civili, è effettivamente evidente. Ma con l’uguale certezza che solo una prospettiva nuova, chiara e viva può sconfiggerla.

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