Un poco di rosa in Tunisia?

Andrea Amato (Presidente IMED-Istituto per il Mediterraneo) –

Il Governo tunisino, su impulso del Presidente della Repubblica, ma anche perché sollecitato dalle recenti manifestazioni delle donne, ha approvato una proposta di legge per la parità di diritti tra uomini e donne nella successione, che modifica le norme d’impianto coranico, attualmente in vigore, che nemmeno l’illuminato governo di Bourghiba aveva osato scalzare. Ora, la proposta passa all’Assemblea Nazionale. Se questa dovesse approvarla – e, in principio, non potrebbe non farlo, nel rispetto della Costituzione e delle Convenzioni Internazionali sulla parità di diritti e sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione, ratificate, senza più riserve, dallo Stato tunisino – sarebbe la prima volta dell’adozione di una norma del genere in un paese arabo. L’uso del condizionale è, purtroppo, d’obbligo, non solo perché il partito di Ennahda, nonostante i tentativi di mostrare all’opinione pubblica un cambiamento di pelle rispetto al duro integralismo islamico degli anni passati, ha già dichiarato la sua opposizione, ma anche perché i voti necessari a bocciare la proposta potrebbero , in modo più o meno esplicito, venire in soccorso dalle fila di altri partiti, soprattutto da deputati maschi che, pur non essendo integralisti islamici e, talvolta, nemmeno musulmani praticanti, non riescono a scrollarsi di dosso i retaggi di una cultura arcaica e patriarcale.

In fondo, questa vicenda illustra in modo lampante il dramma di questo paese, quello di una assurda dicotomia tra una società civilmente avanzata e la sua rappresentanza istituzionale, arretrata, non solo per la presenza ancora determinante dell’islamismo politico, ma anche perché quotidianamente impastoiata nella “politique politicienne” e non sempre insensibile ai richiami della corruzione.

Eppure, nonostante questa dicotomia, nonostante la deriva autoritaria del Governo, nonostante la povertà cresca e la disoccupazione diventi sempre più opprimente, nonostante l’Europa (non solo l’Unione Europea) e l’Occidente abbiano lasciato a se stesse le sorti del paese che doveva essere il baluardo della liberazione democratica del mondo arabo, nonostante le recenti prese di posizione del Fondo Monetario Internazionale che minacciano di far precipitare il paese in un disastro economico e sociale dal quale sarebbe difficile sollevarsi, nonostante tutto questo, la società tunisina mostra, nella sua maggioranza, di tenere la schiena dritta e non rinunciare a far avanzare diritti civili e conquiste sociali. E ciò, non solo per la fiera determinazione delle cittadine e dei cittadini di questo meraviglioso paese, ma, soprattutto, perché la Tunisia è l’unico paese arabo in cui esiste una società civile organizzata, radicata e combattiva. con alle spalle decenni di lotte civili e sociali. Una presenza fatta da Organizzazioni nazionali come l’UGTT (l’unico sindacato veramente autonomo che esista nei paesi arabi, e senza la cui forza organizzata e il chiaro orientamento contro la dittatura, la Rivoluzione del 2011 sarebbe stata destinata alla sconfitta), come i Movimenti delle donne (ATFD e AFTURDTunisi), la Lega dei Diritti Umani, l’Ordine Nazionale degli Avvocati. Ma anche di tante associazioni che a livello locale operano nei campi della cultura, dell’ambiente, del sociale. Ed è proprio questa presenza ad aver fatto la differenza con gli altri paesi arabi in cui ci si è ribellati alle dittature. Questo dovrebbero tenerlo bene a mente tutti quelli che cianciano di fallimento delle Primavere Arabe.

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