Tornare a Ventotene

di Pasqualina Napoletano* – L’Europa conosce la crisi più grave di sempre.
L’Unione Europea, che spesso è assimilata tout court all’Europa, ne è la causa principale.
L’evoluzione dell’UE negli anni è stata accompagnata da molta retorica, quest’ultima, spesso ha fatto velo al farsi concreto dei suoi ordinamenti e del suo complesso funzionamento.
A questo proposito, quante volte abbiamo sentito associare l’Unione alla figura di Altiero Spinelli come figlia di quel Manifesto stilato a Ventotene nel 1941 con Rossi e Colorni? La realtà è che l’Unione Europea che conosciamo è l’esatta negazione del federalismo immaginato da Spinelli.
L’Unico tentativo vero di dare una Costituzione federale all’Europa fu quello che egli tentò nel 1984 sottoponendo al voto del Parlamento Europeo il suo “Progetto di Trattato sull’Unione Europea”.
Il Parlamento l’approvò a larghissima maggioranza e ciò avrebbe dovuto conferire stabilmente al Parlamento Europeo, per la prima volta eletto direttamente, il potere costituente.
Quel tentativo fallì e il potere di negoziare e approvare i Trattati e loro eventuali modifiche, restò saldamente nelle mani dei governi che, per giunta, devono farlo all’unanimità.
E’ vero che esistono le ratifiche parlamentari e in alcuni Paesi i referendum ma è un “prendere o lasciare”.
La storia recente ci indica, infatti, che opporsi ai Trattati attraverso singoli referendum nazionali, come accadde in Francia e in Olanda nel 2005, non porta necessariamente ad ottenere miglioramenti.
Se la preoccupazione di una parte dell’elettorato di sinistra in Francia che votò NO fu quella di evitare la costituzionalizzazione del mercato, nel testo successivamente negoziato ed approvato dai governi, il mercato e la concorrenza rimasero il cuore del Trattato e, sia pure con un accresciuto potere legislativo del Parlamento Europeo, il carattere intergovernativo dell’Unione ne risultò accentuato.
Caddero via via le ipotesi di dare potere d’iniziativa legislativa al PE, così come quella di istituire un solo Consiglio legislativo al posto degli innumerevoli Consigli tematici – riforma che avrebbe prefigurato il ruolo del Consiglio come seconda Camera legislativa così come aveva immaginato Spinelli.
Fu istituita, per contro, la figura del Presidente del Consiglio, ruolo in precedenza garantito dalla rotazione semestrale delle presidenze, ma non in sostituzione di queste ultime che continuarono e continuano ad esistere.
Fu perfino eliminato dal Trattato il riferimento all’inno e alla bandiera europea.
Anche simbolicamente risultò chiara, da parte dei governi, la volontà di impedire la sia pur minima empatia tra cittadini e Unione Europea.
Tutto ciò fu accompagnato dalla perdita di ruolo della Commissione Europea, dal potere accresciuto del COREPER (Comitato dei Rappresentanti Permanenti dei Governi degli Stati Membri) e dall’espansione della cosiddetta Comitologia nella formazione delle proposte normative da parte della Commissione. Solo per citare alcuni degli elementi che hanno contribuito a definire l’attuale assetto intergovernativo.
L’Unione Europea ha assunto, quindi, sempre più i caratteri di una Confederazione, in cui i governi tengono nelle proprie mani le redini dell’intero processo, e questo non è per nulla in contraddizione con la cessione di sovranità avvenuta con l’Unione Monetaria e dalla moneta unica. Per questo le parole d’ordine “Più Europa”, “Vogliamo l’Europa politica” hanno perso il significato iniziale di chi sognava gli Stati Uniti d’Europa. Che cosa sono se non Europa politica il Fiscal Compact, il six pack e il two pack, dispositivi che, come ormai tutti abbiamo imparato, limitano, in modo coercitivo, il potere degli Stati di definire i propri bilanci , cioè di decidere come spendere i propri soldi? La questione è che il potere legislativo dei Parlamenti nazionali non viene ceduto al Parlamento Europeo ma a un consesso di Governi in cui le regole vengono di fatto dettate dai più forti. Quindi un’Europa politica sì, ma non democratica.
L’Euro, immaginato come vincolo per garantire l’europeizzazione della Germania unificata, ha comportato, per i Paesi aderenti, l’onere di sostenere una moneta forte avendo tra loro e al loro interno grandi disparità nei livelli di sviluppo e nei redditi e tutto ciò senza politiche sociali e fiscali europee capaci di riequilibrare lo sviluppo del continente.
L’Europa sociale, al pari del federalismo, è stata l’altra vittima di questo processo.
