di Patrizia Sentinelli

L‘89 per me è stato un annuncio di liberazione e insieme uno stravolgimento anzi uno smottamento di idee e culture.

La caduta del muro di Berlino era il desiderio realizzato, il segno materiale della fine di una segregazione intollerabile. Come tutti i muri, anche quelli eretti in questo tempo di liberismo autoritario, quello era la negazione di umanità e di una politica di integrazione.

Lo smottamento è stato l’ aver abdicato al mercato e alla competizione da parte di tante forze politiche ed intellettuali della sinistra  a cominciare dal Pci ochettiano con la svolta della Bolognina.

Ero, in quegli anni, una giovane dirigente della Cgil nella scuola e mi accorsi subito dei danni irreversibili di quella cultura mercantilista che stava conquistando la dirigenza quando sentii chiamare gli studenti clienti e la scuola un’azienda da amministrare.

Naturalmente non nutrivo alcuna nostalgia per il passato che anni dopo si espressero così bene nel film Good bye, Lenin di Becher.

Seppure la tenerezza di tenere in vita una realtà ormai scomparsa mi entro’ nell’ anima, anche se non ho mai amato i cetriolini sovietici ne’ la tragedia del 56 in Ungheria e la repressione della primavera di Praga.

Tutti noi che avevamo avversato il socialismo reale non potevamo che gioire quella notte davanti all’immagine della caduta di una barriera così insopportabile.

Eppure non era scritto che si doveva passare armi (metaforiche ) e bagagli ( le nostre comuni cassette degli attrezzi) dall’altra parte, quella, in sintesi, che vedeva i diritti conquistati come privilegi da cancellare perché intralciavano le sorti progressive del mercato.

Da lì non siamo più riusciti a riscrivere un’altra storia e, azzardo a dire, che lo stalinismo che sembrava finalmente sepolto ha negli anni covato fino a partorire questo nuovo populismo di oggi intriso profondamente di liberismo.

Ci si oppose allora dentro il partito e nelle piazze ma non c’è la facemmo a resistere nel lungo periodo. Vinse chi piego’ le ragioni della politica alla tecnocrazia e alla finanza. Dovevamo fare società piuttosto che fare i tutori e mallevatori della globalizzazione liberista.

Provammo a resistere con Rifondazione comunista e, penso, che aprimmo anche delle brecce importanti nel pensiero unico così come nel sindacato quando facemmo Essere sindacato o quando la Fiom  promosse grandi lotte operaie e il movimento era in piedi contro la guerra. Nei forum mondiali gridavamo “siamo contro la guerra economica, militare e sociale“ e avevamo ragione ma quel tarlo di “modernizzare” il pensiero per stare al passo con i tempi fu più forte e conquistò l’Europa che assunse del tutto il liberismo e dissolse la possibilità di alternativa.

Le mie sono solo pennellate personali di quegli anni senza troppe pretese analitiche,  sono la voce di un‘esperienza che ho maturato nelle lotte e che oggi mi porta a costruire relazioni solidali e comunitarie alla ricerca di un cambiamento sempre anelato perché cerco  ancora il pane e le rose.

Eppure tutto è più difficile.

Cio’ che nel tempo si è andato  realizzando, anche con i governi di centro sinistra, e ora con la politica dei giallo-verde ha una forza performativa straordinaria che chiama rancore e vendetta.

Ci vorrebbe una grande risposta corale per scardinare l’odio sociale che avanza. Saper scartare e abbattere questo nuovo muro. Ma dubito che possa essere una cosa di breve lena. Perciò penso che quel fare società di cui ho detto e che abbiamo provato ad agire sia ancora fondamentale; sua proprio la pietra angolare per un cambiamento.

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