Putinismo bonapartista… malattia senile del capitalismo?

di Franco Ferrari – La Russia di Putin: il bonapartismo, malattia senile del capitalismo?

Il trentennio che ci divide dalla caduta del muro di Berlino ha visto la Russia attraversare un periodo di turbolenze per poi trovare un nuovo assetto con l’affermazione del dominio incontrastato di Vladimir Putin.

I passaggi chiave di questo percorso, che hanno ridefinito non solo l’assetto interno ma anche il ruolo della Russia sullo scenario mondiale, possono essere così sinteticamente ricostruiti. Fra l’89 e il ’91 c’è stata la crisi della perestrojka diretta da Gorbaciov. Partito come progetto di rinnovamento e rilancio di un modello di socialismo entrato in una fase di crisi e stagnazione, è terminata con un fallimento per l’incapacità dei suoi promotori di definire un progetto chiaro e una sua coerente applicazione. Si è registrata così rapidamente una perdita verticale di consenso che ha gettato l’Unione Sovietica nell’incertezza.

Nel ’91 l’URSS viene archiviata, aprendo la strada alla separazione degli stati componenti. Un accenno di colpo di Stato, nell’estate del ’91, che si presentava come restauratore dell’assetto precedente alla crisi, si dissolve rapidamente nella confusione e nell’indecisione e accelera anziché impedire quest’esito. In questa fase la corrente politica dominante è guidata da Yeltsin che utilizza il ruolo appositamente creato di presidente della Federazione Russia per svuotare i poteri del Presidente dell’Urss. La sua azione è molto determinata e vincente. L’URSS si dissolve, il Partito Comunista viene messo fuorilegge senza essere in grado di reagire,
l’economia viene sottoposta ad un processo di introduzione dei meccanismi capitalistici a tappe forzate con conseguenze sociali drammatiche per le condizioni di vita dei russi.

Dal ’91 al ’93 il potere di Yeltsin non si è ancora del tutto assestato. Il nascente sistema politico russo è attraversato da spinte diverse, legate alle diverse componenti sociali che si dividono tra quelli che beneficiano dei processi di privatizzazione forzata e la maggioranza che ne paga il costo. Anche l’allineamento completo di Yeltsin agli interessi occidentali produce elementi di conflittualità. L’opposizione diventa ad un certo punto prevalente nel parlamento russo, che viene bombardato dalle forze militari fedeli al Presidente.

Il nuovo potere, benché disponga del sostegno di Stati Uniti e Unione Europea, fatica a stabilizzarsi per il malessere sociale diffuso. Saranno le elezioni presidenziali del ’96 a rappresentare un nuovo passaggio cruciale. Lo scontro è fra Yeltsin che cerca la rielezione e il candidato comunista Zyuganov, che arrivano distanziati di pochi punti percentuali al primo turno. Il ballottaggio vede prevalere Yeltsin che dispone dell’appoggio esterno occidentale e probabilmente aiutatosi con estesi brogli. La vittoria elettorale di un comunista in Russia avrebbe rappresentato un colpo per la narrazione ideologica dominante del dopo ’89, e per questo vengono utilizzati tutti gli strumenti, leciti e non, per impedirla.

Il potere attorno a Yeltsin, dalla salute declinante e circondato da una corte sempre più vorace, fatica a darsi strumenti di consolidamento del consenso. Non riesce a nascere un vero partito politico di massa a sostegno dell’oligarchia che appoggia Yeltsin e che ha beneficiato delle privatizzazioni.

La scelta del ruolo di successore cade su Putin che viene eletto nelle presidenziali del 2000.
Come primo atto stabilisce l’immunità del Presidente uscente che gli evita conseguenze per la pratica corruttiva del suo sistema di potere. Il nuovo occupante del Cremlino non incarna però, come forse si sarebbe aspettato Yeltsin, il ruolo del continuatore delle politiche precedenti.

L’oligarchia percepisce che il sistema ha basi fragili e non può reggere a lungo senza cambiamenti. Putin conquista popolarità grazie alla linea dura seguita nella guerra in Cecenia, ma cambia alcuni equilibri del blocco di potere che ha diretto il paese negli anni ’90. Rompe con una parte degli oligarchi, senza cambiare la sostanza della natura del capitalismo russo emerso dalla sfaldamento del “socialismo di Stato” (usiamo provvisoriamente questa formula riassuntiva). Assume via via un profilo internazionale più autonomo che lo sottrae all’immagine yeltsiniana di proconsole russo dei poteri occidentali.

Non c’è dubbio che Putin abbia goduto, e in parte goda, di un consenso reale. Per molti russi ha ridato dignità al loro paese sulla scena internazionale, rappresentandone gli interessi anche laddove questi si scontravano con gli Stati Uniti, la Germania o le altre potenze. Persegue una politica autonoma in molti scacchieri a partire dal Medio Oriente, dove ha adottato la linea di cercare di intrattenere buoni rapporti con tutti (da Israele all’Iran) e si è posto a difesa del regime di Assad consentendogli di sconfiggere l’opposizione armata jhadista. In America Latina la Russia mantiene rapporti con Cuba e Venezuela. In Asia, dove ricade più di metà del territorio russo, cerca di costruire nuovi equilibri di interesse con la Cina. Sono relazioni costruite non su una base ideologica, come poteva essere per l’Unione Sovietica (con eccezioni e contraddizioni) ma secondo una classica logica di potenza del primo novecento.

