We want strike!

di Barbara Pettine –

Uno spettro si aggira per l’Europa (il mondo)! Lo spettro dello sciopero globale femminista…

Così potremmo iniziare il nostro Manifesto di Non Una Di Meno, con un pizzico di ironia e una buona dose di travolgente radicalità, con cui da oltre tre anni le mobilitazioni oceaniche delle donne nel nostro continente come nelle Americhe e ovunque nel mondo si sono riprese le strade e le piazze, contro la violenza maschile e ogni forma di discriminazione. Un movimento potente che dalla lotta contro i femminicidi d’Argentina è dilagato negli altri stati del Sud, contagiando rapidamente anche gli Stati Uniti con le Women March anti Trump, e l’Europa/fortezza dove il revanchismo misogino si va saldando con le pulsioni razziste, i respingimenti alle frontiere con l’austerità economica, la precarizzazione del lavoro con lo smantellamento dello stato sociale.

È il nuovo femminismo del 99%, delle giovani e giovanissime, delle migranti e delle meticce, delle lesbiche, delle trans, delle tante e diverse identità sessuali, che non accettano più di nascondersi e di essere segregate, delle senza lavoro e delle ipersfruttate, di quelle a cui viene negato il diritto all’aborto e alla salute riproduttiva, di quelle che si schiantano di doppio lavoro, di quelle che vengono molestate e offese nella professione, nella società, nella famiglia, di quelle che non guadagnano mai come i colleghi maschi, di quelle a cui viene impedito di arrivare e di partire, che vengono respinte nei lager o lasciate morire nelle traversate, che vengono abusate e trafficate, di quelle cui non è mai stato dato il diritto di scegliere, di quelle spaccate e uccise dai loro uomini, di quelle cui vogliono togliere i figli e il diritto a crescerli perché non sarebbero buone madri, di quelle che costruiscono ponti e reti di accoglienza, che inventano azioni e pratiche di resistenza solidali, cha animano spazi e luoghi di libertà e cultura femminili, che elaborano un lessico quotidiano delle controviolenze, che inventano legami di sorellanza oltre e non ostante i confini, quelle della riscoperta di sé attraverso le altre e dell’educazione alle differenze nelle scuole, nelle università e ovunque nei luoghi della cultura e della comunicazione.

Esperienze, culture, linguaggi, generazioni differenti che si mischiano e creano insieme un pensiero femminista che rilegge l’economia, il lavoro, le relazioni sociali, familiari e interpersonali, con un approccio intersezionale attraverso la lente della violenza maschile sulle donne, cifra del sistema patriarcale e dello sfruttamento capitalistico delle esistenze e dei corpi, delle risorse naturali e umane, dei popoli.

Qui in Italia la scintilla è stato l’ennesimo feroce femminicidio, una ragazza giovanissima, cosparsa di benzina e arsa viva dal suo ex. E subito è stato un aggregarsi e costruire legami con le argentine che dall’altra parte del mondo, animavano da tempo manifestazioni oceaniche contro femminicidi e violenza nel loro Paese al grido di “NI Una Menos” (non vogliamo perderne più neanche una), nessuna più uccisa, nessuna più abusata, nessuna più sfruttata, nessuna nessuna più discriminata e offesa.
E subito è stato un dilagare di piccole e grandi assemblee in tante città d’Italia e il 26 novembre 2016 a Roma una manifestazione immensa, completamente autorganizzata, invadeva la città con l’energia di un ciclone festante. NON UNA DI MENO!
Il giorno dopo un’assemblea partecipatissima all’università dava il via all’elaborazione collettiva del piano femminista attraverso tavoli tematici locali e nazionali, che hanno lavorato per mesi coinvolgendo migliaia di donne in una scrittura collettiva complessa e articolata che si è alimentata di saperi e pratiche accumulate in centinaia di esperienze diffuse nel territorio.

Da subito si è individuato l’obiettivo dello SCIOPERO GLOBALE DELL’8 MARZO, raccogliendo e facendo propria l’indizione dello sciopero femminista partita proprio dalle argentine e già ripreso in decine di diverse nazioni.

