Un Calvario lungo trent’anni

di Andrea Amato –

I nomi della geopolitica

C’è una regione del mondo, quella che va dalla Turchia alla Mauritania, passando per le Repubbliche Caucasiche, l’Afghanistan, l’Iran, i Paesi del Golfo, il Corno d’Africa e il Nord Africa, che le Nazioni Unite e le sue Agenzie, nonché un certo numero di cancellerie (compresa quella della Repubblica Popolare Cinese) chiamano WANA (West Asia & North Africa). Si tratta però di una denominazione puramente geografica e burocratica.1 In generale, la geopolitica ha assegnato a quest’area nomi del tutto parziali, sia dal punto di vista geografico che delle identità: Maghreb2, Shaam3, Levante4, Mashreq5, Mashreq Arabo6, Medio Oriente7, Vicino Oriente8, Paesi Arabi9, Paesi Islamici10, Paesi del Golfo11.

Stessa parzialità per i nomi dati dalle politiche dell’Unione Europea: Paesi Terzi Mediterranei,12 Paesi Partner Mediterranei,13 Paesi del Vicinato.14

Una sola denominazione geopolitica comprende l’insieme di questi paesi, quella di “Grande Medio Oriente”,15creata fin dagli anni ’70 dai think tank vicini al Pentagono e lanciata da George W. Bush nel G8 del febbraio 2004, che approvò la famosa “Iniziativa per il Grande Medio Oriente”, fatta propria poco dopo anche dalla NATO. Rispetto alle altre denominazioni sopra ricordate, che per lo più rappresentavano strategie coloniali o post-coloniali europee ovvero provenienti dal soft power dell’UE o delle Organizzazioni Internazionali, qui si trattava di un esplicito disegno d’intervento imperialistico da parte degli Stati Uniti. In quanto tale, fu molto criticato sia da parte araba che da quella europea. Non si capiva come si potesse concepire un intervento “riformatore” univoco in una regione che andava dal Maghreb al Pakistan, con situazioni, culture, storie e identità molto diverse, se non perché dettato dalla “guerra al terrorismo” e dalla volontà di neutralizzare, o meglio assoggettare, un’area di vasta instabilità, anche per farne una sorta di cortina nei confronti di pericoli che all’epoca erano solo potenziali: Russia e Cina.

I disastri di oggi hanno radici lontane

Indipendentemente dagli esiti di quella strategia e dalle diverse fisionomie che negli anni successivi ha avuto la politica estera americana, quell’area, vista col senno di poi, ha assunto sempre più un carattere comune: non più solo instabilità politica ed esplosione di conflitti sociali, non solo repressione delle libertà, ma guerre sanguinose, massacri , genocidi, milioni di profughi disperati, Stati nazionali andati in pezzi. I media non riescono a star dietro alle notizie quotidiane: Siria, Turchia, Iraq, Libano, Giordania, Gaza, Egitto, Libia, Algeria. Del Marocco si parla poco, ma anche lì un potere feudale tiene in scacco una popolazione apparentemente apatica. Finanche la Tunisia, il paese della speranza, dopo le ultime elezioni corre sul filo del rasoio. Insomma, il Grande Medio Oriente sembra essere diventato una profezia al contrario.

Tutto questo ha a che fare con la caduta del muro di Berlino? Sì, certamente. Soprattutto con i due anni successivi al 1989, cioè con la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Mentre in Europa e in parte del modo arabo, l’89 veniva salutato con un moto di grande speranza per l’avvenire del mondo, gli Stati Uniti si dibattevano tra due opposti, ma alla fine convergenti, “sentimenti”. Da un lato l’ebrezza del potere sconfinato derivante dalla guida incontrastata di un mondo diventato ormai unipolare, dopo la fine del bipolarismo; dall’altro lo sgomento di non avere più “il” nemico su cui basare tutta la sua politica di potenza e l’esigenza di crearne subito un altro.

Il primo esercizio di potenza nel mondo unipolare

Prima ancora che, nel 1993, Samuel Huntington sistematizzasse la questione del nemico con la sua teoria sullo “Scontro delle Civiltà”, identificandolo nell’Islam, George H. W. Bush (padre) scatena, tra la fine del 1990 e l’inizio de 1991, la prima Guerra del Golfo. Una sorta di “rito sacrificale” offerto al popolo americano, così è stata definita16, con lo scopo di scongiurarne la depressione dopo un lungo periodo di benessere, ma soprattutto per dare sfogo all’industria bellica e salvaguardare gli interessi petroliferi degli Stati Uniti. Il nuovo nemico è Saddam Hussein, che egli chiama “il nuovo Hitler”, contro cui mobilita un imponente intervento militare, Desert Storm, per il quale riunisce una vasta coalizione di 35 Stati. Si trattava dello stesso Saddam Hussein che gli Stati Uniti avevano, dal 1980 al 1988, armato e finanziato, con l’appoggio di Francia e Italia.17

E’ la prima volta, dopo il Vietnam, che l’esercito americano interviene direttamente, così massicciamente, al di fuori del proprio territorio nazionale. Fino allora, gli Stati Uniti erano intervenuti nell’area attraverso il ben noto (soprattutto ai medio-orientali) metodo della “guerra per procura”. Così avevano fatto in Afghanistan dal 1980 al 1989, durante le presidenze Carter e Reagan, nella guerra contro i Sovietici, utilizzando uno schema che sarà ripetuto fino ai giorni nostri, e cioè reclutando, addestrando e armando musulmani da tutto il mondo, i Mujaheddin Afghani, usando i soldi dell’Arabia Saudita e il Pakistan come base operativa.18

Non si è riflettuto abbastanza sulle conseguenze non materiali che la prima guerra del Golfo ha provocato nel mondo arabo. Chi in quegli anni ha avuto modo di frequentare i paesi arabi, conosce bene quella lacerazione sentimentale con l’Occidente, Europa compresa.19 Storicamente essa giungeva dopo quella causata dalla vicenda palestinese (con il corollario libanese). Se non si tengono presenti questi due primi strappi, non si capiscono i sentimenti di frustrazione, d’impotenza, di rabbia di un intero popolo; quella “infelicità” araba, magistralmente descritta da Samir Kassir.20

(continua)

1Un’altra denominazione geografica ma relativa a un’area più circoscritta, è quella introdotta dalla Banca Mondiale: MENA (Middle East & North Africa).

