Quante belle guerre madama Dorè: soldato in guerra

Quante belle guerre madama Dorè

-di Alessandra Mecozzi

Come parlare di guerra oggi?  Affrontare diversi temi collegati tra loro: la natura e i protagonisti vecchi e nuovi di tante guerre; le loro conseguenze, compresa la guerra ai migranti; come si collocano i movimenti contro la guerra, tenendo fede al principio della solidarietà con le vittime.

L’assetto mondiale odierno, con un occhio particolare al Vicino Oriente, costruito dalle potenze coloniali europee, è in via di sconvolgimento. Gli accordi segreti franco britannici Sykes-Picot del 1916, per spartirsi dopo la guerra il vicino oriente, che anche nei successivi perfezionamenti ignorarono le richieste di indipendenza dei paesi arabi, portarono alla spartizione dei territori arabi dell’impero ottomano, con l’avallo della Russia zarista. Alla Francia fu affidata la neonata Siria (che all’epoca includeva il Libano), mentre la Gran Bretagna ottenne l’Iraq, la Transgiordania (attuale Giordania) e la Palestina (compreso l’odierno Stato di Israele). Nasceva così la questione mediorientale. Come ha  scritto lo storico inglese Christopher Catherwood, nel suo saggio La follia di Churchill. L’invenzione dell’Iraq (ed. it., 2005), l’Accordo: << acquisì una pessima fama: nell’immaginario arabo prese a rappresentare il feroce e malvagio disegno occidentale di imporre i mali del colonialismo ai liberi popoli del mondo arabo […] >> .  A partire dall’Accordo Sykes-Picot emersero sulla scena internazionale la questione araba  e sionista (“Dichiarazione Balfour” del 1917, con la quale la Gran Bretagna si impegnava a sostenere la creazione di un focolare nazionale ebraico nel Mandato di Palestina), i cui sviluppi, successivamente intrecciatisi, hanno dato origine alle attuali questioni arabo-israeliana e israelo-palestinese, e la connessa questione dei Luoghi Santi che tuttora interessa le  tre grandi religioni monoteiste: Islam, Ebraismo e Cristianesimo.

Né si può dimenticare che all’ Accordo Sykes-Picot vanno ricondotte due questioni centrali: quella petrolifera e quella concernente l’unità del mondo islamico (arabo)sunnita dopo la fine del Califfato ottomano. Temi attuali, considerando gli interventi militari occidentali in Afghanistan (2001) e Iraq (2003). Negli ultimi anni hanno inoltre fatto irruzione sulla scena mediorientale i movimenti delle   “primavere arabe”. Infine, l’insorgere (2014) del movimento islamista rappresentato dal cosiddetto “Stato Islamico”,   ISIS  o Daesh , che ha fatto della restaurazione del “Califfato” islamico il suo primo obiettivo politico-ideologico. Nel luglio  2014, Abu Bakr al Baghdadi, capo dell’Isis, in un un discorso nella moschea di Mosul, citò la cancellazione della frontiera Siria-Iraq dichiarando che l’ISIS non si sarebbero fermato «fino a che non avremo piantato l’ultimo chiodo nella bara della cospirazione Sykes-Picot». La combinazione di questi avvenimenti ha portato a quello che oggi si sta tragicamente  consumando in Siria e in Iraq: una guerra regionale (almeno fino ad oggi combattuta “per procura”) tra le principali “Potenze” locali: Arabia Saudita, Iran, Turchia e Qatar, con in palio la ridefinizione degli equilibri geopolitici (relativi in parte anche alla contrapposizione religiosa tra sunniti e sciiti) e geo-economici (controllo del prezzo del greggio) mediorientali, attorno a due Stati nati dal Sykes-Picot: Siria (governata dagli Alawiti, grande famiglia sciita) e Iraq (nel quale è pure presente una forte componente di sciiti), creato – si dice – al fine di unire due vasti bacini petroliferi: quello curdo a nord e quello meridionale popolato da sciiti.

Sembra che l’esito verrà deciso dalla strada che prenderà la contrapposizione tra il Regno dell’Arabia Saudita, e la Potenza protettrice degli sciiti, la Repubblica Islamica dell’Iran.