Sì sciopero! ma come?

Nel movimento sono scarse le sindacaliste, specie dei sindacati confederali, ed anche le donne iscritte ai sindacati non si sono mai sentite troppo rappresentate nelle loro istanze femministe, mai abbastanza difese dalle discriminazioni dentro e fuori il lavoro.
Il femminismo sindacale, di rottura, propositivo e vivace negli anni 70-90 ora è caduto in disuso nelle confederazioni e quelle, come me, che ne sono state protagoniste ormai sono in pensione.
Le riunioni di NUDM (non una di meno) sono partecipate da sindacaliste di Usb, Cobas e altri sindacati di base che garantiscono il coinvolgimento delle proprie centrali sindacali, ma il rapporto è complesso e non sempre all’attivismo delle prime corrisponde un reale coinvolgimento dei sindacati di riferimento. Ci sono anche le attiviste di nuove espressioni sindacali autorganizzate, che sperimentano forme innovative di autotutela del lavoro precario come le Clap (camere del lavoro autonomo e precario), ma sono esperienze ancora circoscritte territorialmente e non sufficienti per proclamare uno sciopero generale.
La maggioranza delle donne che animano il movimento il sindacato non l’ha mai visto in nessuna forma e lo sciopero non l’ha mai frequentato.
Sono le under 40 quelle dei mille lavoretti sottopagati e ipersfruttati, le disoccupate, le partite Iva, le studenti che durante l’università sbarcano il lunario come possono. Le giovani donne anche quando sono assunte sono eternamente in prova, sotto botta di contratti a termine che finiscono subito, ma sono ripetuti sempre, oppure sono stagiste, tirocinanti, dottorande, ricercatrici cui viene chiesto lavoro gratuito, o ancora commesse, cameriere, babysitter, badanti e colf al nero, senza diritti e contributi: Molte sono per scelta attiviste dei centri e degli sportelli antiviolenza, delle case e delle associazioni di donne, che si autofinanziano e fanno risorsa del loro lavoro volontario.
Insomma la maggioranza di loro un/una sindacalista non l’ha mai incontrato/a e non lo/la sente dalla propria parte, perché dalle sue parti non è mai venuto/a, di loro e dei loro diritti non si è mai occupato/a.

Fare sciopero per NUDM significa attraversare un territorio sconosciuto, ma con spirito d’avventura il movimento si mette in cammino e scrive a tutti i sindacati confederali e di base chiedendo la proclamazione di uno sciopero generale l’8 marzo 2017 contro la violenza maschile sulle donne, che è violenza sistemica e attraversa il lavoro, il diritto alla salute e all’autodeterminazione, i diritti di cittadinanza.

“Chiediamo – si legge nella lettera aperta – a tutti i sindacati confederali, di base e autonomi, in particolare a tutti quelli che hanno aderito alle giornate del 26 e del 27 Novembre, di mettersi al servizio della mobilitazione delle donne e di indire lo sciopero generale per la giornata dell’8 marzo 2017, essere strumento utile allo sciopero e non ostacolo all’adesione delle lavoratrici e di tutt* coloro intendano partecipare a questa nuova giornata di lotta per la nostra autodeterminazione”.
All’appello rispondono solo i sindacati di base, che annunciano la predisposizione delle procedure per la proclamazione dello sciopero mentre i confederali tacciono.
Successivamente vengono inviate due richieste di incontro al segretario generale della Fiom e alla segreteria generale della Cgil chiedendo il sostegno allo sciopero femminista.