2 Politicamente il Maghreb è oggi quello dell’UMA (Unione del Maghreb Arabo) che comprende: Algeria, Libia, Marocco, Mauritania e Tunisia).

3 L’antica Siria Islamica che, sotto il Califfato Abbasside, si estendeva dal golfo di Alessandretta (oggi in Turchia) fino al Sinai, comprendendo gli attuali territori di Siria, Libano, Israele, Palestina e Giordania. Chiamata anche Grande Siria. La denominazione Shaam è tornata internazionalmente in auge con l’Organizzazione jihadista DAESH (ISIS) cioè Stato Islamico dell’Iraq e dello Shaam (Dawla al Islamya fi’l Iraq wa as-Shaam)

4 Per la Repubblica di Venezia, e poi per gli inglesi, il Levante (o Levante Mediterraneo) era lo Shaam degli arabi, cui venivano aggiunti la Turchia, Cipro e talvolta anche l’Egitto e la Cirenaica. Gli Stati del Levante, in senso francese, sono Siria e Libano, da quando nel 1920, furono, dalla Società delle Nazioni, sottoposti al Mandato della Francia.

5 In origine il Mashreq era rappresentato da un territorio che comprendeva lo Shaam e la Mesopotamia. Per l’UE, vi si aggiunge l’Egitto ma si toglie l’Iraq; con l’ambiguità mai risolta se del Mashreq faccia o no parte anche Israele.

6 Oltre ai paesi del Mashreq formato UE, ne fanno parte l’Iraq, gli Stati del Golfo, lo Yemen e il Sudan.

7 Termine oggi controverso quanto alla connotazione geografica. Evidente quando si collocava tra un Estremo Oriente, che cominciava con l’India, e un Vicino Oriente che arrivava ai Balcani, parte dell’Impero Ottomano. In generale, oggi per Medio Oriente s’intende il territorio del Mashreq Arabo, senza il Sudan ma con Israele, Turchia e Iran e, talvolta Afghanistan e Caucaso.

8 Denominazione usata ormai solo dalla Diplomazia francese. Corrisponde all’accezione corrente di Medio Oriente.

9 Sono i Paesi membri della Lega Araba, cioè quelli del Maghreb e del Mashreq Arabo, con in più Somalia, Gibuti e Comore.

10 Sono i Paesi dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica

11 Sono i sei Stati membri del CCG (Consiglio di Cooperazione del Golfo) e cioè: Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar, cioè tutta la penisola arabica eccetto lo Yemen.

12 I Paesi del Sud e dell’Est del Mediterraneo ai quali era rivolta la Politica Mediterranea della Comunità Europea dal 1976 al 1995. Da notare che tra questi Paesi vi era anche la Iugoslavia.

13 Sono i 12 Paesi del Partenariato Euro-Mediterraneo (Processo di Barcellona) del 1995: Algeria, Autorità palestinese, Cipro, Egitto, Giordania, Israele, Libano, Malta, Marocco, Siria, Tunisia e Turchia. Quest’ultima non ne fece più parte quando divenne Paese Candidato all’ingresso nell’Unione Europea, così come Malta e Cipro dopo essere diventati Stai Membri.

14 Nel 2003, l’UE (presidenza Prodi) lanciò la PEV (Politica di Vicinato), che si rivolgeva a un insieme di Paesi (“cerchio di amici”) intorno all’UE, che comprendeva i paesi del Partenariato Euro-Mediterraneo e i vicini dell’est (con l’esclusione dei Balcani, perché candidati o candidati potenziali): Bielorussia, Ucraina, Moldavia, Armenia, Georgia e Azerbaijan.

15 In realtà l’espressione in lingua inglese è più precisa “Greater Middle East”: Medio Oriente più grande.

16 Lloyd Demause, “The emotional life of Nations”, Karnac Books, 2002.

17 Sono noti gli scandali della Montedison, per la fabbricazione di armi chimiche in Irak, e della BNL da cui passavano i finanziamenti americani al governo iracheno. A seguito di quest’ultimo scandalo, l’Addetto militare dell’Ambasciata italiana a Baghdad si suicidò.

18 Fin dall’inizio della guerra, Osama Bin Laden fu uno degli organizzatori e finanziatori dell’addestramento dei Mujaheddin; aveva costruito in Pakistan una serie di campi dove operavano istruttori americani e pakistani e dove sembra fossero presenti anche consiglieri britannici.

19 Dei dodici Stati membri dell’allora Comunità Europea, solo il Lussemburgo non partecipò alla coalizione.

20 Samir Kassir, “L’infelicità araba”, Einaudi 2006. Samir Kassir, intellettuale e politico libanese, uomo di sinistra e sostenitore della causa palestinese, fu assassinato con un’auto bomba nel 2005, all’età di 45 anni.

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