Un altro sovranismo è solo subalterno: Gramsci

Un altro sovranismo è solo subalterno

di Pasquale Voza

Di fronte all’egemonia politico-culturale e alle forze di governo delle destre (tale è da intendersi decisamente il senso e il contesto del cosiddetto governo giallo-verde) si delineano presunte alternative che tendono a riprendere e a rideclinare in chiave “democratica” e/o “progressista” le linee di fondo di quell’egemonia: è il caso della recente proposta, da parte di Stefano Fassina,  “Patria e Costituzione”: una sorta di terza via tra europeismo neo-liberista e sovranismo-nazionalismo, il quale ultimo, del resto – a ben guardare – non mette in discussione la logica di fondo del neo-liberismo.

Intanto va detto che la ricerca di un “avallo” a questa terza via nei nomi e nei testi di Gramsci e di Togliatti risulta decisamente avventurosa e impropria. In particolare, per quanto concerne Gramsci, appare incomprensibile l’affermazione secondo cui l’autore dei Quaderni del carcere avrebbe fatto “del concetto di nazional-popolare un pilastro della cultura politica del partito dei lavoratori”. A parte il fatto che l’espressione gramsciana è quella di nazionale-popolare, va detto che essa intendeva designare la peculiarità, la determinazione storica dell’intreccio e dell’interazione Stato-società civile e al tempo stesso intendeva proporre, sulla base di un punto di vista di classe, la costruzione di un nuovo “blocco storico” e perciò di un’egemonia alternativa.

Dispiace poi, ma non sorprende, la banalizzazione estrema del Sessantotto, a partire dal quale, secondo Fassina, sono andate prevalendo a sinistra “un’interpretazione parziale” e “una visione subalterna di liberazione dell’individuo” e insieme “la criminalizzazione della patria e dello Stato nazionale”. (Forse, nel cinquantenario del Sessantotto, sarebbero auspicabili, anche da parte di un Fassina pensoso di terze vie, una qualche distanza dai luoghi comuni e una qualche attenzione alle idee-forza del Sessantotto quale quella della prospettiva inedita della “politicizzazione della vita quotidiana” e quale quella della critica del rapporto “scienza-capitale”.)

In connessione con tutto ciò, la proposta dell’Associazione si articola e si motiva con argomentazioni e notazioni tutte giocate nell’ambito separato e autoreferenziale dell’ideologia politica in quanto tale, senza il pur minimo sospetto della necessità di un riferimento sostanziale alla realtà complessa dell’attuale capitalismo globalizzato e dei nuovi nessi nazionale-internazionale. Quella che è stata chiamata la “nuova ragione del mondo” (Dardot e Laval), in riferimento alla razionalità neo-liberista e ai suoi dispositivi disciplinanti, ha dato vita a processi formidabili di interiorizzazione dell’esistente, che contrassegnano la peculiarità dell’individualismo attuale. Esso – com’è stato osservato da più parti – risiede nei caratteri della serialità, della ripetitività e insieme della molteplicità e della frammentazione: il singolo è imprenditore di se stesso, del proprio “capitale umano”, e insieme è frammentato e atomizzato, all’interno di una società dello spettacolo giunta a un suo stadio estremo. Fuori da questo orizzonte “antropologico”, oltre che economico-sociale e politico, anche la neonata Associazione è destinata a sopravvivere nel puro gioco politico.

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