I risultati sono entrambi deludenti: la Fiom incontra una delegazione di Nudm a fine febbraio ma dichiara che non indirà lo sciopero bollato come “politico” e in quanto tale “difficilmente articolabile, comprensibile e dunque realizzabile nei luoghi di lavoro in cui è presente e opera”, la Camusso invia una lettera garbata ma ne prende le distanze, valutando lo sciopero femminista “atto simbolico” non sufficiente a motivare la scesa in campo della Confederazione! (“Un’organizzazione sindacale come la nostra è ben cosciente che lo sciopero non è solo atto simbolico ma la determinazione di rapporti di forza che si realizzano in presenza di ampia partecipazione e la nostra riflessione collettiva ci ha portato a definire di essere pronte a proclamarlo ogni dove abbia possibile concretezza”).
L’estraneità è palese, si tocca con mano, i linguaggi non si parlano, il mondo che esprimono e rappresentano è lontano anni luce: il più grande sindacato d’Italia, anche nella sua versione più conflittuale, ritiene il movimento femminista altro da sé anche quando pone al centro delle proprie rivendicazioni temi materialissimi come la precarizzazione dei lavori e delle vite, l’indecente svalorizzazione del lavoro femminile, il permanere di vergognosi differenziali salariali, il sessismo misogino nei luoghi di lavoro e di studio, lo smantellamento del welfare e del diritto alla salute, anche quando reclama reddito di autodeterminazione e salario minimo europeo contro i salari di povertà che contraddistinguono le mille forme dello sfruttamento precario e si batte contro provvedimenti e politiche razzisti e inumani.
Che in Italia muoia per femminicidio una donna ogni due giorni e mezzo, che il 40% delle donne non siano tra le forze di lavoro e che il tasso di occupazione femminile sia 20 punti sotto quello maschile e all’ultimo posto in Europa, di per sé questi temi non dovrebbero chiamare alla mobilitazione generale ogni sindacato che voglia essere realmente e non solo a parole di donne e di uomini?
Il movimento non si scoraggia, prende atto di una incomunicabilità che è pesante per la voragine di deresponsabilizzazione che porta con sé, ma va avanti, ha mobilitato competenze al proprio interno e stilato un prontuario dello sciopero con la collaborazione di sindacaliste di base e autorganizzate, giuriste esperte di diritto del lavoro e lo distribuisce attraverso le proprie reti comunicative, apre una chat di pronto intervento per rispondere alla domanda che sale da tanti posti di lavoro: “Io posso scioperare? Cosa devo fare per scioperare?”.
Ma purtroppo arrivano anche domande più dolorose: “Il mio sindacato mi ha detto che non posso scioperare, che posso fare l’8 marzo?”.
Sì, più dolorose, perché nessun sindacato in Italia dovrebbe dire ad una propria iscritta che non può scioperare, quando lo sciopero generale è stato proclamato regolarmente da altri sindacati, eppure è successo e succede ancora ! non ostante il diritto di sciopero sia costituzionalmente riconosciuto e garantito alla singola persona e non dato in proprietà esclusiva alle organizzazioni sindacali.

Ma le donne sono tenaci e si fidano delle reti delle donne, e lo sciopero femminista cresce di anno in anno (tra poco saremo alla sua terza edizione), si allarga nella geografia mondiale e nei consensi all’interno dei singoli paesi, porta dalla sua sindacati storici come le Comisiones Obreras e gli altri sindacati spagnoli, così come in Portogallo, in Belgio, in Argentina e in Brasile, nel Nord America i sindacati sostengono la Women March e il MeToo, che ha scosso l’opinione pubblica.

