Un medio oriente senza primavera

di Fabio Alberti – Con un tweet del 19 dicembre – “L’Isis in Siria è stata sconfitta, unica ragione per essere lì durante la mia presidenza” – il presidente Trump ha annunciato a sorpresa il disimpegno statunitense dal teatro siriano.

Lo ha fatto dopo una telefonata col neo-sultano Erdogan nella quale, oltre a incassare una vaga disponibilità turca a soprassedere dall’acquisto di armamenti russi, ha verosimilmente dato il via libera al presidente turco per invadere la Siria del nord-est, allargare la cosiddetta “zona cuscinetto” e schiacciare l’esperienza di autogoverno del Rojava. Quelli che sino a quel momento erano stati suoi alleati e principale forza politica e militare di contrasto all’insediamento dell’Isis in Siria vengono abbandonati al loro destino.

La conseguenza immediata è stata la ripresa dei colloqui delle Forze Democratiche Siriane (la coalizione a guida kurda che controlla parte del nord-est del paese) col governo di Damasco, colloqui già avviati nello scorso giugno, ma interrotti, oltre che per divergenze sul futuro assetto statale, per le pressioni statunitensi. Le FDS, immediatamente dopo l’annuncio di Trump, hanno invitato il governo siriano a “prendere il controllo delle aree dalle quali si sono ritirate le nostre forze e a proteggerle contro un’invasione turca», cosa che è avvenuta alla fine dello scorso anno con grande disappunto della Turchia.

Si chiude così con un ennesimo cambio di alleanze l’ottavo anno di guerra nel Levante con il mezzo milione di morti e 12 milioni di sfollati e profughi – oltre metà della popolazione – in gran parte rifugiati nei paesi circostanti e che premono alle porte dell’Europa. Una guerra fatta di molteplici conflitti che si intrecciano in modo apparentemente inestricabile e il cui costo è stato scaricato tutto sulla popolazione siriana.

In realtà l’Isis, seppure in grandi difficoltà per la perdita di territori in Iraq e Siria, non è affatto sconfitta. La sua posizione esce anzi rafforzata dal ritiro americano. Le dimissioni a catena di alti esponenti governativi che hanno seguito l’annuncio, il parere del Pentagono e soprattutto le pressioni israeliane, oltre alla contromossa kurda, hanno indotto Trump, per ora, a frenare. Si parla di un ritiro in quattro mesi e non più immediato, ma la direzione di marcia resta la stessa.

La mossa non avrebbe dovuto sorprendere più di tanto. Essa è in linea con il progressivo riorientamento delle attenzioni statunitensi verso il teatro asiatico, iniziata già con la presidenza Obama che aveva dovuto ammettere il fallimento della strategia del Grande Medio Oriente, dopo la catastrofe dell’invasione dell’Iraq.

“Errori di calcolo e violazione di regole di ingaggio nello Stretto di Taiwan o nel Mar Cinese Meridionale potrebbero trasformarsi in un conflitto militare, creando una catastrofe globale” ha ammonito sul Washington Post l’ex presidente Carter, mentre il Congresso Usa apprende da un rapporto sulla National Defense Strategy che un conflitto militare con il colosso asiatico potrebbe essere perdente.

Con la crescente ossessione del confronto con la Cina, con la quale è ormai entrato in clima di guerra fredda, per ora tecnologica e commerciale, ma con crescenti rischi di incidenti militari, la potenza statunitense in declino è sempre meno in grado di gestire una presenza diretta in Medio Oriente, delegata allo storico alleato saudita.

All’Arabia Saudita gli Usa continuano ad affidare la destabilizzazione, per il tramite delle milizie jadiste, dei paesi dell’area in funzione di contenimento dell’influenza iraniana e soprattutto il compito di contendere all’Iran il controllo dello stretto di Bab el Mandeb, porta di accesso al mar Rosso e quindi al Canale di Suez.

Da qui passa ogni giorno il 10% del commercio mondiale e da qui, tra lo Yemen e Gibuti, passa la Maritime Silk Road, componente marittima dell’iniziativa strategica cinese “One Belt One Road Inititive”. Il controllo dello stretto è quindi di grande importanza strategica come testimoniato anche dell’affollamento di basi militari a Gibuti. Stati Uniti, Francia, Giappone, Cina, Arabia Saudita e persino l’Italia hanno da tempo stabilito un avamposto militare nel piccolo stato africano.

La guerra nello Yemen, troppo spesso taciuta dai media o citata solo per la «catastrofe umanitaria senza precedenti», come l’ha definita il vicesegretario agli affari umanitari delle Nazioni Unite Stephen O’Brien, ha invece una grande importanza strategica proprio nel confronto con la Cina e infatti prosegue, con il suo corollario di atrocità e grazie, anche, agli armamenti italiani.

Ciò che appare davvero sconfitto, nel ginepraio di conflitti globali e locali che si sono scaricati sulla popolazione siriana, sono le speranze che l’ondata di sollevazioni popolari in Nord Africa e Medio Oriente aveva aperto anche in Siria. La rivoluzione democratica siriana prima ignorata, poi infiltrata da jiadisti al soldo saudita e quindi schiacciata con il decisivo intervento dell’aviazione di Putin appare ormai al capolinea. Dopo il colpo di stato di Al Sisi in Egitto, solo in Tunisia, pur tra enormi problemi evidenziati dalla recentissima sollevazione di Kasserine, il processo della “primavera” sembra proseguire.

La Siria si avvia quindi verso una pax russa?

I negoziati di Astana, avviati lo scorso anno sotto l’egida russo-turca, e poi iraniana, in parallelo con gli incontri di Ginevra e con l’assenza delle potenze occidentali, sono giunti all’ottavo round senza apparenti risultati significativi, ma proprio la recente mossa di Trump potrebbe farli entrare nel vivo.

Intanto la sovranità russa sul porto di Tartus e sulla base aerea di Khmeimim è stata confermata per i prossimi 49 anni con un trattato russo-siriano del gennaio 2017 che, insieme alle basi, garantisce immunità ai militari russi di fronte alla giurisdizione siriana. Gazprom, il colosso russo dell’energia controllato dal Cremlino, conferma il progetto della Iran–Iraq–Syria pipelinealternativo alla proposta qatariota di un gasdotto Qatar-Siria-Turchiae gli appetiti sul Bacino del Levantedi gas.

Si comincia quindi ormai a parlare di ricostruzione e, qui, si riaffaccia la Cina, presente massicciamente all’ultima fiera di Damasco, e che si sarebbe già intestata contratti per 40 miliardi di dollari, in particolare nel settore dei trasporti e dell’energia, su 250 miliardi complessivi per la ricostruzione stimati dall’Onu e che ha annunciato un investimento di 2 miliardi di dollariper la realizzazione di un parco industriale per 150 aziende cinesi in una località vicina a Damasco. E il grande gioco continua…

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