Se durante gli anni ’70 e fino agli inizi degli anni ’80, la sinistra in Europa sosteneva iniziative
quali: la diminuzione dell’orario di lavoro; la costituzione di comitati di lavoratori nelle imprese multinazionali; il salario minimo, nel periodo successivo, via, via ha accettato le compatibilità imposte dalla globalizzazione neo-liberista.
Negli anni ’70 Ronald Reagan e la signora Thatcher avevano costruito le fondamenta politico-istituzionali della globalizzazione finanziaria e l’Unione Europea si è collocata in pieno in quella scia con l’idea illusoria, da parte della sinistra, di poterne arginare gli effetti con politiche di welfare a dimensione esclusivamente nazionale.
La sinistra in Europa ha avuto grandi responsabilità ed è improprio definirla sinistra europea poiché essa, in quanto tale, non esiste.
Già dai tempi di Spinelli, i voti al suo Trattato vennero più numerosi dal PPE che non dalla sinistra.
La sinistra non ha mai scelto l’Unione Europea come terreno di azione e di scontro essa ha tentato di difendere, nel migliore dei casi, e via via con meno successo, quel welfare nazionale frutto delle lotte del movimento operaio e dei compromessi del ‘900.
L’ideologia che ha presieduto allo sviluppo dell’Unione, fin dal dopoguerra, è stata il funzionalismo il cui principale esponente fu Jean Monnet. Il funzionalismo è basato sul conseguimento di tappe progressive e su un’evoluzione tecnico-amministrativa legata a obiettivi comuni da raggiugere.
Quel percorso ci ha portati dalla messa in comune del carbone e dell’acciaio fino alla moneta.
Questa teoria si basava sulla convinzione che l’unione politica sarebbe scaturita come conseguenza degli obiettivi raggiunti attraverso l’integrazione funzionale.
Così non è stato.
Questo meccanismo è deflagrato con l’Euro e con la crisi economica.
Quest’ultima ha reso chiaro la non volontà di questa Unione di difendere i lavoratori sempre più precarizzati e le classi medie sempre più impoverite
Sarebbe interessante esaminare in modo più approfondito il ruolo dell’Unione Europea nella crisi.
Non c’è tempo per farlo qui, spero che altri interventi tornino su questo punto.
Segnalo soltanto che fin dalla sua narrazione ,risultata del tutto falsa, come “crisi importata dall’esterno” l’Unione si è chiamata fuori dalle proprie responsabilità continuando come se nulla fosse nelle sue ricette rigoriste.
L’apoteosi dell’economicismo, una macchina amministrativa molto parcellizzata e invischiata nelle complesse procedure fino a perdere il senso della direzione di marcia ha finito col logorare le stesse motivazioni dello stare insieme.
Nel 2000 Vaclav Havel, Presidente dell’allora Cecoslovacchia, nel suo discorso di fronte al Parlamento Europeo sostenne che a questa Unione mancasse l’anima.
Questa considerazione da parte di un uomo di cultura, quale lui era, parlava anche della disillusione dei tanti che, nei paesi dell’est, avevano visto le loro speranze sopraffatte dai negoziati su centinaia e centinaia di dossier, soprattutto quelli del mercato interno, fino allo spegnersi di ogni aspettativa.
Quando per troppo tempo si sostituisce alla volontà politica, e alle responsabilità che essa comporta, una sequenza di obiettivi di mercato che non producono più neanche benefici visibili alla maggioranza della popolazione, si arriva al punto in cui molti, troppi, soprattutto i più deboli, percepiscono tutto ciò come una camicia di forza, una condanna.
Non vale nemmeno ricordare alle nuove generazioni le motivazioni delle origini, nemmeno quelle più nobili, quali quella dell’Unione Europea garante della pace. Esse appaiono lontane e purtroppo contraddette dalla realtà che ha posto sotto i loro occhi via via: la guerra dei Balcani, le due guerre del Golfo, l’Afghanistan, la Siria e da ultima la Libia e ancora la vergognosa politica dell’immigrazione.
In questo quadro, ripartire dalla riforma dei trattati appare quanto di più minimalistico e, al tempo stesso, irrealistico possa esserci.
Intanto, non si può prescindere da un dato e cioè che la politica degli Stati Uniti è cambiata.
Un’epoca si è chiusa e il protezionismo di Trump avrà degli effetti sull’Unione Europea e sull’intera Europa.
All’orizzonte delle elezioni europee, quello che si sta delineando è uno scontro tra sovranisti ed europeisti, e ciò andrebbe scongiurato, o almeno contrastato, con una visione critica e l’indicazione di prospettive che escano dalle compatibilità date.