Ma in Italia il rapporto con i confederali non cambia. NUDM viene invitata al Congresso nazionale della Fiom, a parlare all’assemblea delle delegate che si svolge in un pomeriggio al termine del dibattito congressuale, ma la nuove segreteria generale conferma la scelta di non proclamare lo sciopero l’8 marzo già affermata due anni fa, anche se qualche delegata interviene proclamando la propria vicinanza e internità al movimento e reclamando una scesa in campo decisa del proprio sindacato.
La Cgil non risponde nemmeno all’appello pubblico che nuovamente Nudm ha inviato chiedendo a tutti i sindacati di favorire lo sciopero femminista.
Qualche giorno dopo, agli inizi di febbraio, si apprende che le segreterie di Cgil, Cisl, Uil hanno convocato per l’8 marzo un’assemblea nazionale delle delegate e dirigenti sindacali che si svolgerà a Roma nell’aula di Anatomia patologica (sic!) del Policlinico Umberto I: “Si chiamerà Futura” è il nome che hanno scelto per quell’assemblea, ma nella lettera di convocazione temi e linguaggio sembrano di un passato remoto.
La contrattazione di genere viene indicata come tema del dibattito, cioè quella che i sindacati in Italia non hanno mai fatto, altrimenti non saremmo ad uno degli ultimi posti nel mondo rispetto ai differenziali di genere e alle condizioni delle donne nel mercato del lavoro!
Del movimento, che da tre anni lotta contro la violenza, lo sfruttamento, il precariato, l’abuso dei corpi e il diritto alla salute, per difendere la 194, contro il DdL Pillon, la legge Salvini e il revanchismo familistico, machista e razzista che infesta il nostro paese, che reclama reddito di autodeterminazione incondizionato, redistribuzione del lavoro di cura attraverso l’istituzione dei congedi di paternità e l’estensione e rafforzamento di quelli di maternità e parentali, l’abolizione dell’obiezione di coscienza nei consultori pubblici, che fa campagne contro le molestie e il sessismo nel lavoro e nelle scuole, che chiama in causa le politiche europee rivendicando un permesso di soggiorno europeo incondizionato per le/i migranti e un salario minimo europeo per tutte e tutti, che afferma i diritti e l’orgoglio di tutti i generi e identità sessuali contro gli attacchi e le discriminazioni omofobe che ormai sono all’ordine del giorno, che difende strenuamente gli spazi costruiti e abitati dalle donne per le donne… di questo movimento che, come si muove porta in piazza centinaia di migliaia di persone nel documento di Cgil Cisl e Uil, non c’è traccia.
Dello sciopero femminista, figuriamoci!
Tuttavia anche qui in Italia si aprono crepe nell’indifferenza confederale, qui e là grandi fabbriche (la Elettrolux la più grande produttrice di elettrodomestici dove la maggioranza delle operaie sono donne), posti di lavori (vedi lettera appello firmata da decine di delegate cgil di posti di lavoro) federazioni locali di categoria (FP, Flc del Lazio, Fiom di Parma e Trieste…) l’area Cgil de “Il sindacato è un’altra cosa”, si mobilitano e aderiscono, vedono nello sciopero femminista dell’8 marzo una scadenza irrinunciabile di democratizzazione del lavoro e della società, sentono che la propria natura sindacale li chiama a mischiarsi con questo movimento moltitudinario che nasce al di fuori del sindacato ma che ne interroga pratiche, obiettivi, risultati, radicamento sociale.

“Il nostro sciopero non è solo un evento, è un processo di trasformazione sociale e di accumulazione storica di forze insubordinate che non può essere imbrigliato nelle regole della democrazia formale. Il nostro movimento eccede costitutivamente l’esistente, attraversa frontiere, lingue, identità e scale per costruire nuove geografie, radicalmente diverse rispetto quelle del capitale e dei suo movimenti finanziari” si legge nella prima proclamazione dello sciopero femminista di NI UNA MENOS In Argentina.

“Con lo sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo bloccheremo ogni ambito in cui si riproduce violenza economica, psicologica e fisica sulle donne.
‘Non una di meno’ è il grido che esprime questa forza e questa voce.
Contro la violenza patriarcale e razzista della società neoliberale, lo sciopero femminista è la risposta.
Scioperiamo per inventare un tempo nuovo.
Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo!” fa eco il documento per la proclamazione dello sciopero femminista l’8 marzo 2019 in Italia.

Siamo già oltre le pratiche tradizionali dello sciopero proprie del movimento operaio.
Il movimento femminista risignifica lo sciopero e lo allarga alla sfera riproduttiva, inventa formule, ricerca strade nuove, coinvolge soggetti altrimenti nascosti e relegati al silenzio.

Parafrasando il bel film di Ken Loach possiamo dire We want Strike! ce lo prendiamo! Ed è già un altro genere di sciopero!

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