(fonti: https://www.geopolitica.info/sykes-picot/; www.limesonline.com/sykes-picot-1916-3/66258 )

Le dinamiche sono molteplici, come indicato in un interessante articolo (pubblicato dalla rivista Limes, n.4/2018) “Le tre fasce della potenza in quel che resta del Medio Oriente”: Fascia neo ottomana : Turchia, con contraddittorie aspirazioni ambiziose neo “ottomane” e l’accesso alla UE. Difende i palestinesi, ma fa guerra contro curdi, ovunque essi siano; fascia persiano sciita o asse della resistenza: Iran, Iraq sciita, parte della Siria e Libano (Hezbollah). Fascia arabo-sunnita: o asse della restaurazione: Egitto, Giordania alcune monarchie del Golfo coordinati da Stati Uniti e con l’allineamento di Israele. Contro il Qatar accusato di sostenere gruppi terroristi oltre che con Hamas e Fratelli musulmani.

In un quadro così frastagliato e difficile anche da riassumere, è problematico trovare una bussola  come movimenti contro la guerra. Del resto l’esperienza recente, lo dimostra, con l’incapacità/ impossibilità, in Italia come in Europa, di reagire compattamente ai massacri molto vicini a noi che si succedono da oltre 10 anni. Mentre sono proprio i nostri “vecchi” Stati coloniali, con Stati Uniti e Russia, a sostenere in un modo o nell’altro l’estendersi delle guerre e dei massacri (ad opera di Israele in Palestina, di Arabia Saudita in Yemen, della Turchia contro i curdi anche in Siria….) L’Italia, con le sue basi e le sue spese militari, è di fatto un attore coinvolto (Camp Derby, Aviano, Ghedi, Sigonella…).

In primo luogo è indispensabile rivolgere lo sguardo, e l’azione, alle enormi spese militari globali in crescita. Come si legge sulla Rete Italiana per il Disarmo – 02 maggio 2018:

Il dato relativo al Medio Oriente risulta in crescita di oltre il 6% nonostante non siano valutabili (e quindi esclusi dal conteggio) i dati di paesi in guerra come Siria e Yemen oltre che di storici speditori militari come Qatar ed Emirati Arabi. I principali Paesi per spesa militare in Europa sono la Francia  la Gran Bretagna, la Germania (+3,5%) e Italia (+2,1%).

La relazione al Parlamento italiano sull’export di armi nel 2017 ci dice che oltre il 57% delle vendite va a Paesi non EU e non NATO. (Fonte: Rete Italiana per il Disarmo – 07 maggio 2018). Particolarmente grave – commenta Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche si sicurezza e difesa (OPAL) – è soprattutto il protrarsi delle forniture di munizionamento e di sistemi militari alla monarchia saudita, nonostante tre risoluzioni del Parlamento europeo abbiano ribadito la necessità di imporre un embargo sugli armamenti nei confronti dell’Arabia Saudita, in considerazione delle gravi violazioni del diritto umanitario nell’ambito del conflitto in corso in Yemen… “ Anche il Qatar compare come acquirente delle armi prodotte in Italia, indicato da molti paesi,  Arabia Saudita in testa, come paese sostenitore del terrorismo internazionale e analogamente dal governo statunitense di Trump. Ma – dice Maurizio Simoncelli dell’Archivio Disarmo –  noi riforniamo tranquillamente anche chi lo critica… Esportazioni verso Paesi come la Turchia, dove preoccupa fortemente il potenziamento del regime autoritario di Erdogan e l’azione militare intrapresa in Siria contro i curdi. Proseguono poi le esportazioni di armamenti verso l’Arabia Saudita, il Kuwait, gli Emirati Arabi Uniti: tutti paesi impegnati nella sanguinosa guerra in corso in Yemen”

E dobbiamo guardare alle vittime delle guerre: alla fine del 2016 le persone costrette ad abbandonare le proprie case in tutto il mondo sono 65,6 milioni. I rifugiati a livello mondiale sono 22,5 milioni;  le persone sfollate all’interno del proprio Paese,  40,3 milioni; i richiedenti asilo, persone fuggite dal proprio Paese alla ricerca di protezione internazionale: 2,8 milioni. (‘UNHCR, Global trend 2016)

E infine la guerra ai migranti: è continua la costruzione dei muri, arma di guerra insieme agli accordi per non farli arrivare in Italia, con paesi come Libia e Turchia. I muri rappresentano fra il 3% e il 18% delle frontiere; e molti altri se ne stanno costruendo….

Segnaliamo uno studio EPRS su Pace e sicurezza nel 2018, Panoramica dell’azione dell’UE e
prospettiva per il futuro
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