Sul piano economico, Putin ha potuto contare sull’aumento dei prezzi delle materie prime, soprattutto energetiche, di cui la Russia è produttore ed esportatore. Non è riuscito però a sviluppare in modo significativo la base industriale né a competere significativamente per le nuove tecnologie (a differenza della Cina). Il potere economico russo mantiene un carattere oligarchico e di rapina di risorse, piuttosto che di produzione di ricchezza. Questo rende l’economia russa esposta all’andamento dei prezzi delle materie prime. Quando i prezzi calano il quadro si fa più incerto e le risorse a disposizione del governo sono minori. Questo sta avvenendo e ha portato il governo ad applicare anche in Russia una politica di austerità, partendo dalla recente e contestata riforma pensionistica. Scelte che stanno assottigliando il consenso di Putin e del suo blocco di potere.

L’assetto politico è sicuramente più solido, ma non più democratico, di quello impostato da Yeltsin nel primo decennio post-sovietico. Esiste un “partito del potere” di fatto che non coincide necessariamente con il soggetto politico che si presenta alle elezioni a sostegno del Presidente e che ha assunto varie metamorfosi negli anni. Anche “Russia Unita”, la cui credibilità è in calo, nelle ultime elezioni locali è sembrata svolgere un ruolo minore lasciando spazio a candidati “indipendenti” anche se dello stesso orientamento. La falsificazione dei risultati elettorali, il controllo del potere su tutti i meccanismi di decisione e sui media per condizionarne pesantemente l’esito, danno al sistema politico russo una carattere autoritario non privo di aspetti apertamente repressivi. Per ora non si vede una forza sufficientemente credibile da metterne in pericolo il potere. Una parte dell’opposizione, quella normalmente sostenuta dai media occidentali, appare ancora troppo lontana dagli interessi e dalle aspirazioni del russo medio. Il Partito Comunista resta l’unica vera forza organizzata presente nella vita politica russa. E’ stato in grado in diverse occasioni di fare eleggere propri candidati locali calamitando il malcontento popolare. In non poche occasioni è stato vittima di brogli organizzati dal governo. Non può però essere accusato di essere una forza sostenuta e manipolata dall’esterno come avviene per le forze liberali.

Un ultimo elemento che occorre richiamare nel definire la politica di Putin, è il rapporto con la storia sovietica. Se Putin è sicuramente un anticomunista convinto e il partito che lo sostiene “Russia Unita” si considera “partito fratello” del Rassemblement National (ex Front National) della Le Pen, il giudizio sulla storia sovietica non è liquidatorio come vorrebbe ad esempio la maggioranza del Parlamento Europeo con la sua recente risoluzione. Putin ha ripristinato alcuni elementi simbolici della storia socialista dell’URSS. In una certa misura ha consentito un certo recupero della figura di Stalin, visto non come comunista ma come espressione dell’anima russa (benché notoriamente georgiano), oltre che protagonista della trasformazione della Russia (dietro il velo dell’URSS) in grande potenza. E’ lo Stalin “nazional-bolscevico” della Grande Guerra Patriottica più che l’erede – autonominatosi- di Lenin, a venire riutilizzato nella composizione di una ideologia eclettica di cui ha bisogno il potere putiniano.

In conclusione ci sono due questioni che dovrebbero riassumere il giudizio complessivo sul trentennio russo da Yeltsin a Putin. La definizione della natura dell’attuale sistema e le ragioni del suo consolidamento. Non ho la pretesa di arrivare a considerazioni definitive ma solo ad accennare a due possibili tracce di ulteriore riflessione. Sul primo punto mi sembra non infondata la definizione che hanno dato i comunisti russi della presenza di un regime di tipo “bonapartista”, (tesi rintracciabile nel documento politico per il XIII Congresso del PC della Federazione Russa). In particolare si tratterebbe di una “simbiosi di burocrazia corrotta, capitale speculativo e crimine organizzato”. Nella fase di Yeltsin si trattava più o meno di un’alleanza tra eguali. Con l’avvento di Putin la burocrazia, mobilitando i servizi speciali, ha conquistato una certa preminenza.

Se questa sintetica definizione di “bonapartismo” è corretta ci si può porre un’altra domanda.

Perché la Russia, dopo la fine dell’Unione Sovietica, non è diventata una paese “normale” (ovvero simile ai paesi capitalistici più avanzati), sia dal punto di vista della struttura economica che da quella politica? Detto in altri termini, perché il capitalismo liberista non riesce più ad essere “progressivo”, ovvero a far sì che i nuovi paesi che si sono integrati nel sistema capitalistico mondiale, volontariamente o per forza, riproducano le forme più stabili di gestione del potere e del consenso e più avanzate di sviluppo economico?

Se questo è un problema strutturale, significa che la Russia non può essere interpretata come un Paese in ritardo rispetto all’adattamento al modello di capitalismo immaginato dai suoi sostenitori, ma semmai in anticipo rispetto all’esito della sua fase declinante. La sua “malattia senile”, appunto.

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