Se i sovranisti nostrani sostengono di non voler mettere in discussione l’Euro e quindi di non volersi inoltrare in piani B che aprirebbero altri scenari, quale Unione prefigurano se non quella esistente con addirittura maggiore conflittualità tra Stati Membri?
Un’Unione basata sui ricatti che tuttavia accetta questo stato di necessità.
E’ possibile aprire altre prospettive?
A che condizioni?
Se si condivide, almeno in parte, questa analisi non si può che partire da un diverso progetto istituzionale e da obiettivi politici che la sinistra dovrebbe assumere in una dimensione sovranazionale.
Riprendere il discorso federalista è possibile, e con chi?
Se parlare di Stati Uniti d’Europa in questa situazione appare irrealistico, si potrebbe prospettare la creazione di un nucleo Federale che non necessariamente deve essere alternativo all’Unione, al contrario, esso potrebbe rappresentare un soggetto in grado di condizionare sia la dimensione economica che politica dell’intera Unione e per questa via
ottenere quelle riforme che oggi appaiono impossibili o marginali.
Si potrebbe partire dai fondatori ? da parte della zona Euro? Dalla dimensione mediterranea così marginalizzata da risultare, a volte, residuale?
Quest’ultima sarebbe ai miei occhi la più coerente ed anche la più interessante per storia e per
cultura.
Altro discorso è quello sulla sinistra.
In Europa sono avvenuti in passato eventi di prima grandezza quali il movimento contro la guerra in Iraq; movimento che fu definito “la seconda potenza mondiale”.
Nessuno in Europa riuscì a rappresentarlo, anche perché, appunto , era un soggetto europeo e mondiale e non poteva essere rinchiuso nella rappresentanza di un Paese.
Il mio punto di vista è che la sinistra, di sovranismo, sia già morta.
Che cos’è la crisi della socialdemocrazia, a cominciare da quella tedesca, se non avere immolato i diritti dei lavoratori, delle donne, dei precari, degli ultimi, sull’altare della difesa di un malinteso interesse nazionale?

Questo è valso un po’ per tutti tanto che il Parlamento Europeo, che in teoria è l’istituzione federale per eccellenza, ha subito anch’esso una involuzione per il prevalere delle logiche nazionali.
Oggi un grande movimento che ci dà speranza è quello delle donne.
Il femminismo, dato anch’esso per morto, è riscoperto da nuove generazioni di donne e questo sia in Europa che negli USA, ma direi su scala planetaria. Nelle elezioni americane nel campo democratico tutto questo ha trovato rappresentanza. Avverrà qualcosa del genere anche in Europa e in Italia?
Finora, purtroppo, non si avvertono segnali a riguardo.
Il discorso istituzionale, tuttavia, non va sovrapposto al ruolo della sinistra.
Sono due condizioni necessarie ma non completamente sovrapponibili.
Per un nuovo progetto federalista, non basta la sinistra, ammesso che lo condivida. C’è bisogno di altre forze democratiche, liberali, verdi e perfino popolari, e queste sono alleanze tutte da costruire.
Quanto alla sinistra e al suo ruolo, sarebbe importante, in vista delle elezioni europee, la presenza di un soggetto veramente europeo, che abbia obiettivi politici riconoscibili e nuovi, proprio perché escono dall’orizzonte nazionale, per misurarsi su quello che l’ Unione dovrebbe fare, in controtendenza con la sua storia recente.
In alcuni Paesi si cominciano a percepire movimenti interessanti in questa direzione.
E in Italia?
L’auspicio di molti è che la sinistra sappia trovare le ragioni per unirsi anche perché nel percorso che ho descritto, se qualcuno si è opposto, sia agli effetti nefasti della politica neo-liberista sia alle ripetute guerre, è stata la sinistra definita radicale. Oggi lasciare alla destra la rappresentanza del malessere nei confronti dell’Unione Europea, a me sembra una pazzia.
Nelle scorse elezioni, fu la Grecia con Tsipras a trainare un’alleanza ed un’esperienza interessante, almeno sul piano elettorale.
Essa per la prima volta evocava un sodalizio tra forze di Paesi diversi ancora più emblematico per il trattamento ottuso e crudele che la Grecia aveva ricevuto, nell’indifferenza della sinistra socialista in quel periodo.
Non si arrivò , tuttavia, ad una lista transazionale.
Oggi, possiamo andare oltre, fare di più e meglio ?
Il rischio che vedo incombere è che tante persone di sinistra potrebbero non trovare chi possa rappresentarle ed arrendersi all’astensione. E questo quando, nonostante i tempi bui, nel nostro Paese c’è voglia di reagire come dimostrano le innumerevoli iniziative ed anche le piazze.

* Intervento all’Assemblea triennale del CRS, Roma, 4 dicembre 2018

Menu